Felice

di Barbara Toma

 

Il mondo va verso la rovina: la plastica invade ogni luogo, sappiamo ormai per certo di ingerirne un po’ ogni volta che mangiamo qualcosa.

Ci hanno dato un limite: il 2050.

Anno in cui la quantità di plastica nei mari supererà quella di pesci.

Anno in cui le mie figlie, se tutto va bene, avranno rispettivamente 40 e 34 anni.

Io probabilmente non ci sarò più, ma loro avranno l’età in cui tutto ciò che hai fatto si condensa, si raccolgono i frutti dello studio, del lavoro, un età in cui si è donne al 100%. Forse avranno già realizzato alcuni sogni, forse saranno innamorate, forse avranno dei figli…

 

Continuiamo tutti ad immaginare il futuro dei nostri figli come qualcosa di plausibile, di reale,

ma lavoriamo ogni giorno per far sì che per loro non ci sia alcuna speranza.

È già troppo tardi.

Dovevamo fermarci ieri.

Leggo di persone che, da sole, riescono a fare gesti importanti per il mondo intero.

Una coppia brasiliana che si è dedicata alla ricostruzione di una foresta riuscendo a piantare 2 milioni di alberi in 10 anni.

Una ragazza americana che è riuscita a ridurre la sua produzione di rifiuti a tal punto da arrivare a produrre solo un barattolo di spazzatura all’anno.

Gruppi di amici che passano la domenica mattina a ripulire le spiagge o i boschi dall’immondizia.

 

Io sono consapevole di essere colpevole, certo, cerco di riutilizzare le bottigliette d’acqua, di non sprecarla, porto una busta da casa per fare la spesa, rifiuto ogni imballaggio extra per frutta e verdura, faccio scrivere il nome sui bicchieri alle feste, ma non basta, è pochissimo, e dovrei iniziare a fare molto di più. Vivo con questa consapevolezza ma continuo a procrastinare un cambiamento radicale della mia vita e delle mie abitudini e accumulare sensi di colpa.

Mi illudo anch’io di avere tempo. Non sono utile e non ne vado fiera.

 

La natura piange,

il mondo si surriscalda,

gli animali muoiono, le specie si estinguono,

presto ci estingueremo anche noi,

ed è anche colpa mia.

 

Ma ultimamente, e chiedo perdono per la sfacciataggine, ammetto di essermi anche vergognosamente crogiolata nella conseguenza di questo scenario apocalittico: tutto questo scempio mi ha permesso di godere di un autunno che sembrava non avere fine. E io, senza alcun pudore, ne sono stata felice.

Quest’anno, a parte esser riuscita a svincolarsi ogni tanto, giusto quel paio d’ore per ricordarci la sua esistenza, l’estate è rimasta imprigionata altrove (per esempio in India, dove al momento si stanno letteralmente sciogliendo e le temperature toccano picchi di 50 gradi in questi giorni).

 

È stato bello credere che non sarebbe mai più arrivata, ma ora è qui.

 

Ho sempre odiato l’estate, dacché ne ho ricordo l’estate per me è sinonimo di negatività.

 

Odio l’estate.

 

Volgare tripudio di carne al vento,

orgia di umori.

Disturbo.

 

Impossibilità di nascondersi, di camuffarsi,

obbligata a fare i conti con il mio corpo; martoriato, ferito, malconcio.

L’estate al sud,

infinito capodanno

con tanto di ventilatori, aria condizionata, zanzare, scarafaggi e sabbia nel letto.

 

Odio l’estate

tutti in vacanza e noi terroni sempre qui.

 

Qui dove i turisti sognano di poter vivere,

qui dove vivere è una battaglia continua.

 

Una stagione infausta come quella estiva ha ben pochi lati positivi, ma puoi star certa che da mamma single non ne potrai godere.

Tanto che un giorno ti ritrovi addirittura a desiderare ciò che hai sempre ripugnato: la vacanza nel villaggio turistico per famiglie (con baby parking, baby dance, pranzi e cene, tutto compreso nel pacchetto).

Era estate  anche quando ho perso il mio unico, odiato e amato, punto di riferimento

(che non poteva che andarsene col caldo).

 

Sono passati 15 anni e, a furia di rinascere, non sono neanche più la stessa.

Ma due cose restano sempre:

odio l’estate, mi manca Antonio.

 

Le mie estati più belle le ho passate lontano dal mare.

Chiusa nelle sale, a studiare o a provare,

chiusa nei teatri a lavorare.

 

Io ballo e faccio ballare, è questo quello che so fare.

E la danza rende felici.

 

E allora io schivo tutto il mio disgusto e mi concentro sui corpi, sui gesti, sull’incontro.

Lontano dal sole e vicino alle persone.

Trasformo la mia negatività in qualcosa di costruttivo,

cerco di riscattarmi e mi rendo utile a mio modo.

 

E intanto la scuola finisce

i bambini festeggiano

appena si ha un po’ di tempo libero si corre a fare un tuffo in mare.

 

È iniziata l’estate

e io lavoro ogni giorno, tutto il giorno. Vado incontro ad una stagione ricca di laboratori, residenze, prove e nuovi progetti.

 

È iniziata l’estate e non potrei essere più felice.

 

 

“L’importante è dare felicità alle persone”

Nelson Mandela

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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