Mea Culpa

Questa è la settimana in cui abbiamo dato l’ultimo saluto a Matteo.

Matteo aveva 8 anni e frequentava la stessa scuola della mia primogenita, Frida.

Avevo già parlato qui di lui, della sua bellissima famiglia e della raccolta fondi per la ricerca per riuscire a trovare una cura per il DIPG, il raro tumore da cui era affetto e che gli ha tolto la vita.

Mia figlia era dal papà, mi sono subito messa in auto e sono andata a darle la notizia di persona. Meglio scoprirlo dalla mamma, meglio scoprirlo di mattina.

Nelle ultime settimane Matteo era entrato in coma e io avevo lentamente iniziato a preparare mia figlia alla possibilità che non si risvegliasse più.

Non si dovrebbe morire a 8 anni. Non si dovrebbe perdere un amico a 9 anni.

Frida ha pianto tanto, si è anche arrabbiata con me per averglielo detto, ma come avrei potuto non farlo? Mi sembrava doveroso e naturale metterla al corrente. E, anche se doloroso, mi sembrava doveroso e naturale assecondare la sua richiesta di venire al funerale. Il suo primo funerale.

Poi è successo: ho fatto l’errore di consultarmi con i genitori dei suoi compagni di classe e lei, dopo aver scoperto che non sarebbe venuto nessuno dei suoi amici e che, addirittura, molti di loro, a distanza di due giorni, nemmeno erano stati messi al corrente della notizia, ha cambiato idea. A nulla sono servite le mie parole per convincerla, non se la sentiva più. La stessa cosa è successa ad un suo compagno.

Magari, se avessi insistito di più, sarebbe potuta succedere la cosa inversa e, con la nostra presenza, avremmo potuto convincere altri a portare i loro figli.

Ma così non è stato. Mi spiace di non aver avuto questa consapevolezza in tempo.

Immaginavo ci sarebbe stata tanta gente intorno a una famiglia la cui storia è diventata un simbolo. Immaginavo la presenza di tutti coloro che hanno seguito il blog, che hanno donato, che come me hanno raccontato la storia di Matteo in TV, sui giornali, online.

Immaginavo la presenza di tutta la comunità di questa piccola città. La davo per scontata.

E, proprio per questo, in questi tempi di restrizioni a causa del COVID19, nonostante la capienza della chiesa, pensavo sarebbe stato difficile riuscire ad entrare. Ma mi sbagliavo. Eravamo pochi. Pochissimi.

Non mi ha sorpreso più di tanto la mancanza di tatto e l’inadeguatezza dell’omelia durante il rito funebre, è raro il contrario, sopratutto in occasioni drammatiche come questa. Né mi ha sorpreso  la musica amplificata male, quasi una tradizione a cui siamo tutti abituati nelle chiese. Tanto che il suono disturbato non è riuscito a influire sulla poesia del momento in cui Adriana Polo ha cantato e suonato per Matteo la canzone a lui dedicata. La sua voce è comunque arrivata al cuore di tutti, le sue parole, la sua musica, sono un bellissimo omaggio alla vita e a Matteo. Una chiusura necessaria, anche per dimenticare l’inappropriata scelta delle parole pronunciate nell’omelia:

“Perdonalo signore per i suoi peccati e le sue colpe”.

E che peccati dovrebbe avere un bambino che si è ammalato a 7 anni ed è morto ad 8?!

Mi hanno invece colpito e spiazzato la scarsa presenza di bambini e la disperazione di Maria Chiara nel salutare il suo fratellino, sola, senza coetanei intorno.

Ho tirato un sospiro di sollievo e provato profonda gratitudine quando, durante la messa, due bimbe le si sono avvicinate per darle un pensierino e abbracciarla forte.

E sono stata riconoscente ai pochi genitori presenti con i loro figli, grandi e piccoli. Perché hanno colmato un vuoto che anch’io ho, involontariamente, contribuito a creare e perché mi hanno regalato un insegnamento importante.

Esserci è un dovere, non solo per gli adulti , ma anche i per più piccoli.

Io non so come si sia giunti a un estraniamento tale dalla vita e, quindi, dalla morte. Non so come si sia finiti a pensare fosse una buona idea censurare la morte e proteggere i propri figli dai dolori nascondendo loro la verità.

Sopratutto, da atea, non capisco come possa succedere che questo accada a chi ha fede: non dovrebbero credere nel paradiso? Perché nascondere la morte allora? Cosa c’è di cristiano nel non presentarsi al funerale di un bambino?

Non lo so. Ma so che dovremmo riflettere bene su questo e chiederci se quella intrapresa non sia la strada più sbagliata possibile.

E allora oggi io, qui, voglio pubblicamente chiedere scusa.

A Matteo, a suoi genitori Andrea e Valeria, alla sorella Maria Chiara e al piccolo Francesco.

Chiedo scusa per la mia insicurezza, per aver censurato il mio istinto di fronte alla riluttanza della maggioranza e non essere stata da esempio per gli altri genitori, che probabilmente avevano solo bisogno di un po’ di coraggio.

Chiedo scusa a nome mio, ma anche a nome di tutta la comunità, dato che la nostra piccola scuola avrebbe dovuto esserci tutta, ma proprio tutta. Così come avrebbe dovuto esserci la città.

Sindaco compreso (anche perché, fino all’anno scorso, anche suo figlio studiava nella nostra scuola).

Il distanziamento fisico non è né deve diventare distanziamento sociale e umano.

Perché se è vero che “per guarire un bambino ci vuole un villaggio”, allora anche per salutarlo ce ne vuole.

A gennaio scrivevo “ogni bambino è anche figlio mio, come di tutta la comunità” , ma è stata proprio la comunità a mancarmi. Avrei voluto vedere tanti bambini, tanti colori, tanti sorrisi commossi e una folla di concittadini.

E, nonostante i messaggi su Facebook e le donazioni, nonostante la gente presente al funerale, non posso fare a meno di pensare che avremmo tutti potuto fare di più.

Scrivo qui, pubblicamente, non per puntare il dito contro qualcuno ma, al contrario, per fare un esame di coscienza, privato e collettivo, e invitare a riflettere su quale sia il senso che vogliamo dare alla vita e cosa vogliamo insegnare ai nostri figli.

Perché sono stati proprio Andrea e Valeria ad insegnarmi che:

“Una storia non esiste se non raccontata’ e che ‘la vita è ciò che è, ma è come agiamo che poi fa la differenza”

Non ci sono scuse che valgano per non essere presenti a un funerale. Non il coronavirus (che non sembra fermare nessuno dal prendere un aperitivo, andare al mare o fare shopping) e nemmeno la sofferenza, l’incertezza o la paura dell’ignoto, che si superano tutte insieme alla collettività.

Ma, sopratutto, non è possibile, né accettabile, cancellare il passaggio di un bambino, un nostro bambino, così, con la scusa di voler proteggere qualcuno.

Non è salutare cercare di censurare la morte, perché equivale a censurare la vita.

Nessun adulto dovrebbe prendersi la responsabilità di togliere ai propri piccoli la possibilità di piangere un amico o di assistere a un rito per salutarlo.

Mia figlia non ha potuto condividere con i suoi compagni di scuola, o con le sue maestre, il suo dolore per la morte di Matteo, perché molti bambini non hanno mai ricevuto la notizia.

Ma se non affrontiamo insieme la morte di un compagno, del fratellino di una compagna, come possiamo chiamarci comunità?

Frida continua a soffrire per non essere stata al funerale e ha deciso di scrivere una lettera privata alla sorella di Matteo. Da bambina a bambina.

Da parte mia, cerco di fare tesoro di questa esperienza per continuare a crescere e farlo insieme agli altri, se possibile. Sarò sempre grata ad Andrea e Valeria per aver condiviso e per continuare a condividere la loro storia con coraggio e generosità, per averci contagiato con la loro gentilezza e la loro gioia e per averci aiutato a ricordare ciò che è più prioritario nella vita.

Facciamo in modo che nessun bambino debba mai più sentirsi dire che ha i giorni contati. Doniamo alla ricerca, per Matteo e per tutti gli altri bambini affetti da DIPG.

Fondazione HEAL

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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