Fuoco cammina con me

Giorno 29 giugno altrimenti detto dei Santi Pietro e Paolo la Strega Madre sta lavorando al pc a una consegna estiva ed è al telefono con un collega di avventurosi progetti multimediali quando all’improvviso entra in casa una forte puzza di bruciato. Come destata d’improvviso, balza fuori dalla porta col telefono ancora aperto. Un crepitìo regolare come di pioggia, ma che pioggia non può essere, corre lungo tutto il fianco sinistro nel terreno di proprietà, spinto da raffiche di sudovest. Abbiamo il fuoco in casa.

La Strega Madre ha circa sette anni. È una tranquilla mattina di dicembre, vigilia dell’Immacolata. Papà e mamma vanno a comprare regali di Natale e la affidano insolitamente alla nonna leccese, in procinto di friggere pittule per il reggimento familiare. Squilla il telefono fisso e la nonna lascia l’olio sul fuoco. Mentre nell’altra stanza si espleta l’allenamento olimpico con la commare campionessa di logorrea, la Strega Madre bambina nota uno strano anello di fuoco intorno al manico della padella. Avvisa allora la nonna al telefono, la quale non vuole essere interrotta. La bambina torna a controllare la cucina e trova che il fuoco ha preso i fornelli. Una bambina di sette anni a quel punto pensa che l’unica cosa da fare, piuttosto che convincere la nonna di una certa urgenza, sia aprire la porta di casa per andare a cercare aiuto. È la prima e unica volta che quella bambina si farà la pipì addosso, scendendo le scale nel suo vestitino di Natale di lana blu pruriginosa. Tornando con la commare del piano di sotto con un secchio pieno d’acqua e la chiamata al 115, troverà la nonna a invocare in aiuto Dio e la Madonna, immobile sulla soglia della cucina in fiamme.

Quando la Strega Madre riporta il telefono all’orecchio le fiamme sono a venti metri da casa. I cani corrono disegnando cerchi intorno, abbaiando. La padella delle pittule dell’Immacolata ha ora le sembianze di un pino mezzo abbattuto dalla tromba d’aria dei mesi scorsi ma non ancora smaltito per ritardi operativi Covid sui lavori di stagione, un trampolino perfetto per lo sfacelo. Sulla traiettoria del fuoco altre due bombe incendiarie: un deposito di legna a cielo aperto e l’automobile ferma da anni di papà. La conversazione riprende da HO IL FUOCO A CASA, VIENI SUBITO, CHIAMA CHI VUOI, TRA CINQUE MINUTI QUA PRENDE FUOCO TUTTO. Il tempo di accendere il pozzo, srotolare il tubo di irrigazione sul versante attaccato dalle fiamme e Il resto è record di velocità degli istinti e dei dividendi tra analisi, sintesi, telefonate a un paio di persone particolarmente lucide e preghiere distratte alla Madonna. Nella coltre di fumo la coda dell’occhio rileva i contadini del fondo di fronte: stanno spegnendo il fuoco che avanza verso l’auto parcheggiata fuori con il trattore autocisterna. Il cancello è chiuso. Due lavoranti a piedi ci danno dentro di battifuoco, dove possibile. Il pensiero sottinteso va al piano di fuga: come muoversi per salvare se stessi e i cuccioli alla male parata, a ‘sto giro incredibilmente probabile. Devo spegnere il fuoco davanti a casa, impedirgli di raggiungere la macchina di papà e la legna. Il fuoco non deve per nessun motivo al mondo prendere la macchina di papà e il pino mezzo abbattuto, così vicino agli alberi del viale. MA. Devo anche correre a spostare la macchina e aprire il cancello. L’autocisterna deve poter entrare a spegnere il fuoco che cammina lungo tutto il fianco della casa, inesorabilmente.

Pronto? Vigili del fuoco, mi dica. Ovviamente uno, prima di tutto e mentre srotola tubi, manda messaggi incredibilmente giusti alle persone giuste in sequenza giusta, prende le chiavi, apre il cancello, sposta la macchina e lascia spazio all’autocisterna dei vicini, fa il 115.

Buongiorno sono la signora Scrimieri dovete venire subito ho il fuoco in casa.

“Signora, mi scusi, le sta bruciando la casa?”

No, non ancora.

“E allora scusi che sta bruciando?” Dice il vigile seccato dall’eccesso di determinazione.

Alberi nel mio giardino e tra quindici minuti esatti se non vi sbrigate a mandare qualcuno la casa.

Nelle Terre di mezzo le telefonate coi vigili del fuoco hanno questo tenore. Per cui uno come prima cosa li chiama e come seconda se la mette da parte. “Abbiamo le pattuglie occupate”. Per l’esattezza ogni volta che la Strega Madre chiama i Vigili del fuoco gli automezzi dell’area ionica stanno sempre a spegnere un incendio a Ugento. Che se tanto mi dà tanto è un miracolo se a Ugento oggi c’è un cespuglio ancora verde.

In minigonna militare, canottiera e ciabatte, il tubo a pressione massima in una situazione disperatamente minima e amatoriale, la Strega Madre si oppone all’avanzata del fuoco sul fronte effetti speciali-esplosione auto del padre-Godzilla-Indipendence day-Blade runner 2020 e 2049 insieme, tamponando almeno le fiamme che camminano dritte verso casa. Che prenda la legna ma io devo correre ad aprire il cancello. Il tempo di pensarlo e il fuoco inguaina la legna, salta in aria e prende il pino mezzo abbattuto. Si leva in cielo l’urlo di un drago. La Strega Madre corre in casa a prendere chiavi della macchina e del cancello. Dietro la porta a zanzariera si sono radunati alcuni gatti di casa, la Strega Madre li guarda, loro guardano la Strega Madre ad occhi spalancati: il cucciolo che le si è tuffato nel collo salvato dalla cima di un albero, la babymuscia sottratta al traffico della superstrada, quello che ti viene a baciare nelle giornate tristi, quello che ti fa la danza del latte tutto l’inverno sul divano davanti al camino, quello che ti sveglia con le carezze, c’è la tua famiglia di tutti i giorni allegri e difficili, che fa le fusa e dorme con te, le tue giornate e i tuoi sogni nella tana del bosco, con uno sguardo richiedente che la Strega Madre ricorderà tutta la vita, mentre gli apre d’un colpo casa per farli rifugiare. Non devo cercare i gatti. Verranno da soli. Lascio le porte aperte. Gli animali agiscono in autonomia. Io devo spegnere il fuoco. In un balzo da centometrista la Strega Madre apre i cancelli, sposta l’auto, l’autobotte può entrare a fare il possibile.

Chi abita in campagna familiarizza col fuoco fin da bambino. Il fuoco si usa, serve, è uno strumento di lavoro. Pulisce, disinfetta, argina, delimita e fertilizza. Si bruciano le potature, in aeree ben delimitate, si diserbano le fasce di protezione ai campi coltivati, si usa la cenere come coadiuvante del concime naturale. Ma non si lascia mai il fuoco da solo. Il fuoco è una bestia imprevedibile.

Il fuoco sta saltando, spinto dalle raffiche di vento. I piromani le giornate se le scelgono bene. Le fiamme si buttano nel campo più grande, consumano il secco velocemente, maledetta stagione di siccità implacabile, tendono a stringere il cerchio, a prendersi il verde intorno alla casa. I cani fanno la ronda. Arrivano i due rinforzi umani chiamati per telefono appartenenti alla categoria umana maschile “persone sveglie e concrete con cui gestire le situazioni veramente di merda”. Il collega in camicia e jeans arriva che la Strega Madre tira ciabattate e battifuoco sulle fiamme che lambiscono il bosco, agguanta secchi e tubi di irrigazione per il fronte galoppante e più minaccioso. Il contadino dei lavori pesanti di casa usa il soffiatore per cacciare indietro le fiamme più basse e spegnerle. L’autobotte finisce l’acqua. Si tenta di riempirla col pescaggio del pozzo a uso domestico della casina nel bosco. L’autocisterna riparte inseguendo il cerchio esterno del fuoco. Noi a piedi siamo spalle alla casa nel cerchio interno. Il fuoco non deve entrare nel bosco.

Ogni tanto, mentre stai battendoti consapevolmente come il protagonista di uno di quei film dove gli eroi vanno a piedi e hanno le armi spuntate ma hanno la forza disumana dei giusti, trovi il tempo di buttarti addosso due battute. “Ma i pompieri che hanno detto? Arrivano?” Pare difficile crederlo ma siamo nel 2020 e i vigili del fuoco non sono dotati di sistema GPS per la ricezione di coordinate geografiche o di immagini geolocalizzate (in compenso chiunque di noi quotidianamente condivide foto e posizioni con chiunque e in ogni parte del mondo per una serie variabile di amene puttanate). Per cui quando componi il 115 e ammesso che uno abbia tempo da dedicare all’improvvisazione teatrale o non stia spegnendo l’incendio che sta per ardere casa sua con tutti i Santi e la sua vita dentro, si sviluppa una sequenza di conversazioni dadaiste per spiegare dove ti trovi e come fare a raggiungerti. Perché dotarsi di un sistema che ti dia accesso alle informazioni con un click. Perché mai rendersi la vita facile ed efficiente quando puoi tranquillamente infognarti nell’incomprensione testuale tipica dei momenti critici e nella perdita di preziosissimo tempo?

“Se non arrivano entro dieci minuti qua dobbiamo scappare”. Noi tre si lavora senza guardarsi in faccia, urla, comandi, raccordi, passami i secchi, tieni d’occhio di là, vai in fondo, tu vieni qua a darmi una mano. Tutto a incastro. Tutto fluido. Fuoco cammina con me, girami intorno, seguimi. Il fuoco corre, salta e mangia strada. Ulivi, limoni, mandorli, oleandri, cespugli, macchia, aghi di pino, erba sfalciata, impianto di irrigazione. La cabina di regia della Strega Madre che conosce il campo e le zone fragili a menadito distribuisce le sei braccia umane disponibili più autocisterna nei punti nevralgici sottovento, buttando indietro il fuoco, che prende tutto quello che trova. Il fuoco lambisce l’orto, gli gira intorno. Il fuoco galoppa aizzato da raffiche rabbiose, salta nell’uliveto a fianco e scatena l’inferno.

Arde la terra, da anni, senza pietà. Va a fuoco l’ultimo ricordo della casa che abbiamo sempre abitato. Sistematicamente, quotidianamente, senza pietose o amorevoli distinzioni. Ci sbarazziamo del passato senza mai esserci chiesti che futuro avremmo voluto.

Quando arrivano i pompieri te ne accorgi. Perché hai appena finito di combattere la battaglia della tua vita. Tu sei sfinito, miracolato nella sequenza incredibilmente efficace delle azioni e dei gesti e loro li intravedi nel fondo a fianco, impegnati nello chassé dello spegnimento dei resti di un fuoco ormai innocuo, rintanato nel tronco di un albero. Arrivano per le chiacchiere. Per farsi raccontare com’è accaduto, da dove è partito, com’è andata. Arrivano che bene che vada abbiamo già fatto tutto e ci siamo salvati la vita. Arrivano e se c’è ancora qualcosa da spegnere con urgenza devi fargli il quadro della situazione che loro dovrebbero aver imparato a farsi con uno schiocco di retine alla lezione numero uno del corso numero uno per l’arruolamento nel corpo. Tu, poi, donna in ciabatte gonna e canottiera ricoperta di graffi e fumo nero, col telefono e le chiavi della macchina persi nel fuoco e poi ritrovati da non so chi, che fai il 115 col tono di chi, avendo le fiamme davanti agli occhi, pretende di ponderare l’entità del rischio con una certa fermezza e quando arrivano loro, rigorosamente alla fine, riesci perfino a guardarli negli occhi e a dirgli senza mangiargli la faccia: buongiorno. Senza manco la forza di abbracciare l’orizzonte con lo sguardo, che non lo riconosceresti neanche come scenario di un film di fantascienza.

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Info sull'autore

Idrusa_stregadelbosco

Idrusa_stregadelbosco (Chiara Idrusa Scrimieri) è regista e sceneggiatrice, artista visuale. Vive in una casina nel bosco col gatto nero “Addio”, che sembra disegnato da Tim Burton e insieme a una moltitudine di piante e animali. Deve i suoi primi passi nel cinema a Jane Campion, Fernando Solanas, Giuseppe Rotunno, Giovanni Robbiano e Enza Negroni, Marco Bellocchio e soprattutto Ermanno Olmi (Ipotesicinema), oltre che a un mucchio di film e libri, al fantasma di Fellini e a un sacco di gente straordinaria incontrata per caso.

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