Mangiasoldi fuori controllo

Le macchinette mangiasoldi sono state liberalizzate

Il 24 ottobre era il termine ultimo per collegarsi in rete ed essere controllati dai monopoli di Stato. Ma l’80 % delle macchinette non lo fa Pasquale De Lorenzis: “in Italia sono presenti circa un milione di apparecchi e di questi solo 15 mila sono pronti alla connessione”. Colpa delle reti telefoniche

Il primo gennaio 2004 sono state liberalizzate le cosiddette “comma 6”, ovvero le macchinette elettroniche dove si possono vincere soldi in contanti. Il riferimento è alla legge 289/2002 che identifica appunto le comma 6, distinguendole dalle comma 7/a, ovvero quelle macchinette elettroniche “a rullo” dove non è presente il monitor, e dalle 7/c, i classici videogiochi. Il 25 di ottobre 2004 era previsto come termine per l’attivazione della connessione in rete di tutte le comma 6 che avrebbe consentito all’erario di conoscere in tempo reale quanto sta incassando una macchina, e al gestore di pagare realmente quanto dovuto allo Stato. Pasquale De Lorenzis è l’Amministratore Delegato della Minnie srl, azienda di Racale che opera nel settore contando oltre 40 dipendenti e che da un mese è stata delegata dalla SNAI per connettere in rete tutte le comma 6 presenti in Puglia, Basilicata, Calabria e Molise: “Oltre l’80% delle macchinette che connettiamo non riescono ad andare in rete. Non solo, ma in Italia sono presenti circa un milione di apparecchi e di questi solo 15 mila sono pronti alla connessione”. Pare che i problemi siano essenzialmente legati all’enorme mole di dati che dovrebbero circolare in rete e che nessun gestore di telecomunicazioni è pronto a gestire, e alla disorganizzazione delle cosiddette Dieci Sorelle, ovvero le uniche società nazionali che operano nel settore. Così, dopo la liberalizzazione, ed il versamento di quattromila e 200 euro di anticipo sulle giocate che i gestori hanno versato allo Stato, l’Erario il primo giugno ha preteso un’altra rata di mille euro e ancora ad ottobre altri mille e 700 euro per apparecchio. La legislazione che regola questo tipo di giochi, infatti, prevede che il 75% dell’incasso debba ritornare ai giocatori sotto forma di vincita, e il 13,5% va allo Stato, il resto, tolte le spese, va diviso tra noleggiatore e il titolare dell’esercizio dove è in funzione la macchina, e la connessione servirebbe proprio a verificare la quantità di denaro che transita in ogni istante, non essendo però disponibile, con una circolare inviata alle Dieci Sorelle lo Stato pretende un contributo sulla base di un calcolo del tutto teorico di un incasso di 155 euro giornalieri per apparecchio, cifra che pare raggiungano solo poche macchine e soprattutto dislocate in Regioni dove il tenore di vita è più elevato rispetto alla nostra. Sono queste le cause, che stanno portando il settore in una crisi stagnante. La ripresa che si prevedeva dopo il 25 di ottobre non c’è stata, proprio per il mancato avvio della connessione, così continuano a perdurare le difficoltà dovute anche ad un’opinione pubblica che spesso confonde i giochi legali e controllati con le macchinette illegali che tante famiglie hanno buttato sul lastrico.

[Collepasso, bisca chiusa “Chi vi parla è una madre di famiglia. Ci sono persone che giocano e a fine mese ci mancano molti soldi.” Nei primi mesi del 2003 furono molte le telefonate anonime che sulla falsa riga di questa giungevano alla stazione dei Carabinieri di Collepasso. I militari, insospettiti dalle continue segnalazioni si misero alla ricerca di una ipotetica sala da gioco clandestina, ma in pochi potevano immaginare che si potesse scommettere sotto gli occhi dell’intera cittadinanza. Il 21 giugno del 2003, gli uomini guidati dal Maresciallo De Siato, dopo lunghi appostamenti, entrano al numero 4 della centralissima via Carabiniere Rollo e accertano la violazione dell’articolo 4 della legge 401 del 12/12/89. Secondo tale norma, infatti, si deve denunciare penalmente colui che ha aperto una sala scommesse senza l’autorizzazione del Coni oltre a sequestrare l’immobile e tutto ciò che è presente all’interno. Perfetto il meccanismo della sala scommesse clandestine internazionali Stanlejbet: nella sede vi era perfino in bella mostra un’autorizzazione di una società di Liverpool che autorizzava il gestore ad aprire questo centro scommesse proprio a Collepasso. Secondo quanto accertato dai Carabinieri le puntate si effettuavano sui risultati esatti di incontri stranieri e non sulla semplice vittoria di una delle due squadre o sul pareggio. Difficilissimo azzeccare l’esatto computo totale delle reti messe a segno in una partita di calcio italiana, figuriamoci di una straniera. I frequentatori della sala erano al corrente dell’illegalità e si attenevano fedelmente alle indicazioni di un “palo” posto all’uscita dello stabile che dava indicazioni su come muoversi e in quale dei vicini esercizi commerciali entrare al termine della giocata per non destare sospetti. Ed è stata proprio l’organizzazione dei gestori a rendere più complicate le indagini, le prime ad essere gestite dall’Arma dei Carabinieri in un ambito che di solito è di competenza della Guardia di Finanza tanto che il lavoro degli uomini della stazione di Collepasso è servito come guida al Nucleo operativo dei carabinieri di Maglie e alla Questura di Lecce per delle operazioni analoghe portate a termine nelle due città. Nei prossimi mesi sarà celebrato un processo contro i gestori della sala scommesse, ma anche chi gioca commette un reato, quello di favoreggiamento, che può esser perseguito penalmente. ]

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