Diventare migliori è una scelta

Come un professionista della danza è riconosciuto in Italia? Lo è? E in tempi di pandemia, è tutelato?

 

Di Barbara Toma

 

Qui in Italia se sei una danzatrice la prima cosa che ti chiedono è:

“Si, ma per vivere cosa fai?’.

Qui in Italia, prima di leggere la tua professione sulla carta d’identità, devi tenere una lezione sulla differenza tra coreografa, scenografa e geografa (dopo anni di lotte mi sono arresa e ho optato per ‘studentessa’).

Qui in Italia, che tu sia al tuo primo ingaggio o al tuo trentesimo anno lavorativo, avrai sempre, bene che ti vada, un contratto al minimo sindacale e prove pagate solo in parte.

Quando, nel lontano 1999, arrivai a Roma e andai farmi il libretto del lavoro, l’impiegato mi chiese in che nightclub danzavo.

Qui in Italia, se vuoi lavorare come coreografa, sei costretta ad aprirti una tua associazione culturale per fingere di fare attività non retribuita.

Qui in Italia, quando ti invitano ad insegnare o creare, raramente ti assumono pagandoti le giornate. Se non hai una partita IVA l’unica scelta possibile è la ritenuta d’acconto. Forma di pagamento non riconosciuta dal decreto salva Italia per ottenere un fondo di sostegno.

In Italia le scuole di danza sono spinte a farsi riconoscere come associazioni sportive e rientrare nelle categorie CONI ( e questo è già grave). Se insegni danza in una associazione sportiva il tuo lavoro non viene riconosciuto come fonte principale di sostegno, ma come secondo lavoro, per cui il tuo guadagno non è preso in considerazione dal decreto Salva Italia. Alla luce di tutto ciò è ovvio che risulti un po’ complicato capire come dare un contributo a una categoria che, magari, lavora tutto l’anno ma ha solo 30 giornate in agibilità.

Qui in Italia non esiste alta formazione per la danza contemporanea di ricerca, almeno non riconosciuta a livello statale. L’unica accademia di danza riconosciuta è quella di Roma. Le Lauree in danza di chi ha studiato all’Estero non vengono riconosciute. Chiunque può aprirsi una scuola di danza, anche senza alcun titolo di studio, ma solo chi ha studiato a Roma può insegnare in un liceo Coreutico.

In Olanda esistono 5 accademie di danza riconosciute dal Ministero dell’Istruzione, ognuna delle quali offre un’ampia scelta di indirizzi di studio comprese facoltà di coreografia e percorsi di ricerca sperimentale per performers.

Quando, a 13 anni, ho detto al rettore della mia scuola media a S’Hertogenbosch, una piccola città di provincia nel sud dei Paesi Bassi, che volevo diventare una coreografa, mi ha subito illustrato il percorso di studi che avrei dovuto intraprendere per riuscirci. Mi ha preso su serio. Per me, che arrivavo dalla scuola media Ascanio Grande di Lecce, fu uno shock.

Se lo avessi fatto in Italia mi avrebbero riso in faccia.

Ancora ridono.

In Olanda, se hai completato i tuoi studi con una laurea in campo artistico, puoi usufruire di uno stipendio mensile dello stato per mantenerti mentre costruisci la tua carriera (ai miei tempi ne avevi diritto addirittura per 4 anni, ora non più). Ma allo scadere del tempo prestabilito , se non hai ancora trovato il modo di far decollare la tua carriera artistica, ti invitano a seguire un corso per imparare un nuovo mestiere e guadagnarti da vivere.

In Italia, anche dopo anni e anni di lavoro nello spettacolo, vivi in una condizione talmente poco tutelata e precaria da chiederti ciclicamente se non valga la pena cambiare mestiere una volta per tutte.

In Olanda la danza contemporanea di ricerca in prima serata in tv è la norma da almeno 30 anni.

Qui devi cercarla di notte, a pagamento, su qualche remoto canale di Sky. Sempre che ci sia.

Qui in Italia la danza di ricerca è invisibile.

E se osi difendere la tua professionalità come lavoratrice della danza, sei politicamente scorretta verso tutti quelli che amano definirsi tali, ma non lo sono. Non si fa. Nessuno lo fa. Sembra essere una regola non scritta. E se ci provi sei una stronza arrogante.

Quando, nonostante le difficoltà, ho fatto la folle scelta di lasciare Amsterdam per vivere in Italia, l’ho fatto come scelta politica, perché amo questo Paese e sentivo che c’era bisogno di gente giovane, combattiva e forte di un esperienza all’estero, come me, che tornasse qui per contribuire a cambiare le cose.

Sono passati 20 anni. La mia voglia di lottare è sempre viva, ma non sono più tanto giovane e decisamente ammaccata dalle delusioni delle lotte passate… Eppure sono ancora qui e, anche se in modo meno attivo, partecipo ai vari movimenti per un cambiamento radicale e più che mai necessario.

Questa emergenza ha reso evidenti i tanti problemi di un sistema che fa acqua da tutte le parti e ha creato terreno fertile per una lotta che vede tutto il mondo del teatro finalmente unito e compatto per rivendicare i propri diritti. Vogliamo essere riconosciuti in quanto lavorator* ed essere ascoltati dalla politica che, ad oggi, ha affrontato questa crisi prendendo decisioni senza consultare i diretti interessati e mancando di rispetto a una categoria ridotta in condizioni davvero disperate.

La maggior parte delle figure professionali di cui il settore si compone ha una natura ibrida difficile da comprendere per chi non è del settore e, ad oggi, non adeguatamente tutelata o rappresentata nel nostro Paese, prima tra tutte la categoria professionale dei lavorator* della danza, che sopravvive nonostante il permanente stato di frammentazione e un’ ingiustificata subalternità nei confronti, anche, di tutte le altre Arti.

Sono tanti i coordinamenti di lavorator* della spettacolo nati in questo periodo, sia regionali che nazionali e io ne seguo più di uno. E sono davvero felice di questo fermento.

Ma, sopra ogni cosa, sono felice di scoprire una nuova generazione di lavorator* della danza: forte, impegnata e combattiva come mai prima d’ora in Italia.

lavorator_della danzaQuesta nuova generazione di colleghe ha dato vita al movimento Lavorator_ della danza, che oggi conta 800 adesioni. Non a caso però, per ora, manca all’appello un intera generazione, quella dei fondatori della danza contemporanea italiana, spesso datori di lavoro di chi oggi sta proponendo una riflessione sistemica di settore.

Il gruppo ad oggi si compone di un Coordinamento Nazionale (formato dal Nucleo Rappresentativo e da una rete di Antenne Regionali) e da una serie di Utenti Regionali (lavorator_ delle varie regioni), anche qui in Puglia è presente un antenna regionale.

 

Il 28 maggio dalle h 17 alle 22 i LAVORATOR_ DELLA DANZA organizzano l’evento LDD TALKING.

Una prima assemblea pubblica nazionale di: insegnant_, scritturat_, lavorator_ di enti di promozione, produzione e sostegno per la danza.

Per me è gran piacere inoltrare il loro invito a collegh_, amic_ e curios_ a questo incontro virtuale in cui il gruppo si presenterà e inviterà tutti a parlare e confrontarsi, ma anche ad ascoltare musica e fare festa.

Io ci sarò, perché è grazie a loro se torno a sperare.

Purtroppo i miei sogni riguardo un mondo diverso, cambiato grazie al COVID, si sono già infranti. No, non credo che diventeremo migliori dopo questa esperienza, il lockdown non ha cambiato nulla. Il futuro è sempre e ancora solo nelle mani di chi VUOLE CAMBIARLO ATTIVAMENTE.

Ed è commovente scoprire che, persone amiche, che io ho in qualche modo ispirato o sostenuto all’inizio del loro percorso professionale, oggi, al contrario, siano fonte di ispirazione e speranza per me.

“Diventare migliori è una scelta non una conseguenza, richiede un impegno forte con se stessi. Star chiusi in casa non basta. Questa retorica vuota che ci circonda è insopportabile”.
Ezio Bosso

 

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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