Sotto osservazione il programma nazionale su controllo inquinamento. Ultimatum dell’Ue per l’Italia.

Ancora trenta giorni per le osservazioni sulla Valutazione Ambientale Strategica del Programma nazionale del controllo dell’inquinamento atmosferico. Intanto la Commissione europea ha avviato un processo formale contro l’Italia per violazione della direttiva sulla qualità dell’aria. Nel mirino il mancato rispetto della soglia di PM2,5. Restano meno di due mesi per dare risposte.

Di Daniela Spera

È ancora possibile presentare osservazioni – trenta giorni – nell’ambito della procedura di Valutazione Ambientale Strategica (VAS) del Programma Nazionale del controllo dell’Inquinamento Atmosferico (PNCIA). Sotto esame gli impatti sull’ambiente derivanti dall’attuazione del Piano stesso e il grado di accuratezza nella considerazione degli ambiti di intervento riportati nel Rapporto Ambientale (Parte 1Parte 2), documento chiave per la stesura del programma. Quello più aggiornato considera anche le criticità segnalate dagli enti locali. Per la Puglia solo l’Arpa ha fornito un parere ambientale su richiesta della Regione. Province e Comuni non pervenuti.

Con l’entrata in vigore della direttiva 2016/2284/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio in materia di riduzione delle emissioni nazionali di determinati inquinanti atmosferici (la cosiddetta direttiva NEC – National Emission Ceilings), gli Stati membri devono contribuire a migliorare la qualità dell’aria. Per fare questo dovranno predisporre e attuare un programma elaborato sulla base delle indicazioni fornite dalla Commissione Europea (“Guidance for the development of National Air Pollution Control Programmes under Directive (EU) 2016/2284 of the European Parliament and of the Council on the reduction of national emissions of certain atmospheric pollutants”, C/2019/888, pubblicata il 1° marzo 2019).

È, dunque, necessario eliminare il rischio di danni alla salute e all’ambiente. Prioritaria è la riduzione delle emissioni di inquinanti quali particolato, ossidi di zolfo, ossidi di azoto, composti organici volatili non metanici ed ammoniaca, entro il 2020 e il 2030.

Gli obiettivi sono individuati come percentuali di riduzione delle emissioni degli inquinanti rispetto ai valori registrati nel 2005. Per l’Italia sono riassunti nella Tabella1.

Tabella 1.

Inquinante

Obiettivi 2020

Obiettivi 2030

SO2

35%

71%

NOx

40%

65%

COVNM

35%

46%

NH3

5%

16%

PM

10%

40%

Nel Rapporto Ambientale vengono individuate diverse criticità in tutta Italia ma gli obiettivi prefissati per il 2030 appaiono molto lontani da raggiungere.

Esposizione degli ecosistemi all’inquinamento atmosferico

Il dato più impressionante è emerso dall’analisi delle polveri e dell’NO2 attuata con la suddivisione del territorio italiano in sezioni. L’area definita ‘padana’ risulta più critica ma nell’area classificata ‘adriatica meridionale’ si hanno valori (medi annuali espressi in µg/m3) più elevati di polveri (PM10 e PM2,5) dovuti alla sola zona di Taranto (figura 1.).

Nel 2018 il valore obiettivo (1,0 ng/m³) del Benzo(a)pirene (Bap, contenuto totale nel PM10) è stato superato in 8 stazioni (6% dei casi) (bacino padano e zone pedemontane appenniniche e alpine) dove è maggiore il consumo di biomassa legnosa per il riscaldamento civile e le condizioni meteorologiche invernali favoriscono l’accumulo degli inquinanti. I superamenti hanno interessato 9 zone su 77 distribuite in 5 regioni (fonte Ispra). Tuttavia le conclusioni dell’analisi risentono della disomogenea copertura dei dati che soprattutto in Puglia e in Basilicata risulta insufficiente. Questo è probabilmente dovuto alla scarsa presenza di stazioni di monitoraggio.

 

Esposizione della popolazione all’inquinamento atmosferico

L’esposizione della popolazione agli inquinanti è stimata in ambito urbano. I valori di riferimento sono le concentrazioni medie annue d’inquinante (ISPRA, 2019, annuario dei dati ambientali). Per l’indagine sono stati considerati gli inquinanti NO2, PM10, PM2,5, O3 e BaP.

Popolazione esposta a fasce di concentrazione media annua di NO2 (microgrammi/m3)

Tra il 2010 e il 2013 la popolazione esposta a valori inferiori o uguali a 40 µg/m3 è in media intorno al 60%, mentre nel 2014 e 2015 si passa a percentuali rispettivamente del 100% e del 73%. Dal 2016 la popolazione esposta a valori inferiori o uguali a 40 µg/m3 si riavvicina ai valori del primo quadriennio, attestandosi al 61% nel 2017.

Popolazione esposta a numero di giorni con valore di O3 superiore a 120 microgrammi/m3

Nel 2017, il 67% della popolazione oggetto di studio è mediamente esposta per più di 25 giorni a valori di ozono superiori a 120 µg/m3 in aumento rispetto all’anno precedente (56%) ma comunque in calo rispetto al valore massimo toccato nel 2015 (80%). Nello stesso anno la popolazione esposta mediamente per meno di 10 giorni torna ai livelli del 2015, attestandosi all’11%, dopo aver raggiunto il valore massimo pari al 37% nel 2016. I dati mostrano quindi un livello di esposizione della popolazione medio alto, superiore al valore obiettivo a lungo termine per la protezione della salute umana e un andamento incostante in cui l’obiettivo prefissato viene sempre disatteso.

Popolazione esposta a fasce di concentrazione media annua diPM10 (microgrammi/m3)

Dal 2010 al 2017 la popolazione esposta a valori di PM10 inferiori a 20 µg/m3 (valore consigliato dall’OMS) non supera il 14%, mentre quella esposta a valori compresi tra 20 e 30 µg/m3, dopo il minimo registrato nel 2011 (26%) ha raggiunto il suo massimo nel 2014 (56%) per attestarsi nel 2017 su un valore del 47%. La percentuale di popolazione esposta a concentrazioni di 30-40 µg/m3 passa dal 41% del 2010 al 37% del 2017, dopo aver toccato il suo valore massimo nel 2013 (49%). Al momento, la situazione peggiore si riscontra nel 2011.

Popolazione esposta a fasce di concentrazione media annua di PM2,5 microgrammi/m3)

Dal 2010 al 2017 la popolazione esposta a valori di PM2,5 inferiori a 10 µg/m3 è aumentata, passando rispettivamente dallo 0% al 4%, con un massimo toccato nel 2016 (7%). La percentuale di popolazione esposta a concentrazioni comprese nella fascia 10-25 µg/m3 è aumentata tra il 2010 (80%) e il 2014 (92%) per poi tornare a diminuire fino a raggiungere il 62% nel 2017. Per le concentrazioni più alte, nel 2017 si registrano valori percentuali in aumento: la fascia 25-30 µg/m3 passa dal 20% del 2010 al 30%, mentre la fascia con concentrazioni superiori a 30 µg/m3 si attesta al 2% dopo aver riportato valori percentuali nulli per la maggior parte degli anni precedenti.

Popolazione esposta a fasce di concentrazione di BaP nel PM10 (microgrammi/m3)

Tra il 2013 e il 2017, la percentuale di popolazione esposta al Bap non ha un andamento lineare. In tutti gli anni considerati (tranne per il 2017), più dell’85% della popolazione è esposta a un valore inferiore al Valore Obiettivo (1 ng/m3). Rispetto al 2013, in cui il 12,8% della popolazione era mediamente esposta a valori superiori a 1 ng/m3, nel 2014 solo l’1,4% della popolazione ricade in queste fasce, mentre a partire dal 2015 (8,4%) tale percentuale torna a salire per registrare il suo valore massimo nel 2017 con un valore del 39%. Per la fascia compresa tra 0 e 0,5 ng/m3, dopo essere diminuita passando dal 46,8% del 2013 al 33,8% del 2015, torna a crescere attestandosi nel 2017 sul 45,6%.

Ultimatum della Commissione europea per l’Italia.

La nuova direttiva NEC, la 2016/2284/UE, è stata recepita dal D.Lgs 81/2018 che abroga la normativa precedente. Punta a fornire un contributo al raggiungimento degli obiettivi previsti dalla direttiva 2008/50/CE sulla qualità dell’aria. Ma proprio di recente (il 30 ottobre 2020) la Commissione europea ha inviato all’Italia una lettera di costituzione in mora per rimediare alla mancata attuazione della stessa direttiva.

Si legge nell’abstract pubblicato sul sito della Commissione europea: ‘Il Green Deal europeo mira a guidare l’UE verso l’obiettivo “inquinamento zero” a beneficio della salute pubblica, dell’ambiente e della neutralità climatica’ […] ‘Il PM10 e il PM2,5 sono particolarmente pericolosi per la salute umana. L’esposizione al materiale particolato può influire sulla funzione polmonare e causare o aggravare malattie cardiovascolari e respiratorie, infarti cardiaci e aritmie, pregiudicare il sistema nervoso centrale, il sistema riproduttivo e provocare il cancro. Ogni anno nell’Unione europea quasi 350.000 decessi prematuri sono attribuiti solo al PM2,5.’

Ora l’Italia ha meno di due mesi per rimediare alle carenze individuate dalla Commissione che, in assenza di una risposta soddisfacente, potrà decidere di inviare un parere motivato, ultimo step prima di un eventuale rinvio alla Corte di Giustizia Europea.

 

Obiettivi di sostenibilità del Programma.

L’obiettivo relativo al 2020 (Tabella 1.) si prevede venga raggiunto. Ma gli obiettivi assegnati all’Italia per il 2030 appaiono molto ambiziosi, specie quelli riferiti al PM2,5 e all’ammoniaca. Ad ogni modo, secondo la bozza del Piano nazionale, sono queste le misure da applicare per raggiungere gli obiettivi prefissati:

  1.  Minimizzare le emissioni e abbattere le concentrazioni inquinanti in atmosfera;

  2. Mantenere la qualità dell’aria ambiente, laddove buona, e migliorarla negli altri casi (D. Lgs. 155/2010);

  3. Decarbonizzazione totale al 2050;

  4. Zero emissioni nette di gas a effetto serra nel 2050;

  5. Diminuire l’esposizione della popolazione ai fattori di rischio ambientale e antropico;

  6. Salvaguardare e migliorare lo stato di conservazione di specie e habitat per gli ecosistemi terrestri e acquatici;

  7. Incrementare l’efficienza energetica e la produzione di energia da fonte rinnovabile evitando o riducendo gli impatti sui beni culturali e il paesaggio;

  8. Aumentare la mobilità sostenibile di persone e merci;

  9. Assicurare elevate prestazioni ambientali di edifici, infrastrutture e spazi aperti;

  10. Non aumentare il degrado del territorio entro il 2030;

  11. Dematerializzare l’economia, migliorando l’efficienza dell’uso delle risorse e promuovendo meccanismi di economia circolare.

Obiettivi da raggiungere prima possibile. Anche perché, secondo i primi studi, tra cui quello dell’Agenzia Europea dell’Ambiente del 2013, il cambiamento climatico in atto a livello globale sembra favorire l’inquinamento atmosferico soprattutto nel sud dell’Europa. Questo rende l’Italia particolarmente vulnerabile al rischio di un aggravamento dello stato della qualità dell’aria.

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