Favolerie

I primi racconti di Antonio Errico

”Abbiamo avuto parole fino a strabiliare, per dire di quello che non era ancora stato, che non era stato mai pensato, e di esse non resta più neppure un relitto che ci salvi da questo nostro smemorarci, dall’assenza”

Voce di racconti leggendari, l’autore si ascolta e fa da tramite alla luce della memoria, come un aedo. Quel che rimane, dopo aver letto i “nostoi” (ritorni), i quali ricalcano e riprendono personaggi ed episodi dell’Eneide, potenziali prestesti rivissuti fuori dal tempo, è l’intensità lirica, la preziosità linguistica, la musicalità del testo: scrivere tu lo sai, è appena un gioco, un chiarore improvviso che s’accende all’oscuro di ogni sapienza. E’ luce dipinta la scrittura, è impudica mimesi, sagoma, carcassa di estasi, di anni, di respiri, è il rovescio della vita. E il tempo scorre dentro la scrittura che rubo perché sia sempre mia. Le parole e le frasi si susseguono in un crescendo ritmico, fonico e semantico, trattenendo tutta la carica espressiva che il segno scritto può evocare, quasi si volesse far entrare la vita nel poema, rimescolando situazioni esistenziali agli echi della tradizione letteraria. Il linguaggio è quello della poesia anche nella seconda parte intitolata Favolerie, nella quale i testi hanno la coralità della poesia melica e l’andamento avvolgente tipico del “climax”. Sono proprio queste continue gradazioni espressive a caratterizzare lo stile di tutta la raccolta in una prosa affabulatoria che affonda le sue radici nell’effusione lirica dei primi racconti, della tradizione orale, delle prime leggende, nella sapiente gradazione di valenze fonosimboliche. Ho letto molti passi immaginandoli in una disposizione grafica versale: Resterà tutto com’è i vetri sporchi, le indecisioni le occasioni perse le parole pronunciate le valigie ancora piene la polvere tra le pagine dei libri l’odore di sigarette nei tessuti delle tende. Resterà tutto com’è un immoto presente un’ora che si ripete sempre uguale una storia in cui non muta il finale i vasi di gerani secchi al davanzale La poesia, cadenzata sulla necessità delle “scordanze” (“molto ho scordato […] il tempo passa per […] il tempo vuole scordanze”, ”ricordanze per cento e cento anni: nessuno riconosce il suo passato. Ritrovarsi, rivedersi, riconoscersi, ricordare non è mai possibile, non è giusto mai.”), è soprattutto onda ammaliante del ricordo: Nulla è mai stato se tu non ricordi, Vorrei un ricordo […] che possa ricongiungermi al mio tempo, a una storia […] a se non il ricordo, ha senso. Insieme alle risonanze del canto e alla parola vibrata, sono infatti le “trasparenze” del tempo che “smemora, raggela, secca i rami, vela i volti, i gesti, copre le tracce, sradica i pensieri” a tenere uniti i racconti in una prosa densa di poesia. La storia vissuta vale quanto la fantasia, come in Giorgio Caproni, quanto il ricordo come una nenia che gonfia le vene alla gola, quanto le trasparenze del tempo.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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