“Baresi”

di Gianpaolo Altamura

Popolo ansioso e irascibile se ce n’è uno, particolarmente carente di “gravitas”, quello che i balcanici chiamano “besa”, la parola, la mia parola. (I nostri uomini ostentano un certo gusto esteriore per la fermezza e la virilità, ma il loro proverbiale nervosismo rivela una sintomatica isteria e una quasi orfica tendenza al mammismo.) Schietto, ma senza amor proprio. Generoso, ma senza reale apertura; di cuore ma umorale, e con molti angoli di risentimento. Se l’aspetto esteriore del nostro carattere è allegro e affabile, l’interno è più fosco, atro, ventoso (è possibile che questa sia l’unica “artefazione”, l’unica macro-maniera di un popolo fondamentalmente privo di maniere).

Il nostro gusto, anche quando è sobrio e raffinato, è però sempre salace, tradisce un inestinguibile fondo barbarico, una eleganza primitiva (come, forse, la nostra cucina). Siamo un popolo che non conosce melodia: la nostra allegria è caotica e chiassosa, ma anche rauca, allusiva, secca, presaga, come afona o sorda, certamente non armonica. Contiene sempre una antifona (mia madre ripete sempre, come forse le sue ave, “ora stiamo ridendo, vuol dire che forse piangeremo”). Le nostre lingue, i nostri dialetti, rivelano la nostra psicologia meglio di ogni descrizione, senza filtri. 

 Contadini e pescatori in origine, siamo mercanti (levantini) per successiva vocazione (di questo retaggio ci restano la parsimonia, il volto umile e corrucciato, la furbizia millantata prima ancora che praticata, la tendenza al richiamo urlato e a portare i risvoltini ai pantaloni come se ci dividessimo ancora tra barca e terraferma). Questa naturalezza nel mercanteggiare si è poi volta in tendenza alla politica politicante. Non spirito civico, ma prosecuzione del commercio e della selezione naturale con altri mezzi. La normale predisposizione al compromesso rivela la matrice individualista del nostro ethos.

 Sappiamo fare quasi ogni cosa, ma siamo uno dei popoli con meno autostima d’Italia. Abitiamo posti bellissimi e abbiamo su di noi il cielo più bello che abbia mai visto, ma fino a qualche anno fa non lo sapeva quasi nessuno, neanche noi (abbiamo avuto bisogno di specchiarci negli altri per saperlo). Il nostro passato è nobile, ma esprime una idea di “periferia” che facciamo fatica a smaltire, soprattutto quando ci confrontiamo con gli altri. Sappiamo vivere molto bene nel presente, forse perché non abbiamo una precisa nozione di futuro (forse per l’atavica precarietà, la nostra ancestrale povertà). I riflessi e i colori delle nostre abitazioni, in calce o in pietra, in certe ore del giorno sono indimenticabili”.

Leggi anche l’articolo sulla leccesità: “Leccesi”

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