Il lavoro nobilita. Ma chi?

La riflessione di un cittadino di Casarano, attento osservatore dei disagi derivanti dall’utilizzo improprio del lavoro dell’uomo. Problema di fondo dell’economia e della società di oggi.

Da tempo passano nella mia esperienza diretta e in quella mediata dalle testimonianze delle persone che incontro una serie di fatti incentrati su un particolare problema che si presenta, di volta in volta, come problema dell’occupazione o del percepimento di un’adeguata retribuzione, per trasformarsi poi in problema di gestione del personale e connesso costo del lavoro e diventare infine un problema di erogazione o prestazione di un servizio che soddisfi il destinatario, cliente o utente che dir si voglia. Si tratta, come si può ben capire, di uno stesso problema che assume connotati diversi, secondo i diversi punti di vista, e riguarda settori diversi della vita sociale ed economica, pubblica o privata, e comprende perciò i servizi della pubblica amministrazione e le attività produttive private, l’industria e il commercio, i servizi e le attività professionali. Tutte queste realtà hanno un nome e vivono ed operano intorno a noi, e le vediamo e trattiamo quotidianamente con esse in ruoli diversi, ma ahimè nella maggior parte si avverte una sorta di malessere ed un senso di frustrazione che sfocia a volte in reazioni clamorose e a volte si abbandona ad una sofferta e muta rassegnazione. La patologia è la stessa: l’utilizzo improprio del lavoro dell’uomo. Come dicevo, le conseguenze e le problematiche sembrano diverse ma, a mio modesto modo di vedere, hanno un unico comun denominatore e, per dimostrarlo, citerò di volta in volta diversi casi, lasciando poi al lettore il compito di trarne le dovute considerazioni e sperando vivamente che tra i lettori vi siano soprattutto i soggetti che io considero i protagonisti (o se preferite i principali responsabili) e che ritengo i primi a dover intervenire per risolvere la questione che intendo sollevare anche nel loro interesse. Lo sfondo su cui si svolge la scena è Casarano (naturalmente), il contesto è quello economico ma non solo, perché può essere quello della sua immagine e della sua dignità, che è anche quella dei suoi cittadini, ma soprattutto di quanti hanno con fatica contribuito nei decenni trascorsi a dare un nome ed un prestigio a questa Città, da tempo ormai offuscati. I casi che citerò vanno presi nel loro valore emblematico, non vi è alcun interesse particolare o personale nascosto che mi induca a citare questi e non altri, se non il fatto che sono sotto gli occhi di tutti e da tutti sono verificabili. Il primo dei casi che intendo esaminare è quello di un grande complesso commerciale alle porte di Casarano: non è il solo a soffrire della patologia di cui parlo, ma a noi interessa particolarmente per le sue dimensioni e le sue caratteristiche e perché è qui, nella nostra città. Mi limiterò ad osservare quegli aspetti della gestione che si riconducono al problema già citato, partendo da una serie di inefficienze o difetti che, in una realtà più progredita, si dovrebbero ovviare, nell’interesse della stessa azienda, di chi ci lavora e di chi la frequenta. 1) gli accessi alle corsie dei parcheggi sono in larga parte impraticabili, a causa delle lunghe file di carrelli che vanno ben oltre i limiti dei loro alloggi; le ragioni che possono determinare ciò sono diverse: -maleducazione di molti clienti; -cattivo funzionamento (o mancanza) dei sistemi di aggancio; -distanza delle postazioni dai parcheggi. 2)scarsa pulizia dei carrelli, spesso ingombri di cartacce e di altro materiale abbandonato negli stessi; 3)scarsa pulizia del piazzale specie nei giorni e nelle ricorrenze di maggiore affluenza; 4)stazionamento di auto al di fuori degli spazi assegnati ai parcheggi stessi; 5)scarsa visibilità e distinzione dei prezzi collocati in posizione inadeguata e con caratteri tali che è molto difficoltoso distinguere, quando addirittura impossibile trovare, con la sola eccezione dei prezzi che si riferiscono ai prodotti che sono (di volta in volta) in promozione; 6)servizio di pulizia interno carente perché intempestivo in caso di rotture delle confezioni e riversamento di prodotti: il materiale (a volte liquido ed untuoso) si espande e permane a lungo causando disagio alla clientela e rendendo dopo più difficile l’opera di pulizia ; 7)impraticabilità di alcune corsie nei reparti di vendita in vari momenti della giornata, con cumuli di merci e transpallet che ingombrano i passaggi; 8)la distribuzione dei reparti, specie nel settore no-food, è confusa ed il layout non risponde ad alcun criterio razionale, nonostante la superficie di cui dispone la struttura interna di esposizione che, se non sbaglio, è stata anche adibita parzialmente a magazzino. La priorità è vendere (esponendo il meglio) non immagazzinare! 9)scarsa sorveglianza nel reparto frutta e verdura, dove spesso clienti maleducati si lasciano andare a prolungate manipolazioni e ad operazioni di selezione a scapito degli altri clienti che poi devono fare i conti con sottoprodotti e scarti non utilizzabili, rinunciando molte volte ad acquistare “gli scarti di lavorazione” o a spintonarsi per arrivare primi. Sorvolo su altri aspetti della gestione che non sono inerenti al tema trattato. Come si può osservare i problemi sono numerosi ma hanno in comune una costante, che costituisce la spiegazione ed anche la soluzione alla maggior parte di queste carenze: la scarsa importanza assegnata al fattore personale, che è insufficiente, utilizzato in modo inadeguato, precario, a causa di una gestione poco lungimirante e perciò non all’altezza del compito. L’idea di assumere personale con contratti temporanei, facendogli fare un tirocinio, addestrandolo e, dopo averlo avviato, licenziarlo è la più infelice delle scelte e (credetemi) a parlare non è un sindacalista, né un nostalgico d’ideologie socio-politiche, superate ed aprioristiche. Dopo aver investito sul capitale umano, rendendolo redditizio, lo si lascia andar via offrendo gratis alla concorrenza un personale già addestrato ed anche “informato sulle precedenti esperienze”. Risparmiare sul personale in questo settore è come pretendere di far nuotare una balena in uno stagno, come voler viaggiare senza benzina, attraversare il deserto senza acqua: è un vero suicidio commerciale! Questa condizione di lavoro non consente al personale di presentarsi in modo adeguato alla clientela, con quella disinvoltura e soprattutto con quella disponibilità che si acquisisce solo sentendosi partecipi dell’impresa, come se fosse la propria famiglia, in un rapporto sereno perché stabile: quando il personale non sorride il cliente è a disagio e in condizioni di incertezza del proprio futuro è assai difficile che il sorriso sgorghi spontaneo. Né ha senso parlare di flessibilità in una struttura le cui dimensioni hanno richiesto investimenti in capitale fisso e circolante i cui costi fissi non sono compatibili e coerenti con una condizione di turn over del personale così elevata. In altre parole, non si capisce come mai l’investimento in capitale fisso (struttura, attrezzature, arredi) necessita di un periodo di ammortamento che prevede una programmazione e perciò un’attività proiettata al medio e lungo periodo (più di 5 anni) mentre “l’investimento” nel personale è di durata non superiore ad un anno. Un’azienda normale si costituisce ed opera per durare nel tempo, chiunque ne sia il proprietario. Applicando infine le teorie della “qualità totale”, ampiamente sperimentate nel mondo e nelle realtà economicamente avanzate, è assurdo pensare di fidelizzare il cliente avendo un rapporto così instabile con il personale. Insomma, a convincere il cliente ad avere un rapporto duraturo con l’azienda ci si arriva per gradi: la proprietà lo fa scegliendo e conservando gli amministratori migliori, gli amministratori assumendo e mantenendo i dirigenti più capaci, i dirigenti scegliendo, formando e gratificando gli impiegati, questi ultimi mostrandosi pronti , informati e disponibili con il cliente.

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