LO SCOPRITORE DI TALENTI

A colloquio con Pantaleo Corvino

Quando la grande porta bianca si apre una figura appare nell’oscurità. La luce che si accende svela un viso dai lineamenti forti e dal sorriso rassicurante. Una mano regge un telefonino, l’altra si tende verso di me in segno di benvenuto. La casa è accogliente. Un attimo dopo siamo seduti sul divano di pelle bianca. L’uomo che ho accanto è un talento nello scoprire talenti. Il suo nome è Pantaleo Corvino, colui che ha lanciato, nel corso degli ultimi anni, tanti ragazzi nel calcio che conta. Accendo subito il registratore e gli chiedo:

Qual è il suo primo ricordo legato al calcio? “Gli inseguimenti di mia madre quando, da piccolo, non mi vedeva rientrare dalle partite e veniva a prendermi sui campetti”. In che ruolo giocava? “Facevo il mediano incontrista”. Un amore, quello per il calcio, talmente grande da…“Quando è nato mio figlio, sono andato a vedere prima la finale di una partita di ragazzini e poi sono all’ospedale. Mi avevano detto che era una femminuccia. Al mio arrivo scoprii, invece, che si trattava di un maschietto”. Come ha cominciato a fare questo mestiere? “Fino a 15 anni sognavo di fare, come tutti, il calciatore, ma dopo la malattia di mio padre, dovetti abbandonare la scuola. Mi arruolai, cosi, in aeronautica come volontario e lasciai il calcio giocato. Cominciai, allora, a dare fuori tutto quello che non potevo dare in campo. Iniziai a fare il direttore sportivo in terza categoria”. Qual è stata la prima squadra che ha costruito? “La gioventù Vernole. E poi? “Ho risalito tutte le categorie fino alla serie A. Dapprima 5 anni a Scorrano, in promozione, successivamente 10 anni a Casarano in C1, e poi, infine, il Lecce, prima in B poi in A, dove sono ormai alla settima stagione ”. A Casarano tutti la ricordano con grande affetto. Come giudica, a distanza di anni, quella esperienza? “Il Casarano è stata la mia prima società professionistica, per seguire la quale, nell’89 lasciai l’aeronautica, deciso a giocarmi le mie carte professionali, suscitando lo sgomento della mia famiglia. Ora posso dire che il gioco valse la candela. Abbiamo realizzato tante cose. A livello giovanile ricordo con piacere la vittoria del campionato Beretti. Ancora oggi incontro, nei campionati di serie A, giocatori che sono passati da Casarano, come Passoni, Cucciari, D’Aversa. Casarano e Lecce sono state le mie due società professionistiche, legate al mio territorio. Cosa che mi inorgoglisce molto”. Dove ha pescato Fabrizio Miccoli? “Lo seguivo da quando aveva 11 anni, sin dai tempi in cui giocava nel Lecce Club, una società affiliata al Lecce; Lecce che non era convinto totalmente delle sue prospettive. Rimasi in contatto con lui e, dopo la sua esperienza nelle giovanili del Milan, in occasione di un torneo, lo convinsi a tornare e decisi di tesserarlo per il Casarano per non farmelo scappare”. Come si riconosce un campione in erba? “Vedere è facile. Intuire delle potenzialità che possono diventare delle qualità è la parte più difficile nella valutazione di un giovane calciatore”. Quali doti deve avere per colpirla? “Ci sono dei parametri. Io ho i miei che sono evidentemente più fortunati di quelli degli altri, visto quello che ho realizzato”. Dopo Casarano l’avventura di Lecce. Si, l’anno in cui era retrocesso e dopo una stagione tornò in A. La serie A: il culmine della sua carriera? “Una grande soddisfazione tenere una città del tuo territorio nell’elite del calcio, nel campionato più difficile del mondo. Questo è il quinto anno di permanenza nella massima serie. Oltre a questo non dimentichiamo i 6 titoli italiani conquistati in 7 anni a livello giovanile nelle diverse categorie. Il 50 % della rosa del Lecce è composta da giocatori che provengono dal vivaio”. Il Lecce è l’esempio di un calcio meno spendaccione ma ugualmente competitivo. Un altro mondo è possibile? “I ricavi stanno diventando sempre di meno, per cui bisogna cercare di diminuire anche i costi. È la realtà dei piccoli club, che hanno ricavi 100 volte inferiori rispetto a quelli dei grandi club. Per esempio le entrate derivanti dai diritti televisivi non sono uguali per gli uni e per gli altri. E’ una lotta impari. Quando incontriamo queste squadre i tifosi vogliono che noi ce la giochiamo fino in fondo. In questa situazione riusciamo, tuttavia, a colmare il divario con fantasia, impegno e spirito di sacrificio”. Non è impresa facile, ma fino ad ora ci sta riuscendo”. Andrebbe mai in uno di questi grossi club? “Io ho fatto una scelta di vita ben precisa. Treni importanti ne ho visti passare davanti a me, ma gli stimoli, le sensazioni maggiori, il mio orgoglio li trovo lavorando nella mia terra”. Come ha costruito questo Lecce? “Ho costruito un telaio sul quale sono stati poi aggiunti gli elementi di qualità. Questa qualità l’abbiamo trovata in Patagonia da dove proviene Ledesma, in Montenegro, terra di Vucinic, in Costa d’Avorio per Konan, a Malta assicurandoci Bojinov, ma anche nel nostro territorio come il caso di Rullo. Ne è nato un gruppo eterogeneo, proveniente da diverse nazioni ma accomunato da molta qualità”. Lei è un salentino in giro per il mondo. Che rapporto ha con il viaggio? “Una necessità. A 54 anni uno vorrebbe stare comodamente a casa, ma il calcio di oggi non lo permette. Come diceva il cavaliere Filograna “bisogna toccare le pelli con la mano”, per non restare delusi. Muoversi è fondamentale, soprattutto verso quei mercati non inflazionati, dove la concorrenza non è ancora arrivata. Come è avvenuto per Eremenko, preso in Finlandia e come in passato abbiamo fatto per Sesa, Juarez e Lima che giocavano in Svizzera”. Che rapporto ha con Zeman? “E’ un tecnico che veniva da 5 stagioni non fortunate, che io ho proposto alla società perché convinto di portare un grande maestro. Ora, dopo lo scetticismo iniziale di tanti, è entrato nelle simpatie di tutti”. Con che stato d’animo vive l’approccio alle partite? “Con tanta sofferenza, nonostante i miei tre by-pass”. Cosa suggerirebbe a chi vuole intraprendere il suo mestiere? “Di iniziarlo con piacere e vedere strada facendo se può crescere. Non ci sono scuole. Giorno dopo giorno bisogna esaminare cosa regala il mondo del calcio”. Dopo questa chiacchierata, un brindisi è stato doveroso: “Al Salento, al calcio, al calcio salentino”. Cin cin.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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