L’estate d’inverno

Note di Enrico Ruggeri su quiete e tempesta

Per Leopardi la felicità si basava su un automatismo consolatorio: basta uscire dall’affanno, dalle pene che una natura sarcasticamente cortese distribuisce con mano larga, come la quiete dopo la tempesta. Magari non si gioisce davvero, ma almeno ci si acquieta. Enrico Ruggeri vedeva nella bella stagione che succede all’inverno la stagione delle menzogne. Il mare d’inverno è un concetto che nessuno prende in considerazione, nessuno vuole, ma è la cosa più simile al mio stato d’animo usuale: stanco come le parabole di vecchi gabbiani, insegue punti invisibili come i cani sulla spiaggia. Poi arriva l’estate che, al contrario del beltempo nella poesia leopardiana, non si identifica con le trasformazioni della natura, ma con i suoni e colori dell’artificio: ombrelloni al posto dei poggi, canzonette alla radio al posto degli augelli. L’erbaiuolo possiamo immaginarlo sostituito da un bagnino o da un buttafuori muscoloso alla porta di un night. Se le discoteche illuminate sono piene di bugie, l’autenticità è nel tempo grigio, film in bianco e nero lontano dal merchandising balneare. La canzone la lanciò Loredana Bertè col broncio giusto e, in sottofondo, le palpitazioni di basso, sintetizzatori e una voce raddoppiata, ispessita come da un fantasma sonoro. Buone menzogne, buone vacanze.

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