Il fantasma del Regina Pacis

La storia del Regina Pacis è una storia di predominio sulle cose e le persone.

I suoi muri grondano sangue e ingiustizia. Il terreno era di proprietà pubblica e fu ceduto dal Comune alla parrocchia di Lizzanello che lo richiedeva, in considerazione dell’“alto scopo morale, educativo e assistenziale” e considerato “il vantaggio per la popolazione, per l’istituzione e la costruzione di una colonia marina per bambini poveri di Melendugno e Lizzanello”.

Don Cesare Lodeserto (Foto: Corriere del Mezzogiorno)

La colonia estiva per i bambini fu costruita, finché l’emergenza migranti degli anni Novanta non spinse la Curia vescovile di Lecce a trasformarla in Centro di accoglienza. Fu ristrutturato e ampliato con soldi pubblici, diversi miliardi di lire. A dirigerlo: don Cesare Lodeserto, che fuggì, pardon, fu inviato dalla Curia, in Moldavia, evitando così di dover scontare cinque anni e quattro mesi di galera per sequestro di persona, estorsione e calunnia. Reati compiuti all’interno del Regina Pacis contro i migranti.

Uno dei passaggi significativi della sentenza: “È emerso chiaramente che, oltre ad aver tenuto condotte illecite direttamente rivolte ai magrebini, Lodeserto abbia assistito alle violenze perpetrate dai suoi sottoposti. Egli non le ha impedite, non le ha inibite e non le ha denunciate poiché non solo le approvava, ma le aveva autonomamente poste in essere, costituendo un esempio negativo per i suoi stessi collaboratori i quali erano, pertanto, implicitamente autorizzati a compiere atti lesivi”.

Lodeserto deve anche restituire allo Stato quasi 133mila euro. Per altri reati è stato assolto, altri sono stati prescritti. È in corso il processo per truffa aggravata allo Stato: è stato condannato in primo grado col rito abbreviato ad un anno e quattro mesi per aver distratto 230mila euro, destinati a sostenere le donne moldave vittime di tratta. Il Regina Pacis, ora abbandonato, è stato venduto dalla Chiesa alla famiglia di imprenditori Semerano, che vuole farne un resort di lusso. Ma siccome c’era quel piccolo vincolo relativo al fatto che, essendo bene pubblico donato alla Chiesa, si sarebbe dovuta mantenere una destinazione “per i bimbi poveri”, il Comune di Melendugno ha fatto la cortesia di eliminarlo, con delibera comunale.

Eliminato il vincolo di destinazione d’uso per “i bimbi poveri”, i Semeraro l’hanno venduto a Giancarlo Mazzotta, sindaco di Carmiano, accusato dalla Procura di Lecce di vari reati ma soprattutto di estorsione aggravata da metodo mafioso. Non c’è fine alla beffa, vero? Mazzotta vuole farne un resort di lusso.

Rimane ancora il vincolo paesaggistico, essendo stato edificato sugli scogli. Ma anche a quello (forse) si troverà rimedio. È l’Italia, bellezza. M.L.M.

 

di Thomas Pistoia; foto: La Repubblica

La medium dagli occhi chiari e dalla pelle rugosa guardò sconsolata l’amministratore delegato del Grand Hotel a 5 stelle. Era evidente che l’uomo non credeva assolutamente nelle sue facoltà. Lei, arrotolandosi con un dito un ciuffo di quei capelli che le erano rimasti misteriosamente biondi, dimostrò di non curarsi della sua miscredenza. E prima con lo sguardo, poi con la voce, facendo sfoggio del suo linguaggio oxfordiano, decise di tradurre in parole il concetto che faticava a trattenersi dall’esprimere.
– Voi siete proprio cugghiuni! – esclamò.

Il burocrate sobbalzò, la sua bocca si mosse come a voler replicare, ma le parole non gli venivano fuori. Sudava. E sudava da quando quella malefica donna, quella macara, era entrata apostrofandolo per nome senza conoscerlo e gli aveva consigliato di telefonare a sua moglie.
– La sua signora ha chiamato l’idraulico! E in casa non ci sono guasti!
Dopo una breve quanto violenta discussione al cellulare con la consorte, l’uomo, imbarazzato, era tornato e aveva finalmente chiesto alla vecchia la consulenza per la quale i proprietari dell’albergo l’avevano fatta venire fin lì.

Quella, dopo alcuni minuti di concentrazione, aveva sentenziato in quel modo così poco ortodosso e ora stava sviluppando meglio il suo pensiero, reiterando, a tratti, il concetto portante del suo discorso.
Signoremmio, quanto siete stati cugghiuni! Ma avete la minima idea di dove avete costruito? Lo sapete cosa succedeva qui, prima che voi tiraste su tutto stustucasinu? Il Regina Pacis, c’era.
– Signora, perdoni – disse l’AD, cercando di mantenere la pazienza – Potrebbe essere più chiara? La proprietà mi ha ingiunto di chiamarla perché, come le ho spiegato, stiamo perdendo una marea di clienti. Arrivano e dopo la prima notte scappano via. Dicono di vedere oggetti che si spostano, sentono urla, rumori, colpi… Ma che diamine! Questa è una costruzione avveniristica, non un castello antico! In un intero edificio fatto di vetro, non possono esserci mica, ammesso che esistano, i fantasmi!
– Siete proprio dei…
– Signora! Per piacere!
– Va bene, va bene. Mi lasci concentrare.

La macara fece un respiro profondo, poi un altro. Socchiuse gli occhi e corrugò la fronte. Quell’espressione era una sorta di “effetto neve”, come quello che facevano i vecchi televisori quando cercavano un canale. Ecco, lei adesso era come un’antenna.
– Vedo… Vedo che il terreno su cui voi avete costruito questo obbrobrioso albergo, un tempo, era un CPT, un Centro di Permanenza Temporanea per migranti. A dirigere questa struttura c’era un… un prete, che si comportava come una sorta di kapò in un lager… Anzi, no. Proprio questo era diventato, il Regina Pacis: un lager. Botte, maltrattamenti, abusi e soprusi di ogni genere, perpetrati dal prete con l’aiuto dei suoi collaboratori e di alcuni carabinieri. Insomma, qui dove c’è ora il vostro hotel della madonna, prima c’era un un luogo di orribile prigionia.
La vecchia tacque, la concentrazione si fece più profonda, fino a diventare trance. Inclinò il capo, come se alle sue orecchie stesse giungendo un rumore, poi sbarrò gli occhi e la voce le divenne maschile. Cominciò a parlare un italiano stentato, con accento straniero.

– Tu perché vuoi costringere me a mangiare carne maiale? Tu sai che io non posso. Perché punisci? Io scappato da qui per andare in Germania! Voi tenermi qui da mesi… Che fare io qui? Io ho famiglia in Germania!
L’AD guardava la vecchia e non capiva se quel brivido che sentiva percorrergli la schiena fosse terrore, oppure nella stanza era veramente calato un gelo innaturale. La donna prese a sputare e a emettere gorgoglii come se stessero cercando di infilarle in bocca qualcosa. Poi urlò, come se qualcuno la stesse picchiando, mentre sul suo volto comparivano lividi e contusioni che, dopo pochi minuti, svanivano.
– Basta! Basta botte! Per favore, Don Cesare, non picchiarmi più! Ah! Mi fai male! Non sbattere mia testa contro muro! No, i carabinieri, i carabinieri no! Ah!

La voce tornò ad essere femminile, ma non era comunque la sua.
– Don Cesare, io lavorato. Lavorato tanto. Non riesco alzarmi. Male schiena, io sollevato mobili. Troppo pochi soldi. Io fatto come tu hai detto. Se viene polizia mi nascondo. Male schiena, mobili troppo pesanti.
Poi la medium sembrò addormentarsi, ma si svegliava più volte, di soprassalto, terrorizzata. E parlava di nuovo con voce maschile.
– Per favore… Non svegliare più. Lasciami dormire.
– Signora?
L’AD, intirizzito, scosse la donna. Mentre parlava, disegnava nell’aria nuvole di fiato.
– Signora, mi sente?
La vecchia tornò cosciente. Sembrava piuttosto provata. La temperatura della stanza tornò a salire, fino a tornare normale.

– Le botte. Dio, quante botte! I migranti erano troppo terrorizzati per parlare. La minaccia a cui erano sottoposti era “se parli, da qui non esci più“.
Riprese poi il tono energico che le era solito.
– Giovinotto, io non voglio fare la saccente, ma qui, in ossequio alle leggi Turco-Napolitano e Bossi-Fini, si violavano, oltre ai più elementari diritti dell’uomo, anche almeno sei articoli della nostra Costituzione. Per la precisione il due, il tre, il tredici, il sedici, il ventiquattro e il trentadue!
– Signora, io la ringrazio per questa lezione di storia e di diritto, ma, ecco, vorrei sapere come risolvere il problema dei… fantasmi.
Taccia e mi faccia terminare. Non vuole sapere che fine fece il prete?
– Non credo di avere scelta – sospirò l’uomo.

– Infatti. Orbene, dopo diversi processi e sentenze, fu condannato. Lei mi chiederà: è andato quindi in galera? Ma ovviamente no! La curia lo ha mandato da qualche parte nell’Est, non tornerà in Italia mai più. E lì dove sta ora ha pure aperto altri Regina Pacis!
La medium si interruppe e si fece il segno della croce.
– Signora… – L’AD non ne poteva più, aveva bisogno di una risposta da riferire alla proprietà.
– I fantasmi… – riprese la donna – No, qui non ci sono fantasmi nel senso stretto del termine. Per fortuna, in quegli anni, nessuno degli ospiti perse la vita in modo violento. Qui abita lo spettro del dolore patito da quella gente, il che è molto peggio. Il terreno su cui è stato costruito questo albergo di lusso è impregnato di sofferenza. Il dolore di un profugo non ha inizio, né fine, amico mio. E’ fatto di paura, di disperazione, di solitudine, di morte. E’ un lutto perenne. Anche quando il sogno si avvera e il migrante trova una casa, una nuova terra da chiamare “il mio Paese”, il cuore resta spezzato da ciò che ha dovuto abbandonare.
– E cosa possiamo fare? C’è una formula, un rito, una cerimonia, un esorcismo che spezzi la maledizione? – chiese l’uomo, che ora, quasi quasi, cominciava a crederci un pochino, in queste cose.

La macara si fece scura in volto e rispose secca, con gli occhi chiusi in un moto di tristezza.
– No. No, non c’è più niente da fare.
Poi riaprì le palpebre e rivolse lo sguardo verso il suo interlocutore, che, improvvisamente, cominciò a sentirsi a disagio. Era come se la vecchia gli stesse leggendo dentro.
– Voi non avreste mai potuto costruire qui tutto questo… orrore! – l’espressione si fece ostile – Avete preso in giro l’opinione pubblica parlando di “ecocompatibilità” dei materiali, avete detto che avreste “modificato le volumetrie”… E siete riusciti a insozzare una delle più belle coste del Salento.
L’amministratore delegato non credeva alle sue orecchie. Prese a tremare, soggiogato dagli occhi della vecchia.
– Ma come… Come fa a sapere?
– Avete propagandato paroloni tecnici, nascondendo l’unica verità: questo albergo, in realtà, è abusivo!
La donna tacque di nuovo per qualche minuto. Si calmò. L’AD restò lì, in piedi, spaventato. Non sapeva cosa dire.

– I fenomeni che hanno fatto scappare i vostri clienti – riprese la medium – stanno per terminare. Siete arrivati ormai al punto di non ritorno. Al disastro finale.
– D-disastro finale? – ripeté l’uomo.
– Voi siete proprio cugghiuni!
La vecchia si alzò e si avviò verso l’uscita.
– Dove va? – chiese l’AD.
– Non posso fare niente per voi, me ne vado. Non si disturbi, conosco la strada.
L’uomo la guardò trascinarsi verso la porta e uscire senza un saluto.

Qualche giorno dopo, un suono simile a quello di un’unghia che graffia una lavagna, ma mille volte più potente, attraversò l’aria. Penetrò, lunghissimo, nelle orecchie e nelle anime, costringendo chiunque a rannicchiarsi al suolo. Il mare si sollevò fino a fare ombra sulla scogliera e, nello stesso momento, tutti vetri esplosero.
Migliaia di frammenti si sparsero intorno, mentre i clienti e i dipendenti di uno dei più lussuosi alberghi mai costruiti si davano alla fuga in preda al panico.
Dopo, il silenzio, che durò giusto il tempo di consentire al vento si portare fin lì l’urlo delle sirene.
All’amministratore delegato che, stravolto, guardava dalla strada il relitto dell’edificio sventrato, senza più le pareti esterne, tornarono alla mente le parole della medium: “qui abita lo spettro del dolore patito da quella gente… Il dolore di un profugo non ha inizio, né fine”.
Tra le macerie, sbucata fuori da chissà dove, spiccava le vecchia insegna del CPT.
Un cubitale “CASA REGINA PACIS”. In stampatello maiuscolo.
Color verde mare.

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Info sull'autore

Thomas Pistoia

Nato a Torino nel 1971, ha vissuto la sua giovinezza in quel di Presicce. Scrittore, sceneggiatore e poeta, ha pubblicato racconti, poesie e canzoni. Per Ofelia Editrice ha pubblicato il romanzo "La leggenda del Burqa". Per la Sergio Bonelli Editore ha scritto storie per Nathan Never e Zagor. Ha collaborato con Astorina per alcune storie di Diabolik.

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