Il nostro caldo Nord-Est

libere considerazioni su storie eversive più o meno vere

Molti episodi eversivi e secessionisti hanno origine nelle regioni del nord-est italiano. In alcuni casi sono più decifrabili, in altri meno.

Sono trascorsi quasi 17 anni tra l’occupazione del campanile di San Marco a Venezia da parte dei Serenissimi avvenuta a cavallo tra 8 e 9 maggio 1997 e l’arresto, lo scorso 2 aprile, del gruppo separatista che costruiva il proprio artigianale carro armato nel bresciano. Che si tratti di fatti politicamente e socialmente poco rilevanti è abbastanza evidente. Nonostante i tentativi di farli apparire come guerriglieri animati da patriottici (nel senso secessionista del termine…) valori, si tratta solo di poco più di un dopolavoro di persone fin troppo convinte delle loro idee. Ma forse vale la pena analizzare, anche solo superficialmente e velocemente, il fenomeno emerso un mese fa in seguito all’indagine della Procura di Brescia. Una domanda sorge spontanea: ma veramente questi tizi credevano di riuscire a fare la rivoluzione? Veramente pensavano sarebbe bastato un trattore camuffato per convincere la popolazione a battagliare al loro fianco? Veramente speravano di farla franca nell’epoca delle intercettazioni totali e globali? Un conto era organizzare azioni carbonare nell’800 un conto è farlo ora. Se realmente i 24 separatisti lombardo-veneti speravano di farla franca allora siamo di fronte ad un bell’esempio di delirio collettivo. Altrimenti qualcuno deve aver garantito protezioni. Non necessariamente deve trattarsi di qualche esponente di primo piano della politica o dello Stato, ma qualcuno che riuscisse ad essere credibile agli occhi di 24 persone di media intelligenza. Non necessariamente si deve ricorrere a teorie del complotto: eventuali protettori potrebbero essere animati dalle più diverse ragioni. Magari starebbero veramente progettando un’azione armata per “liberare” il Veneto e hanno provato a mandare in avanscoperta un gruppo di sprovveduti per saggiare le reazioni. Oppure si voleva dare il colpo di grazia alla credibilità di formazioni politiche separatiste e secessioniste, accusandole falsamente di collegamenti con questi guerriglieri da osteria. La storia recente è piena di protettori più o meno occulti che infiltrano gruppi politici – generalmente i meno organizzati e i più collettivistici nella loro gestione – promettendo rivoluzioni, azioni armate, colpi di stato, salvo sparire nel momento in cui le azioni criminali sono scoperte. Soprattutto in Veneto e nel nord-est d’Italia in generale. Il pensiero va alla Rosa dei Venti, organizzazione occulta operante essenzialmente in Veneto nel pieno della guerra fredda. Da molti, addirittura, considerata organica alla NATO, come Gladio. Ad essa facevano riferimento molti personaggi, da Amos Spiazzi a Roberto Cavallaro i cui nomi ritornano in decine di inchieste e procedimenti giudiziari degli anni di piombo. Spiazzi, morto nel 2012, era un ufficiale dell’Esercito, uomo dei servizi, è stato spesso usato come collegamento tra le forze armate italiane e l’eversione nera. Cavallaro è stato un personaggio ancora più particolare: godeva dello status di magistrato militare pur senza esserlo e, grazie a questa qualifica entrava e usciva a piacimento da molte caserme italiane. Entrambi avevano il proprio centro d’azione a Verona. Sede del Comando delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa, tra il 1954 e il 2004, Verona, fino al 1987, ospitava anche il Reparto di Supporto Psicologico dell’Esercito. Specializzato in guerra psicologica e propaganda, era in prima linea, ovviamente, contro la minaccia comunista dell’est europeo. Molte delle stragi italiane di matrice nera ruotano attorno alla Rosa dei Venti, a Cavallaro e a Spiazzi. I depositi segreti di Gladio, i famosi Nasco, erano distribuiti essenzialmente nel triveneto e la strage di Peteano del ’72, dove gli ordinovisti Vincenzo Vinciguerra e Carlo Cicuttini uccisero tre carabinieri e ne ferirono altri due, fu probabilmente organizzata proprio con esplosivo proveniente dagli arsenali di stay behind. La storia del nord est italiano, almeno negli ultimi decenni, è ricca di eventi poco chiari. Durante la guerra fredda ciò trovava origine nella posizione geografica di confine con il blocco del Patto di Varsavia e nella pesante presenza di basi NATO. Militari e servizi italiani hanno sfruttato questa situazione per infiltrarsi in diverse organizzazioni estremiste politiche, millantando appoggi e coinvolgimenti della NATO, spingendo verso azioni di terrorismo per destabilizzare (o stabilizzare) la società italiana. Immaginare progetti così articolati dietro gli attuali separatisti veneti, pare eccessivo. Ma è bene non dimenticare ciò che è avvenuto e che, purtroppo, ancora non ha trovato delle responsabilità giudiziarie in moltissimi casi. Ma la verità storica sta emergendo con forza. I magistrati di allora raccontano oggi, in decine di libri, ciò che hanno scoperto. E i fatti iniziano a distinguersi con chiarezza. Di certo rimane che un pezzo d’Italia, quello che più tardi di tutti si è unito alla Nazione, continua a conoscere episodi poco chiari. Non può trattarsi solo di un fatto geografico, oggi che i blocchi politici internazionali del secolo scorso sono crollati e che, soprattutto, le nuove tecnologie hanno riscritto i reali confini tra popoli e nazioni. Possono esserci considerazioni storiche: un territorio che da meno tempo fa parte di una nazione può essere meno patriottico. Possono esserci considerazioni sociali. Il nord est ha conosciuto uno sviluppo economico unico nella storia di Italia. Oggi è tra i territori che maggiormente risentono della crisi economica. E nella povertà e nel disagio sociale è sempre più facile far crescere sentimenti anti istituzionali e anti patriottici. I tempi della storia ci diranno se le coincidenze avvengono per caso, come è sempre possibile, oppure no.

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