La cantina di Melissano può rinascere

Il progetto di Tommaso Bruno per tenere alto un nome lungo 65 anni

Costituire una public company che acquisti il vecchio stabilimento e sfrutti il nome con una politica di marchio. Il futuro: commercializzare prodotti agroalimentari firmati “Melissano”.

Una storia al plurale La storia della Cantina cooperativa di Melissano non si può declinare al singolare. La sua storia è quella di centinaia di famiglie che dal 1940, anno della fondazione, nella Cantina hanno trovato l’unica fonte di guadagno e l’unico modo per sottrarre le frammentate produzioni di vino e olio, allo strapotere del mercato. In 65 anni di attività, l’intero paese ha investito i propri risparmi nella Cantina, che ora è in stato di liquidazione coatta amministrativa. Con decreto del Ministero delle Attività produttive sono stati nominati tre liquidatori, dopo aver accertato l’impossibilità di proseguire nella normale gestione. Eppure era stato fatto un tentativo per fuoriuscire dalla crisi per indebitamento: il consiglio di amministrazione aveva deliberato la vendita del vecchio stabilimento che, dopo opportuna perizia, era stato stimato in un miliardo di lire. Col ricavato dalla sua vendita si sarebbero potute pagare passività e debiti verso soci conferitori di vino e olio e le esposizioni bancarie che godevano di prelazione. Tuttavia questa possibilità non ha trovato consenso unanime nel consiglio di amministrazione. Così si è giunti, ad oggi, allo stato fallimentare. Il valore del patrimonio nel frattempo è crollato per l’inutilizzo delle strutture e delle macchine, in alcuni casi asportate senza autorizzazione. Era anche attivo un finanziamento grazie alla legge 488/92, di cui era stata già riscossa la prima rata. Che probabilmente dovrà essere restituita. Il sogno Proprio partendo dal vecchio stabilimento, secondo Tommaso Bruno, vivace imprenditore melissanese, figlio anch’egli di soci della Cantina, la vita e soprattutto il nome della Cantina cooperativa di Melissano potrebbe risollevarsi. Il progetto è semplice e ambizioso nello stesso tempo: anche per l’assenza di efficaci strategie di marketing e di una oculata politica di marchio si è giunti al declino; da lì, dunque, bisogna ripartire, da quello che è il simbolo e il patrimonio della Cantina: il nome. Tommaso Bruno ha presentato il suo progetto alla comunità melissanese, prospettando la possibilità di costituire una public company, una società con azionariato diffuso, popolare. La logica della cooperazione ma con spirito imprenditoriale e di profitto, insomma. La società dovrebbe acquistare l’immobile della Cantina di Mellissano, acquisire i diritti di sfruttamento del nome, trasformare la sede in un Centro di ricerca per l’agroalimentare, Centro congressi ed eventi, spazio ristorazione e degustazione. Il core business sarebbe la commercializzazione di prodotti agroalimentari: sottolii e conserve “made in Salento”, firmate “Cantina cooperativa di Melissano”. “Piccoli passi e grandi sogni”, è questa la politica di Bruno, che dall’idea vuole passare “all’azione”. Il prossimo passo, dunque, la stesura di un piano industriale con l’analisi dei costi e dei tempi di attuazione: “Le grandi opere si fanno così perché chi agisce – dice- costruisce, e non chi è fermo”. Occhi aperti, poi, per intercettare finanziamenti a valere su leggi nazionali, europee e sulle misure dei Por Puglia 2000-2006 (Programma operativo regionale), di cui sono stati spesi, dal 2000 ad oggi, solo il 30% delle risorse totali disponibili per la Puglia, cioè 5.258 milioni di euro. Una piccola-grande fetta di quel 60 % che ancora è da spendere, potrebbe arrivare a Melissano per far rinasce la Cantina cooperativa. Perché no?

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