Inchiesta Marina Militare: “Dirottati fondi per navi libiche destinate al contrasto del traffico di esseri umani”_

Il gip: “Sei unità navali ferme nonostante le spese per manutenzione. Drenate risorse pubbliche per oltre 122mila euro in un contesto corruttivo”. Dopo gli arresti di ufficiali e sottufficiali, clamorosi retroscena nelle indagini della Finanza partire dalla scoperta su Nave Caprera di sette quintali di sigarette di contrabbando e farmaci per l’impotenza. Le chat su WhatsApp con foto e torta, il ruolo di Marco Corbisiero, chiamato “amico Friz”: “Padrone assoluto della procedura di approvvigionamento di beni e servizi”. E i rapporti esclusivi con una la società con sede a Tripoli e le fatture ritenute carta straccia

 

 

BRINDISI – Un pactum sceleris tra un ufficiale tecnico della Marina Militare Italiana, in forza su nave Caprera, e un pari grado della Guardia Costiera libica, sullo sfondo dell’operazione “Mare sicuro”, nata con l’obiettivo di bloccare il traffico di essere umani. Un rapporto corruttivo che ha drenato risorse pubbliche per oltre 122mila.

Marco Corbisiero, finito in carcere, era riuscito ad attribuire a Hamza Mohamed B Ben Abulad, ai domiciliari, l’esclusività dei rapporti di fornitura di beni e servizi, con aumento delle spese destinate alla manutenzione delle unità navali libiche. Ed era anche riuscito a creare una provvista per finanziare l’acquisto di sette quintali di sigarette di contrabbando e diverse confezioni di Cialis, farmaco per la disfunzione erettile, attraverso un meccanismo di sovra-fatturazione. In certi casi, anche per operazione inesistenti.

Tanto che è stato appurato che

“sei navi libiche erano ancora ferme, nonostante fossero stati spesi 60mila euro per le riparazioni”

 

L’INCHIESTA DELLA GUARDIA DI FINANZA

Emergono clamorosi retroscena dall’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore di Brindisi, Giuseppe De Nozza, all’indomani degli arresti eseguiti dai militari della Guardia di Finanza. Oltre a Corbisiero, 44 anni, originario di Torino, in servizio a Taranto, e al libico, 39 anni, residente a Tripoli, sono indagati: Roberto Castiglione, nato a Taranto 47 anni, ai domiciliari; Antonio Filogamo, nato a Villaricca, in provincia di Napoli, 44 anni, ai domiciliari; Antonio Mosca, nato a Mesagne, 41 anni, ai domiciliari e Mario Ortelli, nato a Napoli, 40 anni, per il quale è stato disposto l’obbligo di dimora.

Le ipotesi di reato contestate sulla base di “gravi indizi di colpevolezza” partono dal contrabbando pluriaggravato di tabacchi lavorati esteri e di farmaco Cialis di provenienza estera, imbarco arbitrario di merci di contrabbando sulla nave militare Caprera, peculato d’uso, istigazione alla corruzione, corruzione per atti contrari ai doveri dell’ufficio e, infine, falso ideologico. Sospensione dal servizio per tutti i militari, con il rischio non solo che le accuse vengano formalizzate a conclusione delle indagini, ma che si apra un nuovo troncone relativo alle spese sostenute da un’altra unità della Marina Militare italiana.

 

IL CONTRABBANDO DI SIGARETTE: SACCHI NERI CON LA SCRITTA AMIANTO NELLA “CALA DIRETTORE”

Ad oggi la conclusione del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi, Vittorio Testi, è la stessa a cui è approdata la Marina,

“a diversi livelli di comando, a valle di tre distinte inchieste interne”.

La prima disposta dal comandante di Nave Caprera, la seconda dal capo della Squadra navale e la terza dal comandante in Capo dello Stato maggiore della Marina. Lo scenario è “sovrapponibile”. Il punto di partenza è l’introduzione nello Stato italiano di 690 chili di “bionde”, sigarette di contrabbando “in più occasioni, in orari notturni, sulla nave”. Le stecche di sigarette venivano nascoste in sacchi di colore nero, come quelli usati per l’immondizia: all’esterno c’erano scritte del tipo ‘attenzione, contiene amianto, respirare la polvere è pericoloso per la salute’. Stratagemma per scoraggiare l’apertura. Quei sacchi, stando alle indagini, venivano stipati all’interna della cosiddetta “cala direttore”, ossia il locale della nave destinato a raccogliere i pezzi di rispetto.

La scoperta risale alla notte tra il 15 e il 15 luglio 2018, nel corso di un conflitto interno all’equipaggio di nave Caprera, ormeggiata a Brindisi, tra i militari permanenti e quelli in temporaneo imbarco, a capo delle quali vi erano – rispettivamente – Alessio Scognamiglio e Roberto Castiglione. Nascondiglio identico per le scatole di Cialis, anche questo di contrabbando, poi in parte vendute ad appartenenti della Marina Militare Italiana e trovate negli armadietti di alcuni ufficiali e sottufficiali. La Nave Caprera doveva partire per Napoli, usuale porto di stazionamento, dopo essere stata inviata in missione a Tripoli, dal 31 marzo sino al 12 luglio 2018.

Era stata mandata in Libia, in sostituzione di nave Capri.

 

IL TENTATIVO DI INSABBIARE LA VICENDA E I MESSAGGI SU WHATSAPP

Il contenuto delle intercettazioni e della chat su WhatsApp e l’ascolto di persone informate sui fatti, hanno portato a contestare la proprietà del carico di “bionde” nei confronti di Corbisiero, ufficiale del Servizio Efficienza Naviglio della Base Marina Militare di Taranto. Tenta anche di “ritirare le sigarette dalla banchina di Brindisi, raggiunta a bordo di un mezzo militare, in compagnia di Mario Ortelli, graduato della Marina Militare di Taranto”. L’approvvigionamento avviene in Libia, una volta rientrati in Italia, “Corbisiero comprende i rischi connessi al ritrovamento delle stecche di sigarette, essendo perfettamente consapevole che all’interno della nave ve ne fossero altre”. A questo punto, nella ricostruzione dell’accusa, è lo stesso ufficiale che “offre al nostromo e tramite questi al resto dell’equipaggio, la parte più consistente del carico, chiedendo di intercedere con il comandante per convincerlo a insabbiare la vicenda”.

Questo è il testo del messaggio WhatsApp intercettato e trascritto nell’ordinanza:

 

“Ho chiamato per chiederti se domani posso passare per scusarmi da parte dei tecnici Sen e da parte mia. Nessuno di noi voleva metterti in difficoltà oppure creare problemi alla tua nave. Se vuoi vengo a Brindisi ora per parlare e togliere il materiale. Se vuoi e ci autorizzi, togliamo tutto in serata”.

 

IL NASCONDIGLIO E IL PASSAGGIO DALLA BOTOLA

Per stessa ammissione di un indagato, il mesagnese Antonio Mosca, “si può ragionevolmente ipotizzare che lo sbarco dei tabacchi avveniva tramite passamano dalla botola situata nel carruggetto dove si affacciano la lavanderia e la cala dei pezzi di rispetto”.

Le telecamere del sistema di videosorveglianza della Marina Militare di Brindisi, la mattina del 16 luglio 2018 riprendono Corbisiero e Ortelli su un Ducato al cancello d’ingresso di via provinciale per San Vito, nei pressi della sede della società partecipata Multiservizi. Entrambi liberi dal servizio: “Ritenevano di convincere il comandante del Caprera a lasciar portare via qualche piccolo bagaglio personale lasciato da Corbisiero”.

Le indagini hanno permesso di appurare che furono “Antonio Mosca e Antonio Filogamo ad effettuare il trasferimento in banchina delle buste, nella piena consapevolezza del contenuto”. Erano sette. La conferma arriva da un messaggio inviato tramite WhatsApp dallo stesso Mosca a un capo scelto, già in servizio presso la sezione di pg della Procura di Brindisi:

“Sono un po’ nella… c’è la capitaneria a bordo di nave Caprera, stavamo sbarcando dei pacchi ed erano sigarette”.

Non solo. Nel corso di una conversazione intercettata, “Mosca rappresentava al suo interlocutore che durante la permanenza in Libia, nessuno aveva mai opposto obiezioni alle condotte di alcuni componenti dell’equipaggio, tanto a determinare nella sua personale e discutibile prospettiva, il convincimento che vi fosse una sorta di benestare al compimento dei gravi fatti illeciti e che lui si riteneva vittima di una ingiustizia”.

Sempre il mesagnese “confidava al collega di aver saputo che anche da nave Capri, al rientro dalla missione Ex Nauras, era stato sbarcato un altro e più corposo carico di sigarette di contrabbando”.

 

DUE CHIAVI UFFICIALI E UNA TERZA UFFICIOSA

Il primo a fornire informazioni sulle formalità necessarie all’accesso alla cala, è stato il comandante Oscar Altiero, durante il verbale di sommarie informazioni reso al pm, il quale a specifica domanda sul numero di chiavi di accesso alla cala pezzi di rispetto ha riferito che quelle “ufficiali sono due”. Ma che “era stata rinvenuta una terza chiave non autorizzata nella segreteria del sistema nave”. Di conseguenza, il sistema di tracciabilità dell’uso delle chiavi della cala, stabilito con atto dell’ufficiale in seconda, “era stato bypassato”.

Il giorno in cui è emersa la presenza delle sigarette di contrabbando, la chiave non autorizzata, è stata trovata nella disponibilità di Antonio Filogamo.

 

IL GRUPPO WHATSAPP E LA FOTO CON LA TORTA

Le indagini hanno portato a scoprire l’esistenza di un gruppo su WhatsApp denominato S.N Caprera: “Dalla visione degli screenshot, si vedono chiaramente Roberto Castiglione, Marco Corbisiero e sullo sfondo i bustoni di colore nero”. Così come si vedono foto di “festeggiamenti legati all’imminente partenza dalla Libia di Corbisiero”: per l’occasione c’era una torta con il numero 100. Quella cifra, nella lettura data dall’accusa a livello indiziario è riconducibile “al profitto illecito realizzato durante la permanenza in Libia”.

Dalla chat emerge anche lo “stretto legame di amicizia tra Corbisiero e Castiglione” e che dietro “vi fosse il presunto interessamento del primo ad agevolare la domanda di trasferimento del secondo, circostanza ripetutamente emersa nel corso degli accertamenti. Ed è Castiglione a confidare le preoccupazione a un collega, dopo il rinvenimento delle sigarette:

“No, è capace che mi arresteranno assieme a tutto l’equipaggio del Caprera, no?”. E ancora:

“Un giorno mi vanno ad arrivare i carabinieri qua e mi porteranno via”.

 

IL RUOLO DEL LIBICO E LE SIGARETTE PAGATE CON SOLDI DELLO STATO ITALIANO

Un altro punto fermo dell’inchiesta è che “le sigarette a bordo di Nave Caprera furono vendute dall’Hamza”, per una somma di circa “22mila euro”. Corbisiero però non aveva a Tripoli la disponibilità dell’importo, “per cui è ragionevole ritenere che furono pagate con altro denaro”. La risposta data dal pm e condivisa dal gip è la seguente:

“Vennero di fatto pagate dallo Stato italiano e in particolare dalla Marina Militare, utilizzando la cassa di nave Caprera”.

Il prezzo è stato estrapolato dalla Guardia di Finanza ed è stato quantificato in difetto, arrivando a 22.335 euro. Prima o dopo il trasferimento sulla nave, la somma venne consegnata in contanti “non essendo praticabili altre modalità di pagamento e non essendo verosimile che un carico di quel valore, sia stato consegnato a titolo di liberalità”. Gli accertamenti bancari sui conti correnti intestati a Corbisiero hanno conclamato il fatto che “né prima né dopo l’arrivo in Italia della nave, denaro di quelle proporzioni era uscito”.

Sugli stessi conti, non è stata colta traccia neppure di bonifici che tra l’altro avrebbero dovuto fare i conti con l’inesistente sistema bancario in Libia”.

 

IL SISTEMA DELLE FATTURAZIONI

La provvista di denaro “venne costituita da Corbisiero e dall’Hamza tramite fatturazioni per operazioni inesistenti, attingendo dalla cassa della nave”. La conclusione è suffragata non solo dall’ascolto di persone, ma dall’acquisizione documentale in base al quale è possibile affermare che le “riparazioni del naviglio libico venne quasi esclusivamente fornito dalla sedicente Altikka for service, impresa riconducibile al maggiore della guardia costiera libica, Ben Adulad Hanza Mohamed B. La stessa società capace di rifornire anche di sigarette, ciabatte, dentifrici, spazzolini e pillole deputate a sostenere la virilità maschile.

Hamza, dal canto suo, per i “servigi resi, pretendeva un lauto ritorno economico, conseguito mediante il sovrapprezzo sugli acquisti che faceva”. Prezzi altissimi, fuori mercato per lo scenario libico, stando a quanto emerge dalle fatture e a quanto è stato confermato da un ufficiale libico, ascoltato presso la scuola nautica di Gaeta. Talvolta anche ricorrendo a fatturazioni per operazioni inesistenti.

“Le indagini – ha scritto il gip – hanno fatto emergere un ulteriore aspetto del meccanismo e cioè che i pezzi di ricambio non vennero fatti arrivare a Tripoli dall’Italia, perché Hamza ebbe l’abilità di proporre al comando delle navi italiane, un prezzo inferiore a quello che, per il pezzo di ricambio, sarebbe stato richiesto in Italia ma comunque significativamente superiore al prezzo praticato sul mercato libico”.

Un altro ufficiale libico ha segnalato anche “numerose criticità e anomalie sulle fatture”: la mancanza di un numero di telefono, il timbro “ambiguo”, la data sempre la stessa.

“Si vede che sono state fatte da un principiante”, si legge nel verbale dell’interrogatorio. Ma soprattutto, “nessuna di esse ha come oggetto la fatturazione di attività di mediazione o intermediazione finalizzata all’acquisto, ma direttamente la vendita dei più disparati beni e servizi”.

 

L’AMBASCIATA D’ITALIA A TRIPOLI E LE NAVI LIBICHE FERME NONOSTANTE LE RIPARAZIONI

Hamza mai avrebbe potuto presentarsi nella sola qualità di ufficiale tecnico della guardia costiera libica, al comando di nave Caprera e chiedere di essere remunerato per il tempo impiegato per il reperimento del pezzo di ricambio. “Avrebbe, invece, potuto conseguire tale risultato portando sulla nave fatture anche false in tutto o in parte”. Fatture che l’addetto per la difesa dell’ambasciata d’Italia a Tripoli, Batruna Ahmed, ha definito “carta straccia”: “Non c’è alcuna informazione, chiunque mi può mettere al computer e farne uguali”. Anche in Libia, le fatture devono contenere tutti gli elementi identificativi della ditta.

Ulteriori anomalie sulla Altikka for service sono emerse con riferimento alle riparazioni su sei navi libiche: Batruna Ahmed ha riferito che a “fronte di una spesa per le manutenzioni del naviglio ci quasi 60mila euro, sostenuta da nave Capri, a seguito di una riunione tecnica, si appurò che le stesse unità erano ancora ferme”. L’ufficiale che subentrò a Corbisiero, Valentino Gullo, hanno dato “ulteriore coerenza” ai risultati delle indagini: “Ho notato che il predecessore tendeva ad acquistare in quantità più abbondanti e questo è stato motivo di diverbio tra noi”, si legge nel verbale dell’interrogatorio. “Ho chiesto che i vertici della Guardia Costiera e Marina libica certificassero in qualche modo il buon esito delle operazioni di riparazione e durante gli incontri periodici con le autorità libiche emerse il loro disappunto circa l’operato del mio predecessore”. Il motivo: “Lamentavano, nonostante i numerosi interventi di riparazione, l’inefficienza delle unità navali. Al mio arrivo a Tripoli ho trovato solo una nave libica pienamente efficiente. Alla mia partenza, ho lasciato al mio successore, 12 navi, tutte efficienti”.

Se è vero che l’iter di acquisto dei pezzi di ricambio prevedeva scansioni e coinvolgeva più soggetti, il procedimento aveva di fatto un solo protagonista: Corbisiero. Era lui – è scritto nell’ordinanza – che “riceveva le presunte richieste di assistenza e manutenzione dal comando naviglio libico, verificava il tipo di intervento necessario, lo segnalava al suo comando per essere autorizzato alla spesa ed era consapevole che in qualità di responsabile era l’unico che avrebbe potuto sindacare le reali esigenze di manutenzione e infine, dopo aver ricevuto le forniture richieste da una sedicente impresa riferibile a un maggiore della guardia costiera libica, sottoscriveva la dichiarazione di buona provvista e regolava il pagamento delle fatture”. Corbisiero, inoltre, per un certo periodo di tempo rivestì anche il ruolo di presidente della Commissione di verifica dell’impiego diretto dei materiali. Controllore e controllato, quindi, erano la stessa persona.

 

IL PROGRAMMA I-PHONE PER LA TRADUZIONE DALL’ARABO ALL’INGLESE E L’AMICO FRIZ

Le fatture della Altikka for service erano in lingua araba e venivano tradotte in italiano. Singolare, poi, che la procedura di riparazione di sei unità libiche sia avvenuta nell’arco di 24 ore, il 2 gennaio 2018, e che le rispettive fatture presentino “gli stessi vistosi errori ortografici, circostanza che induce a ritenere che gli stessi provengano dalla stessa mano, presumibilmente quella di Corbisiero”.

Stando al contenuto di alcune intercettazioni, veniva usato un programma per I-Phone in grado di scannerizzare le parole in arabo per tradurle in inglese. Bisognava conoscere l’inglese per tradurre in italiano.

In altre conversazioni ascoltate fra due ufficiali della Marina Militare (non indagati), si parla delle unità navali riparate durante la permanenza del Capri in Libia: “Tutte le aggiustava, tutte a mare stavano, la flotta più efficiente del mondo, neanche concorrenza agli Stati Uniti, qualsiasi avaria venivano prontamente risolta”.

Corbisiero in una di queste telefonate viene definito “amico Friz”:

“Ha un avvocato buono che gli dice di tenere la bocca chiusa… che non si tolga qualche sassolino”.

 

IL DANNO D’IMMAGINE PER LO STATO ITALIANO

Nei suoi confronti, per il gip sussiste il pericolo concreto e attuale che possa commettere in futuro reati della stessa specie. Condotta grave per “aver ordito, pianificato ed eseguito reati non esitando ad approfittare di una nobile missione internazionale deputata a limitare il traffico di esseri umani dalla Libia all’Italia, tra le più prestigiose e vitali dello Stato che in virtù di queste condotte è rimasto esposto a un enorme danno d’immagine, sia all’interno dell’amministrazione che all’esterno”. Sempre secondo il gip, Marco Corbisiero ha “approfittato della missione per appropriarsi del denaro dei contribuenti italiani, destinato a potenziare la forza di intervento della guardia costiera libica contro il turpe traffico di minori, anziani, donne di tutta quella umanità disperata che, quotidianamente e da lungo tempo, identifica quel tatto di mare come univa via per dare voce alla speranza”. Una eccezione rispetto al lavoro svolto con dedizione dai militari della Marina militare.

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