SUD SOUND SYSTEM

L'amore porta “lontano”

I Sud Sound System si raccontano al Tacco d'Italia

Dalle prime dance-hall nei frantoi alla targa Tenco come “valorizzatori della canzone d’autore e ricercatori nella musica leggera di dignità artistica e poetico realismo”. Ne ha fatta di strada il Sud Sound System. Come considerate questo riconoscimento? “Finalmente dopo tanti anni un riscontro di credibilità al di fuori dei nostri concerti. La gente ci ha sempre spinto ad andare avanti. Dopo 10 anni un simile premio è una grande soddisfazione personale e per la nostra carriera. A Gallipoli, invece, abbiamo ricevuto una Laurea Honoris causa”. Una storia di amicizia la vostra. Come sono i rapporti tra di voi? Mai litigato? “Siii. Se c’è da scannarci ne scannamu Naturalmente oggi c’è un’impostazione ed una consapevolezza diversa nel modo di fare le cose. Oggi viviamo di musica, abbiamo uno studio di registrazione che ci permette di fare le cose come diciamo noi. Ci sono voluti anni di sacrifici però. Possiamo dire che si sta meglio di prima. Vi siete resi conto subito che potevate “vivere” di musica? “No. Ancora adesso è tutto un farsi valere continuamente perché se non fai dischi, se non ti fai sentire, dopo un anno scompari. La nostra è una evoluzione e una ricerca continua. Oggi viviamo la musica come un lavoro, con un impegno diverso da quello degli esordi, caratterizzato solo da una forte passione e dall’istinto”. Nel 2000 avete creato la Salento sound system, la vostra casa discografica. Quale è stata la motivazione? Il non riconoscervi in certi meccanismi dell’industria musicale italiana o una pura esigenza di libertà? “Diciamo che il reggae tuttora non è una musica commerciale. E’ un po’ come il jazz, il blues: piace a chi ama il genere. Il nostro è stato un punto di arrivo. Dopo i primi tre dischi, con Salento show-case 94 abbiamo avuto già la prima esperienza di autoproduzione.E’ stato un processo naturale, perché da sempre abbiamo curato da soli i nostri lavori. Ora abbiamo una nostra etichetta vera e propria”. “Lontano”, il vostro ultimo lavoro è stato premiato come miglior album in dialetto del 2003. Come sono nate le canzoni che lo compongono? “Lontano è stato un disco molto rapido. I vari pezzi sono nati da alcune basi che aveva preparato Fabio, idee che poi abbiamo sviluppato fino a renderli freschi e pronti per essere incisi. E i vostri dischi in genere? “Nascono da tante cose: da fatti, da riunioni, confronti, storie d’amore e di vita. Diciamo che ognuno, quando scrive, mette il suo pensiero sull’idea comune. A volte è un intreccio di parti diverse, come un ritornello o delle strofe, altre volte c’è già un’idea forte di qualcuno che viene poi completata”. Non solo musica nella vostra carriera, ma anche cinema (Liberate i pesci di Cristina Comencini) e teatro (Acido Fenico di Giancarlo De Cataldo con i cantieri Koreja ). Cosa vi è rimasto di queste esperienze? “Due belle esperienze. Quella cinematografica, oltre alla recitazione, utile a capire come si realizza un film, cosa c’è dietro alla macchina da presa,. Naturalmente rimane un’esperienza “ca nui cantamu, nu ssimu attori”. Quella teatrale diversa, più vicina a noi, perché nello spettacolo cantavamo”. Parliamo di calcio. Oltre ad essere autori dell’inno del Lecce, siete anche compaesani di Fabrizio Miccoli. Che rapporto avete con lui? “Siamo amici, ci vediamo appena possibile. E’ venuto a trovarci quando abbiamo suonato a Torino. L’abbiamo salutato dal palco e tutti a chiedergli l’autografo”. Due storie di un sud vincente, dunque. “Due realtà che sono partite con la passione e che cercano continuamente di affermarsi”. Sociologi, tesi di laurea, media. Sul fenomeno Sud sound system tutti si sono scatenati. Vi pesa questa attenzione ed essere considerati un esempio dai giovani? “Noi siamo dei ragazzi salentini che fanno musica. Essere presi ad esempio può essere buono o dannoso. C’è sempre una responsabilità. Io sono una persona che canta e che riesce a dire quello che pensa. Nel bene e nel male ognuno, poi, fa quello che crede, indipendentemente da quello che diciamo noi. La realtà è quella che è e le canzoni non la cambiano, ma fanno riflettere. Ci piace pensare di essere, per il fatto di aver cantato il Salento, motivo di orgoglio per molte persone. Sempre con lo stesso spirito di quando abbiamo iniziato 10 anni fa”. Il successo vi ha cambiato la vita? “No, perché non è stato immediato, ma graduale. E’ stata una crescita artistica anno dopo anno: dai primi concerti nelle case per 20 persone fino ai 10.000, 20.000 spettatori”. Meglio che arrivi così allora? “Si, oggi siamo molto più maturi di quando abbiamo iniziato. Meno scapocchioni e con i piedi per terra. “Vagnoni de lu salentu insomma”. Noi e la nostra musica siamo spontanei. Se manca questo non c’è niente. Tutto diventa futile”. Ma voi, oltre al reggae, ascoltate altri tipi di musica? “Fondamentalmente reggae, ma non disprezziamo altre musiche. L’importante è il ritmo. Che sia tecno in una discoteca, musiche africane, sudamericane, e hip hop. Che ricordi conservate del primo approccio con la musica. Che Salento era quello del vostro esordio? “Era tutto molto diverso. Oggi è una realtà affermata. Nel Salento ci sono feste reggae alle quali partecipano migliaia di persone. Ci sono tanti sound system: due tre “crew” (comitive) a San Donato, Melendugno. Maglie, Trepuzzi, Galatina, San Cesario. 12 anni fa l’approccio alle canzoni era diverso. Bastavano due parole “Camenati cu ballati”, oppure tradurre le canzoni giamaicane in dialetto salentino cosi che Zunggu-zen di Yellowman diventava Zunpu zumpu sempre. Poi nel tempo abbiamo imparato la tecnica”. Il dialetto salentino è diventata la vostra forma espressiva definitiva? “Non necessariamente. Ogni lingua ha una sua “armonia”. Può essere l’italiano, l’inglese, il dialetto. Qualsiasi parola può avere una sonorità ottimale. Naturalmente il dialetto, avendo questo modo di cantare spezzato, di chiudere le parole, ti dà più sonorità onomatopeica sulle basi strumentali. La stessa cosa si può fare anche con l’italiano. Come Non c’hai limiti, il pezzo contenuto in Salento Showcase 2000”. E qui Don Rico si lancia in una dimostrazione improvvisata per noi. “Adesso sul ritmo stai ascoltando la voce di un/ infuocato ragamuffin che viene cantando con/ stile salentino selvaggio parlato in/ italiano ufficiale per spiegare il/ gioco di parole del dj nella dance hall/ che pensa che ogni lingua non ha limiti nell’/ adattarla sopra il ritmo quando viene dritta dal/ cuore tuo stesso che spesso parla un dialetto/ comu ieu strittu strittu parlu lu miu/ ca ulia cu rriu drittu drittu allu core tou/ schiettu e direttu cu le parole ca te trou/ tannu pe tannu de capu me ndiau…” Ogni lingua può essere bella su un ritmo. Certo il dialetto si presta meglio, ma tutto dipende poi dall’artista”. Voi avete sempre affrontato senza retorica l’argomento droga. Sia quella pesante in T’asciuta bona, sia quella leggera in altre canzoni. Ora, con la legge Fini, questa distinzione non esiste più. Cosa ne pensate? “Cosi si genera confusione. Quella confusione che abbiamo sempre combattuto. La proposta della destra è assurda: mischiare le droghe leggere con quelle pesanti, metterle sullo stesso piano è sbagliato, ora che, dopo tanti anni, l’eroina è stata quasi debellata. Bisognerebbe che ci fosse una maggiore informazione su quello che è l’alcool, la cocaina o l’extasy, le vere droghe pesanti di adesso. Io non frequento il mondo delle discoteche, ma sento dire che la situazione è grave: ci sono dei ragazzi “ca se spunnane de acidi”. Quindi una proposta come questa è pazzesca. E’ un passo indietro verso l’oscurità”. Avete appena cocluso un lungo tour europeo. Cosa ha rappresentato per voi e per la vostra carriera suonare all’estero le vostre canzoni? “Oltre ad essere una soddisfazione, ha rappresentato l'universalità del nostro messaggio: siamo salentini, amiamo la cultura giamaicana e la facciamo capire al mondo. La musica spiega l'unione di popoli e culture: é questo il messaggio del Sud Sound System. Quali sono state le tappe o i momenti più significative/i ed emozionanti? “Ogni concerto rappresenta un momento unico, per cui é necessario partire da zero ogni volta. Tuttavia l'esperienza in Polonia, dove i nostri dischi non sono mai arrivati, ci ha fatto sussultare di gioia dato che la gente “zzumpava” e partecipava alle nostre canzoni…in salentino! Quanto è dura la vita on the road? “La vita on the road é assurda. Impone dei ritmi che di umano non hanno a e l'estate in autostrada é una sudata continua. Rimane il rinfresco serale, quel bagno di gente che ti fa pensare a tante cose diverse…forse sono le storie di ognuno di noi a fondersi”. Quali sono i prossimi impegni? “ Sono previste alcune date al sud che si possono consultare sul sito internet www.sudsoundsystem.com. A quando un nuovo lavoro? “Il nuovo lavoro dovrebbe uscire nell'inverno 2005. I due brani anticipati su Fuecu su Fuecu danno un assaggio di ciò che andremo a completare appena termineremo l’intera tournee”.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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