Dal 25 al 27 giugno per San Vito

Il culto di San Vito. Dalla Francia, a Lecce, poi a Castrì e, infine, a Lequile

Nel Medioevo, San Vito veniva invocato contro la “corea”, o “ballo di San Vito”, malattia del sistema nervoso che si manifesta con movimenti bruschi e involontari, contro i morsi idrofobi o rabbia, e contro gli spiriti maligni. Ancora, per via del grande calderone di pece in cui fu martirizzato, è patrono dei ramai e dei bottai

San Vito Martire è il protettore di Lequile. E a Lequile, vengono dedicati tre giorni di festa, 25, 26 e 27 giugno, al santo protettore dei danzatori, degli epilettici, dei muti e dei sordi. San Vito nasce nel 290 d.C. a Mazzara, in Sicilia, da madre cristiana e padre pagano. La madre, Bianca, muore nel darlo alla luce. Fin da subito, cominciò a manifestarsi nella sua vita il soprannaturale. Dalla balia pagana alla quale fu affidato Vito non volle allattare; quando venne affidato alla cristiana Crescenza, cominciò a succhiare il latte, con grande meraviglia dei parenti. A otto anni, venne affidato per la sua educazione al cristiano Modesto. La fama dei suoi prodigi arrivò fino all’orecchio dell’imperatore Diocleziano. L’imperatore, molto scettico, lo mise alla prova, domandandogli la grazia per il figlio posseduto da uno spirito maligno. Il santo taumaturgo compì il miracolo, ma l’Imperatore, anziché convertirsi alla religione cristiana, tentò di indurre Vito al culto degli dei pagani, promettendogli onori e cariche. Ma, al secco rifiuto del santo, Diocleziano si indispettì e fece rinchiudere Vito in prigione, insieme con Modesto e Crescenza. Da giovane, Vito venne tentato da fanciulle libertine che avevano mandato di allettarlo e di attirarlo nelle loro braccia. Quando le danzatrici lo invitarono al loro ballo, Vito, che si era messo ai piedi dei chiodini acuminati, nel muoversi sentiva un fortissimo dolore e, con questa mortificazione, riuscì a vincere la terribile tentazione. Nonostante gli stenti patiti in carcere, Vito non sembrava darsi per vinto; allora Diocleziano comandò che fosse bruciato sul rogo. Messi dentro un’ampia caldaia piena di olio, pece e bitume, Vito, Crescenza e Modesto balzarono su tra le vampe crepitanti del rogo. L’imperatore, che attribuì quell’evento a magia, comandò che i tre fossero assaliti dalle belve. Ma, di fronte ai leoni inferociti, Vito sorridente stese le braccia e, facendo il segno della croce sulle belve, esse si rabbonirono e si accovacciarono ai piedi del domatore, che aveva così realizzato un altro prodigio. Sdegnato, l’imperatore ordinò il supplizio. Vito fu fatto distendere sull’aculeo o cavalletta, che era lo strumento di tortura col quale si estorcevano le confessioni agli accusati, e venne squartato vivo, insieme con Modesto e Crescenza. Alle salme dei tre martiri diede degna sepoltura la pia donna Florenzia. Tempo dopo, le reliquie di San Vito vennero trasportate dall’Italia in Francia, e poi in Sassonia, in Russia, in Baviera. Dovunque sorgevano chiese e santuari in onore del santo. Nel Medioevo, San Vito venne invocato contro la “corea”, anche detta “ballo di San Vito”, malattia del sistema nervoso che si manifesta con movimenti bruschi e involontari, dal greco “choreia”, “danza corale”. Inoltre, il santo venne invocato contro i morsi idrofobi o rabbia, e contro gli spiriti maligni. Ancora, per via del grande calderone di pece in cui fu martirizzato, è patrono dei ramai e dei bottai. Trafugata la statuta di San Vito, dalla Francia venne portata a Lecce e da qui a Castrì, dove venne custodita nella chiesa omonima; così San Vito divenne patrono della città, dove si festeggia tre volte l’anno. Il culto del santo, quindi, si propagò per tutto il Salento e così anche a Lequile che gli tributa grandi onori nella tre giorni di festa, con la solenne processione e la bengalata di fuochi pirotecnici in serata, e il secondo giorno, la tradizionale fiera che si estende per tutto il paese, fino alla frazione Dragoni. Ancora divertimento e allegria, il terzo giorno, con i concerti bandistici.

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