Scalia, Schiavone non è la fonte della verità

 

//PALAZZI ROMANI. Intervista a Massimo Scalia, Presidente della Commissione d’Inchiesta sul traffico illecito dei rifiuti che nel 1997 ascoltò Carmine Schiavone

Di Salvatore Ventruto //PALAZZI ROMANI. “Forse più che preoccuparsi del fatto che la Camorra possa lucrare sulle bonifiche bisognerebbe invece preoccuparsi di farle fare le bonifiche, visto che si attendono da decenni. Non vorrei che questa preoccupazione diventasse un alibi per amministratori locali e Governo per non procedere al risanamento del territorio”. Con queste parole Massimo Scalia, Presidente della Commissione d’Inchiesta sul traffico illecito dei rifiuti che nel 1997 raccolse la testimonianza di Carmine Schiavone, riporta l’attenzione sulla necessità che si avvii il prima possibile la bonifica delle zone inquinate. Nel corso dell’intervista rilasciata a “Il Tacco D’Italia”, riferendosi all’ex boss dei Casalesi, Scalia si dice stupito del fatto che nelle ultime settimane “un criminale che ha stuprato il territorio sia diventato una specie di fonte della verità”. “Senza pendere dalle labbra di Schiavone – continua – forse sarebbe meglio andare a vedere i documenti prodotti dalla mia commissione, da sempre disponibili on line sul sito della Camera dei Deputati”. E sull’inserimento della fattispecie del delitto ambientale come Titolo V del Codice Penale aggiunge: “molti componenti della mia Commissione presentarono sia alla Camera che al Senato Proposte e Disegni di Legge, prendendo spunto non dai soliti paesi del Nord Europa ma da Grecia, Spagna, Portogallo che già nel 1997 prevedevano questo reato nel Codice Penale. Quando però l’esame di uno di questi Disegni di Legge venne assegnato congiuntamente alle Commissioni Ambiente e Giustizia, con il chiaro obiettivo di rallentarne l’iter, capimmo che non c’era la volontà politica di approvarlo. Abbiamo un ritardo mostruoso. Ed è un ritardo letale”. Il pentito Carmine Schiavone nel 1997 davanti alla Commissione d’Inchiesta da Lei presieduta rivelò che agli inizi degli anni novanta il Salento ma anche le province di Foggia e Bari erano già da alcuni anni “teatro di discariche nelle quali si conferivano rifiuti che venivano da fuori”. La Commissione d’inchiesta della scorsa legislatura, con Presidente Gaetano Pecorella, sottolineò nella sua Relazione Finale il rischio che “la criminalità campana, con la complicità di quella pugliese, trasformasse la Puglia in un luogo di destinazione di rifiuti di vario genere e provenienza”. La Politica avrebbe potuto “arrivare in tempo” ed evitare che la situazione diventasse irrecuperabile ma la testimonianza di Schiavone fu secretata. Cosa ricorda di quei giorni? A dire la verità mi stupisce molto che un criminale che ha stuprato il territorio sia diventato una specie di fonte della verità. In fin dei conti sarebbe bastato leggere le relazioni regionali e sui traffici illeciti di rifiuti prodotte fino al 2001 dalla mia Commissione, frutto dei numerosi sopralluoghi effettuati in tutta Italia, per rendersi conto che accanto alla direttrice più nota, quella che da Nord va a Sud passando per la cosiddetta “Terra dei Fuochi”, c’era anche una direttrice adriatica. Noi trovammo ad esempio rifiuti tossici in Abruzzo e smaltimenti illegali in Puglia, dandone conto nelle nostre relazioni che sono sempre stati documenti pubblici. Quindi senza pendere dalle labbra di Carmine Schiavone forse sarebbe meglio andare a guardare i documenti prodotti dalla mia commissione, da sempre disponibili on line sul sito della Camera dei Deputati. Noi, essendoci un’indagine in corso della Magistratura, fummo costretti a secretare la testimonianza di Schiavone per non intralciare il lavoro dei magistrati. Lei in una recentissima intervista ha fatto riferimento alle bonifiche necessarie che andavano fatte e alle quali invece non si è dato corso. Alcune settimane fa la Procura Nazionale Antimafia ha lanciato l’allarme sul possibile attuale tentativo della Camorra di inserirsi nelle operazioni di bonifica di alcuni siti e di guadagnarci ulteriormente. Come si può evitare questa ennesima beffa ai danni dei cittadini? Quindi per evitare la beffa non dovrebbero farsi le bonifiche? Francamente penso che le bonifiche debbano essere fatte ed il primo passo per farle è la caratterizzazione del suolo e delle acque, al fine di capire esattamente il tipo di inquinanti presenti nel suolo e nella falda acquifera. Questa prima analisi, che richiede l’impiego di professionisti, tecnici ed esperti che vadano in giro a monitorare l’area con mezzi idonei, rende come minimo consapevoli della situazione esistente e fornisce allo stesso tempo la strumentazione per poter intervenire in sede di bonifica. Certo, se passando poi alla vera e propria attività di bonifica si configurano interventi di imprese che hanno la strumentazione adeguata per farla mi sembra francamente molto ingenuo scoprire che laddove la criminalità organizzata ha un forte controllo sul territorio tutte le attività che si fanno in quel territorio sono assoggettate ad un suo intervento. E allora? Non vorrei che scoprissimo l’acqua calda. Sono quarant’anni che Camorra, ‘Ndrangheta, Mafia e Sacra Corona Unita quando sono forti nel loro territorio impongono il pizzo e decidono le imprese che devono e non devono lavorare. Sulle imprese che devono occuparsi delle bonifiche devono esserci controlli molto più forti, sia sui bandi sia potenziando le capacità di intervento delle forze addette al contrasto. Si tratta di mettere in campo tutti quei presidi che servono esattamente ad evitare l’infiltrazione mafiosa nelle attività imprenditoriali. Queste sono tutte cose che si possono tranquillamente fare. Forse più che preoccuparsi del fatto che la Camorra possa lucrare sulle bonifiche bisognerebbe invece preoccuparsi di farle fare le bonifiche, visto che si attendono da decenni. Mi pare talmente sproporzionata la preoccupazione, peraltro banale, che ci possa essere l’infiltrazione della criminalità organizzata nelle attività di bonifica del territorio che rischiamo di dimenticarci della necessità di fare le bonifiche. Non vorrei che questa preoccupazione diventasse un alibi per amministratori locali e Governo per non procedere al risanamento del territorio. Secondo l’ultima stima contenuta nel Rapporto Ecomafie 2013 la “criminalità ambientale” arriva a fatturare 16,7 miliardi di euro all’anno. Da molti anni si parla dell’introduzione dei reati contro l’ambiente nel Codice Penale ma della discussione di Proposte e Disegni di Legge ad hoc in parlamento nemmeno l’ombra. Il Ministro Orlando ha annunciato la costituzione di un gruppo di lavoro guidato dal magistrato Raffaele Piccirillo al fine di individuare e fornire strumenti adeguati alla magistratura nella lotta ai crimini contro l’ambiente. Ma a disastro già ampiamente consumato è sufficiente andare in questa direzione? Questa è una battaglia che abbiamo già perso, che perdemmo nel 1997. Noi come Commissione d’Inchiesta non potemmo proporre un Disegno di Legge perché questo non rientra nelle prerogative di una Commissione d’Inchiesta ma affrontammo con molta decisione questo tema, facendo convegni e redigendo relazioni ed i singoli parlamentari appartenenti a quella Commissione da me presieduta presentarono sia alla Camera che al Senato Proposte di Legge per inserire la fattispecie del delitto ambientale come Titolo V del Codice Penale, prendendo spunto non dai soliti paesi del Nord Europa ma da Grecia, Spagna, Portogallo che già nel 1997 prevedevano questo reato nel Codice Penale. Quando però l’esame di uno di questi Disegni di Legge venne assegnato congiuntamente alle Commissioni Ambiente e Giustizia, col chiaro obiettivo di rallentarne l’iter, capimmo che non c’era la volontà politica di approvarlo. Abbiamo un ritardo mostruoso. Ed è un ritardo letale. Ciò che mi lascia perplesso è che ancora si pensa di istituire un comitato, un gruppo di lavoro per individuare gli strumenti adatti per intervenire mentre in Parlamento ci sono numerose Proposte e Disegni di Legge che attendono solo di essere discusse ed approvate. Il problema non è definire in termini perfettamente giuridici la questione bensì inserirla nei lavori parlamentari. Nel momento in cui invece si dà avvio all’iter parlamentare ben venga l’esame di esperti ma farlo prima significa voler perdere dell’altro tempo. Nell’ultimo decennio nelle numerose vicende e situazioni di inquinamento ambientale che hanno caratterizzato il territorio nazionale, in particolare il centro-sud, è molto spesso stata riscontrata una connivenza tra politica nazionale e locale, criminalità organizzata, pubblica amministrazione e le Agenzie Regionali di Protezione Ambientale. Proprio sulle pressioni politiche subite da tali agenzie e sull’opacità del loro operato, molto spesso superficialmente giustificato con l’assenza di risorse umane adeguate all’effettuazione dei controlli, ci si sofferma molto poco. Qual è il suo pensiero in merito e come pensa debba essere modificato o riorganizzato il sistema di controllo ambientale? Anche sulle Agenzie di Protezione Ambientale si è negli anni accumulato un notevole ritardo. Il sistema previsto dalla legge del 1994 che istituiva l’Agenzia Nazionale e le Arpa regionali ci ha messo molti anni a diventare tale e, peraltro, lo stesso risulta ancora ampiamente sotto organico rispetto ai 16.000 operatori che furono in passato individuati come necessari per garantire un attento monitoraggio del territorio. Fino a qualche anno fa c’èra una situazione di oggettiva sottocapacità negli organici regionali e con la grande crisi economica penso che la situazione non sia migliorata di molto. Terrei però ben distinto questo aspetto dall’effettiva capacità di controllo di queste agenzie regionali, nel senso che il problema vero molto spesso è il conflitto con gli interessi rappresentati e corporativi. Dappertutto c’è bisogno di funzionari preparati, esperti e coraggiosi per poter entrare in conflitto con gli interessi industriali. In Puglia l’esempio per eccellenza è quello dell’Ilva. E a tal proposito, ricordo una riunione politica che facemmo nel lontano 2008 proprio in Puglia, durante la quale i funzionari dell’Arpa posero l’accento sul problema della diossina e sul fatto che l’Ilva fosse lo stabilimento che ne produceva di più in Europa. Quindi loro queste cose le sapevano e mi consenta di dire che su questa vicenda mi ha stupito il fatto che la magistratura sia arrivata troppo tempo dopo perché se i funzionari tecnici dell’Arpa dicevano queste cose nel 2008 occorre riflettere sul fatto che la magistratura sia arrivata nel 2011. Le Arpa, e questo è un problema anche culturale, dovrebbero superare la difficoltà di imporre i propri controlli anche di fronte ad interessi forti. Occorre una cultura dell’ambiente e del controllo che renda gli esperti e i tecnici orgogliosi del proprio lavoro e consenta loro di respingere interferenze più o meno pesanti. Ma questa è una qualità che si costruisce col tempo.

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Info sull'autore

Salvatore Ventruto

Giornalista pubblicista. Ossessionato dal dubbio, prigioniero della curiosità.

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