L’Europa deve avere un’anima, non è solo un’entità giuridica

Roma. Lidia Undiemi conferma l’idea di un’Europa che non sia solo un agglomerato di stati regolato da leggi, ma che ad unire sia anche lo spirito

Di Salvatore Ventruto Roma. “Non si riuscirà a fare l'Europa unicamente con l'abilità giuridica o economica. C'è bisogno di una spiritualità comune. Se nei dieci anni che verranno non saremo riusciti a dare una spiritualità e un'anima all'Europa avremo perso la partita”. Si esprimeva così Jacques Delors, carismatico presidente della Commissione Europea, nel 1992 all’indomani del Trattato di Maastricht. Di anni ne sono passati ventuno e quella spiritualità sembra ancora mancare. Tutto l'edificio europeo è permeato dall'aspetto economico-finanziario. Se l’Europa dei popoli e delle opportunità appare un miraggio quella dell’austerità e del rigore diventa sempre più una certezza, contribuendo alla nascita e diffusione in molti paesi della zona Euro di un sentimento antieuropeista che, in alcune sue manifestazioni estremistiche, arriva addirittura ad identificare l’Unione Europea come un “progetto criminale”. Ma veramente l’Euro è la radice di tutti i mali? Cosa sta veramente accadendo a livello europeo? Ne abbiamo parlato con Lidia Undiemi, studiosa di diritto ed economia, che sull’ipotesi di uscita dell’Italia dall’euro precisa: “non è la soluzione a tutti i mali ma è un passaggio necessario che io mi sento di condividere, così come è indispensabile rimettere al centro del dibattito politico ed intellettuale il rapporto tra i trattati e la Costituzione e quello tra i trattati europei, la Costituzione e gli accordi “esterni” al diritto comunitario come il Mes”. Fin dal Trattato di Maastricht del 1992 l’Europa è sempre stata presentata come un’opportunità, un treno sul quale non si poteva fare a meno di salire se si voleva continuare a vivere nel benessere economico. Fino ad oggi però l’Unione Europea si è esclusivamente caratterizzata per i freddi vincoli economici e di bilancio al punto che alcuni economisti e filosofi l’hanno definita un “progetto criminale”. Quanto c’è di vero in questa affermazione? Io credo che non ci sia bisogno di utilizzare la parola “criminale”. Anzi sono in disaccordo con chi la utilizza. La cosa più importante, senza prestare il fianco a facili critiche, è quello di commentare ciò che è verificabile dalla lettura dei documenti e dalla realtà dei fatti. L'insuccesso dell'Unione Europea come mezzo per il raggiungimento di un maggiore benessere collettivo è abbastanza evidente, ed è anche per questo che in molti paesi membri si sta assistendo ad un aumento significativo del dissenso nei confronti di questa architettura comunitaria. Un dissenso che ha come principale obiettivo quello della riconquista della sovranità nazionale perduta. Nessuno ne parla, ma oggi sta emergendo qualcosa per certi versi inquietante. Gli ultimi strumenti messi in campo a livello europeo, il cosiddetto fondo salva-stati (Mes) ed il principio del pareggio di bilancio (Fiscal Compact), non sono stati realizzati nell'ambito dell'ordinamento europeo, ma attraverso l'utilizzo di accordi intergovernativi che prevedono principi e regole “indipendenti” dai trattati fondamentali. Si pensi, ad esempio, che il potere decisionale circa il funzionamento e l'utilizzo del Mes spetta ad un suo organo interno, ossia il Consiglio dei governatori, e le istituzioni europee svolgono invece un ruolo marginale. Non solo, poiché il diritto al voto all'interno dell'organizzazione è proporzionato alle quote di capitale stabilite nell'accordo (la Germania possiede quella maggiore, seguita da Francia e Italia) ed effettivamente versate, accade che il paese finanziariamente più forte eserciti un potere maggiore rispetto a quello più debole. La realtà cui stiamo assistendo è molto chiara: un'Europa in cui tutti i popoli sono identici non è la direzione che si sta percorrendo . Ciò rappresenta, in fondo, la naturale evoluzione di una Unione economica e (parzialmente) Monetaria che mettendo insieme paesi profondamente diversi non ha fatto altro che favorire quei meccanismi che hanno consentito ai paesi economicamente più avanzati di prevalere sugli altri. In quale misura questa involuzione dell’Europa è addebitabile ad errori compiuti nella fase iniziale del processo di integrazione europea? Diciamo che il processo di integrazione europea è stato basato fin dall’inizio su una ideologia ben precisa, quella secondo cui il libero mercato è in grado di garantire il raggiungimento del massimo benessere e la piena occupazione. Questa Unione Economia e Monetaria è quindi il frutto di una impostazione ideologica, e non di una profonda ed attenta analisi delle diversità dei vari paesi. Allo stato attuale non credo che esista una “visione” di Europa verso cui tendere per porre fine alla grave recessione con cui siamo costretti a fare i conti e gli strumenti messi in campo pare abbiano come unico scopo quello di attenuare le conseguenze finanziare del disastro in favore di determinati centri di interesse. Le tecnocrazie europee con il loro operato hanno contribuito (e continuano a farlo) alla nascita e alla diffusione di sentimenti fortemente antieuropeisti. Anche in Italia spesso si parla di uscita dall’euro. Alcuni addirittura azzardano l’ipotesi del referendum anche se, come è noto, la nostra Costituzione non prevede un referendum abrogativo sui trattati internazionali. Ma quali sarebbero le conseguenze per il nostro paese in caso di abbandono dell’euro? La strada del referendum non è a mio parere percorribile, soprattutto perché l'informazione è prevalentemente “pro-euro”. Non ci si può liberamente esprimere su un qualcosa per cui non si è abituati a ragionare. Non c'è attualmente un confronto sufficientemente “democratico” sul tema e a tali condizioni rimandare la questione ad un possibile referendum equivale a favorire la paralisi di azioni politiche che potrebbero accorciare i tempi dell'uscita dalla crisi. L'uscita dall'euro non è la soluzione a tutti i mali ma è un passaggio necessario che io mi sento di condividere. Tuttavia, per un riassetto più ampio degli equilibri europei, basato sulla riscoperta della sovranità dei singoli Stati rispetto all’intero continente, è indispensabile rimettere al centro del dibattito politico ed intellettuale il rapporto tra i trattati e la Costituzione e quello tra i trattati europei, la Costituzione e gli accordi “esterni” al diritto comunitario come il Mes. Ciò che manca è una visione di sistema che ci consenta di comprendere a pieno l'evoluzione politica, istituzionale ed economica che sta subendo il continente. Forse in questo momento l’Europa soffre anche per le differenti visioni politiche tra parlamenti e governi nazionali da una parte e Consiglio e Parlamento europei dall’altra….. Guardi, io sinceramente non noto tutto questo distacco e questa diversità tra parlamenti e governi. In Italia, l'approvazione del Fiscal Compact e del Mes è stata autorizzata dai principali partiti di destra e di sinistra presenti in Parlamento, ed era abbastanza evidente che si trattasse di strumenti volti al consolidamento delle politiche di austerità tanto sponsorizzate dal “ce lo chiede l'Europa”. Credo che le attuali divergenze siano frutto di un livello di crisi che obbliga a rimettere in discussione tali scelte, divenuti oramai palesemente impopolari. In Italia invece le larghe intese di oggi sono il proseguo di quelle della scorsa legislatura. La Commissione Europea starebbe esaminando, mediante un gruppo di saggi che dovrebbero pronunciarsi entro maggio 2014, lo strumento degli Eurobonds, che permetterebbe di creare un “debito pubblico europeo”. Come cambierebbe l’Europa qualora si realizzasse questa ipotesi? Credo che gli Eurobond possano rappresentare solo uno strumento “tampone” che, ad ogni modo, non risolve i problemi di competitività scaturenti dall'Unione. L'Europa di oggi è un'Europa in cui i paesi più forti prevalgono sui paesi più deboli, e gli Eurobond non andrebbero a correggere tali squilibri. Un’ultima domanda sull’Unione Bancaria alla quale la BCE starebbe lavorando. Anche su questo versante le differenze tra i vari paesi europei sono notevolissime. Gli accordi di Basilea obbligano le banche a ponderare il rischio, mettendo da parte un certa quantità di capitale a seconda del tipo di operazione che effettuata dalla banca. In questo senso – secondo quanto riportato in un articolo de “Il Sole 24” alcuni giorni fa – le banche del Nord Europa godrebbero di vincoli meno stringenti nelle erogazioni dei mutui. In che misura questa maggiore libertà riconosciuta agli Istituti di Credito del Nord Europa è riconducibile a regole maggiormente favorevoli o al possesso di metodi avanzatissimi di calcolo del rischio? E' difficile rispondere a questa domanda ma la cosa importante che dobbiamo tener presente per i paesi occidentali è che il credito non arriva alle imprese. Le banche poi vengono spesso salvate a spese dei contribuenti. Occorre, anche in questo caso, aprire un serio dibattito su cosa rappresentino oggi gli istituti di credito, e ragionare sugli strumenti da mettere in campo per ricondurre l'attività bancaria alla sua funzione esercizio del credito a sostegno dell'economia reale. Forse il credito non arriva perché le banche soprattutto nel Sud Europa sottoscrivono il debito pubblico degli Stati? Può anche essere questo, però dietro c'è un insieme di collegamenti ed intrecci finanziari, a mio parere di difficile interpretazione. Il mondo industriale è fortemente intrecciato con il mondo finanziario e se qualcosa va male in un anello della catena tutto si riversa sul resto. Avere una visione complessiva sulle disfunzioni del sistema bancario è estremamente difficile, posto che molte anomalie fanno già abbondantemente parte del dibattito pubblico, fra queste le difficoltà di accesso al credito da parte delle imprese. E poi bisognerebbe porsi una ulteriore domanda: cosa non sta funzionando oggi nei mercati (oltre l'euro)? Cos'è che ha determinato la crisi e gli squilibri che stiamo vivendo? L'analisi di sistema, quindi, su cosa funziona e cosa non funziona richiede degli studi approfonditi, le variabili che influenzano debito e crescita sono veramente tante, e dal mio punto di vista dipendono dall'ordine giuridico del mercato che caratterizza l'economia in uno Stato di diritto. Non basta fermarsi all'euro, bisogna andare oltre il tema del malfunzionamento dell'Euro e concentrarsi sul sistema bancario, sui suoi rapporti col mondo industriale, sul perché ad esempio molte grandi società svolgano operazioni finanziare di un certo tipo, talvolta addirittura estranee al proprio core business. Si riferisce forse agli investimenti sui cosiddetti mercati “secondari”? Non solo a questo. La visione in questo caso è molto più semplice. Pensa ad esempio alle aziende della Grande Distribuzione Organizzata o a Telecom Italia che dovrebbe avere come core business la gestione della linea telefonica. Se però si vanno a guardare i bilanci Telecom ti rendi conto che vi è un sistema di partecipazioni incrociate che possono condurre anche a dei Fondi Esteri e questo ti fa comprendere che il gioco è molto più grande di come ci viene presentato, arrivando addirittura a farsi delle domande su chi sia l’imprenditore. E’ opportuno concentrarsi sulle difficoltà prodotte dall'euro perché non avere una propria moneta significa non poter gestire la propria politica nazionale. La moneta oggi è diventata uno strumento di sopraffazione politica. Più in generale, i problemi sono tanti: un mondo del lavoro che non funziona, un'economia reale che arranca con le piccole e medie imprese che pagano gli errori commessi dalle banche e dalle grandi aziende spesso salvate mediante aiuti statali, o favoriti con incentivi di varia natura. Il sistema così com'è non va. Lo Stato non può essere considerato cattivo e sprecone per poi diventare miracolosamente buono quando si tratta salvare le grandi aziende. Se dovessimo oggi fare veramente la sintesi di cosa non funziona nel nostro sistema politico, economico e sociale bisognerebbe focalizzarsi sulla totale dissociazione tra chi comanda e le attribuzioni delle responsabilità rispetto alle azioni commesse. Quando una grande banca è sull'orlo del fallimento e deve essere sempre il contribuente a salvarla si viene a creare una sorta di libero arbitrio economico dove il più forte, qualunque cosa faccia, attribuisce il proprio rischio d'impresa al più debole.

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Info sull'autore

Salvatore Ventruto

Giornalista pubblicista. Ossessionato dal dubbio, prigioniero della curiosità.

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