Petruzzelli: Sonnambula, sognato paesaggio dell’anima

Interessante allestimento scenico e cast vocale di prim’ordine per “La Sonnambula”, capolavoro di Vincenzo Bellini a Bari per la Stagione Lirica del teatro Petruzzelli.

di Fernando Greco. (foto di Carlo Cofano) Un ambiente “Fuori Scala” “Il tono espressivo della musica di Sonnambula è da definirsi propriamente religioso: religione del sentimento, degli affetti, della fraterna e partecipe comunità degli spiriti con il mondo degli uomini e della natura. La scena dell’azione è un sognato paesaggio dell’anima”. La storica descrizione fatta dal compianto musicologo Francesco Degrada (1940 – 2005) ben si attaglia all’intelligente messa in scena di Giorgio Barberio Corsetti, coadiuvato da scene e costumi di Cristian Taraborrelli. Il sonnambulismo fa parte di quella dimensione onirica e sovrannaturale molto cara all’estetica Romantica. In anticipo di un secolo rispetto alle rivoluzionarie teorizzazioni freudiane, pazzie, spettri, sogni e incubi popolano l’universo belliniano e donizettiano (ma anche i Notturni di Chopin) in funzione di un primordiale scavo psicologico che cerca di sdoganare il paranormale integrandolo nelle umane pulsioni. Dal notturno fantasma che tanto impressiona la gente del villaggio al sonnambulismo di Amina il passo è breve: se durante il giorno la fanciulla guarda il mondo degli adulti con occhi ancora infantili, di notte si liberano gli spettri di un’irruenta adolescenza, morbosità tanto urgenti quanto proibite che, guarda caso, conducono la protagonista direttamente nella camera da letto di un adulto reale e fascinoso, forse il primo che abbia avuto per lei sguardi realmente concupiscenti. Partendo da tali presupposti, il regista crea un ambiente “fuori scala” rispetto alla protagonista, anche se in modi diversi a seconda dei momenti dell’opera. La scena iniziale si caratterizza per arredi di grandezza smisurata: un enorme comò, un’enorme scrivania, un enorme letto davanti ai quali i personaggi sembrano tutti dei bambini (come non pensare a ”L’enfant et les sortilèges”?). E’ il mondo visto con gli occhi dell’infanzia, quello stato di necessità a cui Amina è ancora legata: non per niente la giovinetta per tutta l’opera chiede sempre aiuto alla madre, colei che, adottandola come figlia, rappresenta l’unico punto di riferimento della sua vita. All’opposto, nella scena del sonnambulismo le case del villaggio appaiono più basse dei personaggi e della stessa protagonista, che diventa in scena l’unico elemento galvanizzante poiché da sonnambula ottiene quel dominio della realtà che da sveglia le è impossibile. Le proporzioni delle scene si normalizzano nella camera da letto del conte, l’unico personaggio dell’opera che si caratterizzi per una formidabile concretezza, il solo che osservi la realtà con sguardo lucido, maturo e decisamente disincantato. Fondamentali le proiezioni animate e coloratissime di Gianluigi Toccafondo, che trasferiscono in chiave simbolica sul fondale i multiformi sentimenti dei personaggi. L'Astro di Jessica Pratt Il titolo belliniano è ormai un cavallo di battaglia per il soprano Jessica Pratt, da alcuni anni stella dello star-system internazionale grazie a una vocalità che trova nel Belcanto il suo pieno compimento trasmettendo autentica gioia all’ascoltatore. Agilità e sovracuti (fino al Fa) snocciolati con precisione che ha dell’incredibile si associano a un eccezionale legato che dà anima ai momenti melodici, quelle melodie “lunghe” (secondo la definizione di Giuseppe Verdi) che costituiscono lo specifico della creatività belliniana e danno profondità alla drammaturgia. E qui la Pratt sfodera anche vis scenica e portamento da grande interprete: molto commovente il suo “Ah non credea mirarti”. Suo degno partner si è rivelato il tenore John Osborn, anch’egli giunto recentemente alla popolarità internazionale, peraltro intrigante Pollione nell’incisione discografica della “Norma” al fianco di Cecilia Bartoli. La robusta vocalità di Osborn, lungi da essere quella del “tenore di grazia”, ha caratterizzato il ruolo di Elvino per un pregevole lirismo sempre a servizio della recitazione, arricchito da una sorprendente imponenza scenica. Il basso Paolo Pecchioli, in sintonia con il taglio registico, ha reso il personaggio del Conte Rodolfo in maniera più giovanile e meno seriosa di quanto si sia abituati a immaginarlo, ma ciò non dispiaceva, avendo a che fare con una voce potente e sicura in tutta l’estensione, dotata di eccezionale volume. Lisa piacevolissima quella del soprano Alessandra Marianelli, forte di agilità vocali e arte scenica. Perfetto aplomb scenico-vocale anche per il soprano Sara Allegretta nei panni di Teresa. Precisi e convincenti il baritono Francesco Verna e il tenore Raffaele Pastore nei rispettivi ruoli di Alessio e Notaro. Orchestra e coro Molto nitida l’Orchestra del Teatro Petruzzelli diretta da Daniele Callegari che, facendo propria la lezione di Bernstein e dei suoi tempi molto “camminati” (si ascolti la Sonnambula diretta alla Scala nel 1955 con Maria Callas) è riuscita nel difficile compito di eseguire Bellini in maniera sempre coinvolgente. Quest’opera rappresenta un tremendo banco di prova per il coro, a cui Bellini dà un’importanza fondamentale rendendolo partecipe delle vicende alla stregua di un personaggio: prova superata con lode da parte del Coro del Petruzzelli che, sotto la guida di Franco Sebastiani, ha regalato un’interpretazione ricca di nuances e perfettamente consona alle ragioni del dramma.

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