Otranto e la festa dei martiri il 13 e 14 agosto

Otranto ricorda gli 800 martiri che diedero la vita per la loro fede

come ogni anno nella meravigliosa cornice idruntina saranno ricordati gli 800 martiri che difesero la loro fede fino alla morte

Otranto è la città più orientale d’Italia. Otranto è il Faro della Palascia. Otranto è la Torre del Serpente, ed è anche il Colle della Minerva, dove ora si erge la chiesa di Santa Maria dei Martiri. Questo colle fu teatro del sacrificio degli ottocento martiri idruntini che diedero la vita per la loro fede e che, come ogni anno, anche quest’anno, in agosto, vengono solennemente festeggiati dalla città di Otranto. Il 28 luglio del 1480, un venerdi, un corpo di spedizione turco proveniente da Valona, al comando di Gedik Achmed Pascià “smontò ad un loco chiamato Limine (gli attuali Laghi Alimini), presso Otranto 4 miglia”, dalla Relazione della presa di Otranto, scritta dal Commissario del Duca di Bari al Duca stesso, Ludovica Sforza, da Bari il 13 ottobre 1480. “L’armata giunse con 24 galere, 78 galeotte e fuste, 30 navi da carico.Era costituita da 16.000 fanti e 400 cavalieri ed era dotata di 9 bombarde grosse e di cerbottane e di altre bocche da fuoco di media e piccola gittata in numero di 400”.Tali notizie, molto accurate, sono tratte dalla cosiddetta “Relazione di Acello”, redatta in Otranto tra la fine del 1481 e l’inizio del 1482, da Giovanni Antonio d’Acello, il quale, per conto del suo Signore Alfonso di Calabria, dovette condurre ricerche ed indagini dirette, sul posto, a liberazione avvenuta della città. Dopo bombardamenti durati 14 giorni, venerdi 11 agosto, i Turchi entrarono in Otranto, compiendo una strage nella cattedrale, dove venne anche ucciso l’arcivescovo Stefano, e violenze di ogni genere nella città. Nella cattedrale, donne, vecchi e bambini si erano riuniti intorno al vescovo Stefano Pindinelli, che cercava di confortare con la parola evangelica il suo gregge, rammentando ai fedeli il sacrificio di Cristo sulla croce: “Pensate al sacrificio del Golgota”, egli diceva, “Non sarà invano la prova che ci attende: il paradiso, la salvezza eterna il nostro premio”. I Turchi, però, sfondarono la porta della cattedrale e, nel nome di Allah, uccisero uomini, donne, fanciulli, che cadevano fra lamenti e grida strazianti, e non risparmiarono nemmeno il Vescovo che cadde, in una pozza di sangue, presso l’altare maggiore. In realtà, gli abitanti di Otranto quando si erano accotri che le navi dei Turchi puntavano proprio su Otranto, nel ricordo di tante passate dolorose esperienze, si riunirono in assemblea e i magistrati, il 28 luglio, scrissero al re Ferdinado una lettera che i maggiorenti avrebbero dovuto consegnare. In questa lettera si invocava l’aiuto del re alla città di Otranto, minacciata da così grave pericolo, come riferisce il Laggetto, in “Historia della guerra di Otranto 1480” (trascritta da un antico manoscritto e pubblicata da L.Muscari, a Maglie nel 1922). Purtroppo, gli ambasciatori otrantini arrivarono a Napoli il 1 agosto, quindi troppo tardi perché il re Ferdinando I D’Aragona potesse predisporre una difesa.I Turchi operarono una orrenda strage e, il giorno dopo, 12 agosto, a parte pochissimi riscatti e qualche prigioniero inviato a Costantinopoli, gli uomini sopravvissuti vennero decapitati. Si salvarono fanciulli ed adolescenti, per essere fatti schiavi, e le donne che i vincitori ritennero utili e valide per ogni servizio I prigionieri, in numero di ottocento (ma si tratta di un numero approssimativo), vennero portati sul Colle della Minerva e venne intimato loro di abiurare la fede cristiana. Prese la parola Primaldo, un umile sarto ma uomo coraggioso e fiero, e a nome di tutti gli altri, sostenne che mai gli otrantini si sarebbero convertiti alla religione musulmana ed anzi esortò i suoi concittadini a morire nel nome di Cristo. Sdegnato da questa reazione, Pascià Acmet decretò il supplizio di tutti quei cristiani, fissato per il 14 agosto, vigilia di Maria Assunta in Cielo. L’orrenda carneficina iniziò proprio da Primaldo, che venne decapitato per primo. Il suo corpo, però, nonostante gli sforzi dei Turchi per abbatterlo, rimase in piedi, ritto fino a quando tutti i martiri furono decapitati. Così come Primaldo che, appoggiata la testa sul ceppo, rivendicando la sua cristianità, si era detto contento di morire per la propria religione e per la propria patria, anche tutti gli altri morirono nel nome di Cristo. A tale prodigio, il musulmano Berlabei si convertì al Cristianesimo e il Pascià Acmet condannò a morte anche lui, così che il nome di Berlabei è annoverato fra i gloriosi martiri. Da allora il Colle della Minerva, in ricordo di quel sacrificio, viene chiamato Colle dei Martiri La leggenda vuole che, durante la presa di Otranto, quando tutti i cittadini decisero unanimi di non cedere, il decurionato fece gettare in mare le chiavi della città. Ebbene, un angelo ripescò le chiavi che, perduta la patina di ruggine che le ricopriva, erano diventate tutte d’oro e le consegnò a Cristo. L’angelo si posò sulle mura della città esortando gli otrantini a resistere con fede e con coraggio e la sua scia luminosa risplendette nel cielo fin quando l’eroica città fu liberata.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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