Cosa me ne faccio del teatro?

di Barbara Toma

E’ di nuovo sabato. Ma… come è successo?!

Il tempo vola, i giorni si confondono tra loro.

Mentre in tanti millantano improvvise prese di coscienza e radicali cambi di consapevolezza, io ammetto di essere ancora molto lontana dalla saggezza.

Sebbene io non abbia ancora avuto visioni da sciamano, nel mio piccolo penso di aver capito una cosa: ho capito perché le mamme casalinghe sono sempre alle prese con le faccende domestiche! Perché sono le uniche attività che un essere umano riesce a fare, non con, ma in presenza di bambini sotto i 10 anni. Impossibile leggere un libro, scrivere, lavorare, fare un bagno, dedicarsi in qualsiasi modo a sé stessi, senza essere subito assalito dalle mini persone in cerca di attenzione (e con tanta energia e frustrazioni varie da sfogare causa quarantena forzata).

Sicuramente questa esperienza ci segnerà tutti. Anzi, lo sta già facendo.

E sicuramente da tutto questo potremo imparare molte lezioni.

Ma faccio molta fatica a credere che, una volta usciti da questo lungo isolamento, avremo imparato la lezione che la natura ci sta dando e saremo tutti cambiati in meglio.

Sono invece fermamente convinta che, così come la situazione ci ha costretti tutti a fermarci, ci costringerà anche a cambiare le regole del gioco una volta fuori da qui.

Non avremo altra scelta che cambiare tutti atteggiamento. Questo penso.

Ed è la vita in quarantena in questa piccola comunità che è la mia famiglia che me lo ha fatto capire.

Io non sono mai stata brava a difendere i miei spazi. In 46 anni non ho mai avuto la forza di volontà necessaria a ritagliarmi degli spazi solo miei nella convivenza con altri, ho sempre e solo saputo trovare il modo di dedicarmi a me rifugiandomi in una sala.

Ma, per la prima volta, ora sto pian piano scoprendo come isolarmi, come mettere me stessa in primo piano ritagliandomi uno spazio tutto mio, pur restando  con altri e rispettando anche le loro esigenze.

E questo vale per tutte noi in casa.

Anche se inconsciamente, ognuna ha il bisogno di ritrovare uno spazio tutto per sé in questa situazione, ed è proprio la prigionia a darci la possibilità di scoprire come farlo insieme.

Senza che qualcuno lo decidesse, in modo assolutamente spontaneo e naturale, ognuna di noi sta iniziando a trovare il modo di ritagliarsi un suo spazio privato, un suo momento lontano dalle altre ‘prigioniere’ di questa gabbia d’oro.

Per ora è ancora molto difficile, ma quando accade, è magico. Non dimenticherò mai la prima volta che è successo: per due/tre ore nessuno ha parlato, le bambine non hanno bisticciato, nessuno ha urlato. Tutto era in pace. E’ stato bellissimo.

Non è così facile ritagliarsi i propri spazi, ma sono sicura che ce la faremo, perché è necessario alla sopravvivenza.

In questo mese di isolamento abbiamo assistito/partecipato a tante diverse reazioni collettive: incredulità, shock, paura, voglia di restare attivi e positivi, momenti di down collettivo, rabbia e un’immensa forma di solidarietà e spirito di sacrificio.

In generale credo che la maggior parte di noi sia ancora sotto effetto dello shock e stenti a credere o a capire veramente ciò che ci sta accadendo.

Il web è pieno di live in streaming, di lezioni di ogni tipo, dalla filosofia allo yoga, alla meditazione…

Nel giro di poche settimane il mondo si è organizzato e, a un tratto, mettendo le distanze siamo riusciti ad accorciarle.

E’ come se l’isolamento avesse convertito molte cose da irraggiungibili a raggiungibili.

Oggi un danzatore, ovunque esso sia nel mondo, con un semplice click può allenarsi con i grandi maestri della danza.

Fino a poche settimane fa una cosa impensabile, una chimera per chi, come me, vive lontana dalle grandi città, nella periferia della periferia.

A un tratto abbiamo scoperto che possiamo fare a meno di tantissime cose che ci sembravano addirittura indispensabili.

A un tratto il mondo ha finalmente ripreso a respirare e si prospetta davvero una possibile tregua delle guerre a livello globale.

Avremmo potuto arrivarci da soli, in effetti in teoria lo avevamo già fatto da tempo, ma solo lo stato di necessità ci ha portato a fermarci davvero.

Gli artisti, me compresa, si affannano a restare in contatto con un pubblico, lanciano messaggi nell’etere, si agitano davanti a telecamere improvvisate nella speranza di non sparire del tutto… in molti ci poniamo delle domande sul senso del nostro fare.

Cosa me ne faccio del teatro? Lo chiedevo già anni fa, in modo anche provocatorio, in una delle stagioni da me curate in un piccolo teatro di periferia a Milano…

Già, cosa me ne faccio del teatro durante una pandemia globale, quando tutti lottano per la sopravvivenza e molti non hanno più di che nutrirsi?

La risposta sembra essere sempre la stessa: il Teatro serve a dare voce a chi non ne ha, a immaginare altre possibilità, a credere in un’alternativa, a sognare. Perché a teatro un mondo diverso è possibile.

E intanto il web si intasa di video, dirette streaming e proposte di ogni tipo: teatri che offrono programmazione online, musei che offrono giri virtuali, colleghi che vogliono organizzarsi per chiedere al governo di non essere dimenticati… (come tutti oramai).

Mi vien da pensare che sarebbe fantastico se questo lungo stop imposto, questa pandemia globale, ci mettesse finalmente nelle condizioni di imparare a ritagliarci i nostri spazi anche fuori da qui.

Se finalmente tutti, artisti, attori, operatori della danza e delle arti performative contemporanee, ci ritrovassimo costretti ad imparare a ritagliarci il nostro spazio, ottenendo finalmente il rispetto e la dignità che meritiamo, smettendo di chiedere scusa anche solo per esistere e di elemosinare fondi e attenzione, smettendo di adeguarci a situazioni di lavoro inaccettabili, senza però calpestare i piedi a nessuno.

Vorrei che questa quarantena insegnasse alla danza italiana a creare e difendere uno spazio tutto suo, senza fare una guerra tra poveri, non più ‘ognuno pensa al suo orticello’ ma ‘ognuno protegge e rispetta il suo e l’altrui spazio vitale’.

Intanto è bello vedere come sempre più artisti stiano riflettendo sul senso del nostro essere e sulla necessità di reinventarci e metterci in discussione.

E’ bello vedere che si stia iniziando a mettere in discussione questa costante smania di produrre, di essere attivi e proliferi.

Riflettevo che, per la prima volta in tanto tempo, non abita più in me quel profondo e costante senso di colpa che, da sempre, mi fa sentire inadeguata perché non abbastanza produttiva.

Oggi siamo tutti ugualmente costretti a mettere da parte la produttività per dare la precedenza alla sopravvivenza.

Restiamo in ascolto, pensiamo a sopravvivere, ognuno come può, ognuno come vuole e, una volta fuori di qui, facciamo in modo che non sia più possibile riproporre i vecchi schemi.

Questa è la creatività che spero di poter coltivare e mettere a frutto in questo momento: trovare nuove pratiche, proporre nuove forme di organizzazione della vita, sperimentare nuovi modi di esprimermi. Partecipare al cambiamento in modo consapevole equivale a sopravvivere. E questo vale per tutti, non solo per i professionisti del Teatro.

Se, una volta usciti, torneremo a correre dietro alla carota appesa al bastone del capitalismo, non sopravviveremo mai.

 

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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