La Triputeana Villula

//LA LUPA CHE TESSE. LA TRIPUTEANA VILLULA – Seconda parte Continua il viaggio nella storia del Salento tra vigneti ed ulivi secolari a scoprire angoli nascosti. Il viaggio continua lungo il sentiero della villa del Galateo

Articolo di Tania Pagliara Servizio fotografico di Marcella Invidia Mentre con un gruppo di amici percorrevamo il viale di accesso a villa Vigneri, tra gli ulivi secolari, avevo la strana sensazione di percorrere il sentiero della villa del Galateo. Ad aspettarci all’ingresso vi era sdraiato un bel pastore tedesco che, vedendoci, ci guidò verso il proprietario. Questi, come a leggermi nel pensiero, mi informo’ che presumibilmente quella casa sorgeva sui resti della villa incendiata dell’illustre umanista e medico Antonio De Ferrariis, detto il Galateo. Questa tesi era provata dal fatto che nell’oliveto vi erano tracce di tronchi bruciati intorno al ‘4OO, ed altre tracce di un incendio avvenuto proprio nello stesso periodo della ‘disgrazia galateana’. La tazza farnese di Federico II

Così visitammo la zona più antica della tenuta Vigneri, presumibilmente appartenuta al Galateo: due piccole stanzette, una con i ‘parmenti’(per la pigiatura del vino), scavati nella pietra, l’altra un forno con delle colonne classicheggianti ed il pozzo a baldacchino. Questi preziosi resti architettonici sembravano emanare lo spirito del Galateo: il popolare ed il classico uniti insieme con tale armonia da trasmettere calore umano , sembrava di scorgere una contadina curva vicino al camino per infornare il pane quotidiano. Nessuno storico in passato era riuscito ad individuare la villa che Antonio De Ferrariis compro’ a Trepuzzi, subito dopo matrimonio, per i suoi soggiorni in Salento, tranne il Vacca in ‘notarelle galateane’ individuò la villa in tutt’altra direzione. Presunta Tripuletana Vilulla

Analizziamo insieme cio’ che sostiene questo storico. Nicola Vacca, intorno agli anni ’40, trovo’ un fondo a Trepuzzi, dopo la ferrovia Squinzano-Trepuzzi, denominato ‘messere’, da qui l’intuizione che si poteva trattare di un fondo di proprietà del De Ferrariis. Difatti trovò un documento dove sotto giuramento un testimone dichiarava che una certaGiovanna Paladini aveva ereditato il terreno denominato ‘messere’ perché figlia di una ‘nepote’ dell’illustre medico Antonio De Ferraris(da parte di Elisabetta De Santiis, chiamata Betta, figlia naturale del medico). Questa è l’unica prova concreta che porta per collocare lì la ‘triputeana villula’. Il Galateo nel Japigia situ dice che la sua villetta è a 6 miglia da Valesio, nonostante il Vacca sostenga che il fondo ‘messere’ sia a 6 miglia della polis messapica, dista molto di piu’, mentre il Casino Vigneri dista in linea d’aria esattamente 6 miglia da Valesio, ricordiamo che vi era una vecchia strada che univa Valesio a Terrenzano(attuale monte d’oro dove si trova villa Vigneri).

Lo stesso Vacca fece un sopralluogo nel fondo e non trovò a, neanche le fondamenta della villa, solo due pajare, è mai possibile che un incendio incenerisca così una casa? ASSOLUTAMENTE NO. Invece nelle tenute Vigneri è stato documentato archeologicamente un incendio avvenuto proprio intorno al ‘400. Galateo scrisse nel ‘de villae incendio’ che il suo oliveto prese fuoco a causa dei venti Etesii, per colpa di uno scellerato vicino che aveva acceso un tumulo di erbacce, usanza contadina questa ancora in uso. Sappiamo che il Galateo aveva rispetto degli usi e costumi salentini, tranne di quelli dettati dall’ignoranza e dalla stupidità. Non infierisce contro il vicino per l’atto di incenerire le foglie secche, ma per averle accese lì. Infatti mentre nel luogo indicato dal Vacca è all’ordine del giorno vedere piccoli rovi che non hanno mai causato incendi, sul monte d’oro, dove soffiano forti i venti Etesii, venti freddi del mediterraneo provenienti dalla grecia e turchia, solo un folle accenderebbe un falò. Federico II di Svezia costrui’ nella cupa di Campi il suo castello per le vacanze estive, non molto lontano da monte d’oro, nell’attuale piazza principale del paese, un po’ lontano dalla palude impulsiva che si formava nella cupa l’inverno per la cola dei paduli di San Donaci e per i canali provenienti da Firmigliano e Bagnara. L’estate, sin da tempi messapici e pre, le genti dei villaggi delle serre sfruttavano il terreno limmatico per coltivare il grano.

Mentre dal culto della grande madre di Bagnara nasce l’Afrodite dei Carritieddri, dea cicogna simile a Persefone, dalla grande madre di Terrenzano nasce il culto di Aurora, la madre dei venti, Apollo sulla destra, l’ara di Bacco sulla sinistra , nell’attuale Trepuzzi. Ma che tipo di messi vi erano sul monte d’oro? A venirci incontro è proprio Federico II che in quel periodo acquistò da Alessandria d’Egitto la coppa Farnense del ii sec ac. Il culto impresso sulla coppa sembra combaciare con il probabile culto delle genti ‘tripulitanee’ del monte d’oro. Seduta su una sfinge vi è la grande madre che dona a trittodemo l’aratro, da un lato il dio dell’acqua con una cornacopia, a fianco alla dea due figure femminili che rappresentano le piene e le secche e la triplicità della dea. In alto i venti Etesii. Se direzioniamo la coppa ponendo il dio nella direzione del castello tutto combacia, la direzione del canale, l’aratro ed i venti che soffiano dal monte d’oro.

Il culto dei venti a Terrenzano è ancora documentabile nelle interviste, filastrocche e nella presenza della casa dei venti. Il Galateo con la frase ‘i venti Etesii hanno distrutto la mia villetta’ , l’aver dato la notizia come una disgrazia riguardante un po’ tutti gli aristocratici della zona, conferma la sua conoscenza del culto della tazza, sappiamo come nel medioevo i patrizi seguissero questi misteri per avere potere e per la chimera dell’eternità: nasceva la massoneria. Per quanto riguarda le indagini sul campo fatte dal Galateo, procursore dell’etnologia, personalmente seguo le indicazioni di tutti gli illustri sociologi, antropologi ed etnologi che hanno ritenuto che esse siano state effettuate nella zona della villa di trepuzzi, dove viveva, studiava , scriveva e svolgeva la professione di medico. Antonio de ferraris, detto il galateo, fu il primo a parlare del fenomeno del tarantismo riferendo di aver personalmente costatato che per guarire dal veleno del ragno è necessaria la danza e la musica, come antidodo del veleno dei serpenti è necessario il suono del flauto. I primi casi di tarantismo e di carmati vengono quindi tramandati dalla zona di Campi , Trepuzzi, Squinzano. Il monte d’oro tramanda una filastrocca che suona come una pizzicarella, la chiesetta fatta costruire da bellisario paladini sembra essere messa lì per i culti sincretici dei contadini. Non molto lontano da Terrenzano, verso Bagnara, sorge l’eramo di san paolo delle tarante. Personalmente ho intervistato l’ultimo carmato(incantatore di vipere velenose) nella zona di squinzano. Inoltre il Galateo riferisce un’usanza macabra medioevale, da lui ritenuta dettata dall’ignoranza, di andare alla ricerca di cadaveri per bruciare il cuore ai ‘quattro venti’ come protezione contro la peste ergotica. Usanza che ricorda il culto della romana ‘Cardea’, dea dei venti, della magia e della palude, proprio simile al culto da me individuato sul monte d’oro. Non solo, abbiamo testimonianze che a valle venivano accesi i rovi per la peste, in una zona a confine tra novoli, campi e trepuzzi, da qui il sincretismo della focara di novoli sentito da tutti i paesi limitrofi come festa propria, organizzata dai novolesi. Tutto lascia credere che il galateo abbia tramandato usanze da lui osservate nella zona di villa Vigneri, presunta villa De Santiis. Vi è ancora un altro indizio che contraddice la tesi del Vacca: il Galateo quando scriveva aveva l’abitudine di confrontarsi con i patrizi leccesi. La casa individuata dal vacca era socialmente isolata, monte d’oro era abitato da patrizi leccesi che si contendevano il dominio della zona, nacquero così gli attuali paesi. Inoltre è risaputa l’amicizia dell’illustre storico con la famiglia Paladini; ad Aloisio Paladini, parente del niccolo’ Paladini proprietario della zona adiacente alla presunta casa galateana, il nostro medico indirizzò un’epistola. All’inizio delle ‘notarelle galateane’ il Vacca cita l’errore clamoroso dello storico dell’800 Nicola Barone che , ricordando l’indizio del galateo( ‘la villa era un mezzo delle sue proprietà), cita il patrimonio galateano:’villa a sei miglia da Valesio, terreno a Galatone, villa in agro di Trepuzzi’, nominando per due volte la stessa villa. Ma si tratta di un errore o di un documento da lui non interpretrato bene? Terenzano o Terrenzano(come riportato su un’antica mappa medioevale) era collocato sul Monte D’oro. Il villaggio sorgeva già dalla preistoria, come documentato da alcuni reperti di manufatti rudimentali trovati in zona, non puo’ storicamente essere sfuggitito alle popolazioni messapiche che erano ovunque nel salento, per cui l’ostinata definizione di ‘Terenzano messapico-romano’ mi sembra fuori luogo ed una forzatura per volere a tutti i costi dimostrare che venne costruito da un fantomatico ‘Terenzio’. Fu, dunque, un villaggio messapico ed in seguto romano, nel medioevo divenne casale, considerato un sub-feudo a sé fino al ‘700 circa. Nonostnte sia stato sempre ritenuto agro di Trepuzzi, Terenzano storicamente è rientrato da poco nell’agro di questo paese. Da qui mi nasce l’idea che lo storico dell’8oo abbia trovato un documento catastale della’triputeana villula’ nel catasto dei comuni di Squinzano o Campi, al quale è appartenuto in passato il sub-feudo distante sei miglia da valesio, che abbia trovato un documento della proprietà del terreno di Trepuzzi e abbia collocato lì la famosa villa tramandata appartenente all’agro di trepuzzi, da qui l’equivoco di credere che egli possedesse due ville. D’altronde metà del patrimonio non puo’ essere ‘due ville ed un terreno, ma due terreni ed una villa. Il Vacca inizia il suo trattato esaltandosi per l’errore storico del Barone ma lo finisce commettendo un errore storico clamoroso: ritiene che nell’agro di ‘messere’ era locata la villa del Galateo perché il luogo di Trepuzzi piu’ vicino a Cerrate ed alla specchia alone studiata a fondo dal famoso umanista e medico. L’illustre storico non andò mai ad osservare la specchia Calone perché l’accatasto’ come distrutta, mentre la spedizione dello storico Teofilato del 1933 costatò che era ancora integra, tramandandoci una preziosa documentazione fotografica(nonostante lo stesso Vacca citi le ricerche del Teofilato). Concludo osservando che una coincidenza accomuna le due presunte ville, entrambe vengono ereditate dalla famiglia Paladini, ma è una coincidenza o la famosa Betta, figlia naturale del De Sanctis, aveva sangue Paladini o divento’ moglie Paladini? Nel 1625 la baronessa Maria Paladini di Campi, ‘unica erede Paladini’, rimase giovanissima vedova del barone Emilio Guarini di Alessano, diventando proprietaria di una vasta zona da Alessano, Valesio(Torchiarolo) , a Salice, con tre figlie adolescenti. Fu necessario cercare da subito un nuovo marito che amministrasse il suo piccolo regno, senza conoscerla il reggente supremo del consiglio di Madrid nel regno di Napoli la chiese in sposa tramite un’epistola dove specificava le tre motivazioni della sua dichiarazione: la ‘dote’, la bellezza ed i modi raffinati e ‘galanti’ che solo lei poteva aver acquisito per via delle sue origini. Il matrimonio fu celebrato un mese dopo la morte del primo marito, Maria Paladini, divenuta marchesa moglie del duca Enriquez, fu l’unica nobildonna ammessa da subito nella corte di Madrid. Era già nei disegni di Maria DI Hagen creare ‘la regina di Spagna in Salento’. Io mi chiedo poteva la figlia di militari ereditare modi galanti e raffinati? Assolutamente no, ma una PALADINI DE SANTIIS SI. Risalire all’origine di Maria Paladini, scoprire chi era la mamma della misteriosa Betta, dimostrerà che la ‘triputeana villula’ era proprio lì, sul monte D’oro e ci farà capire perché l’ultimo erede del terreno ‘messere’ finì sulla forca. BIBLIOGRAFIA -indagini personali sul campo -Nuovi studi sulla vita e sulle opere del Galateo, Napoli, D’auria, 1892 NICOLA BARONE -Di alcuni megaliti sallentini TEOFILATO 1933 -DE SITU JAPYGIAE -NOTARELLE GALATEANE, NICOLA VACCA -Ad Crysostonum de villae incendio, Galateo -Magia japigia, IRENE MARIA MALECORE -AD ALOISIO PALADINI , Galateo

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