Lucia, una vita di violenze

// INCHIESTA 2. I passaggi da una comunità all’altra e i continui episodi di violenza di cui la ragazza sarebbe stata vittima, ricostruiti attraverso le parole del padre di suo figlio. (Alla vigilia della “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, vi raccontiamo questa storia. Domani il resto dell'inchiesta)

“Lucia ha sempre avuto problemi di depressione legati alla mancanza d’affetto”. Così esordisce Francesco, quando viene in redazione a raccontarmi la sua storia. “Non ha mai avuto una famiglia: il padre non ce l’ha e la madre ha trovato rifugio in una comunità, a Brindisi, dove Lucia è nata”. Capisco subito che non sarà una chiacchierata facile. Perché Francesco è seduto di fronte a me per chiedermi aiuto ed io non so se posso darglielo. Vuole a tutti i costi notizie della sua compagna, la donna di 32 anni che ama da sei anni e che vorrebbe sposare. Mi mostra l’attestato di frequenza di un corso prematrimoniale, al quale ha preso parte con lei. Prima che fosse ricoverata nella comunità psichiatrica. A Racale prima, presso “Villa Felice”. E poi a Manduria (comunità “La ginestra”). E poi chissà dove. Mi parla di un figlio avuto da Lucia, di quattro anni, che non vede la mamma da tre. “Ma se la ricorda bene e mi chiede sempre di lei”, aggiunge. Mi racconta i fatti. La “sua” versione. Che è molto diversa da quella delle “carte”, cioè dei documenti ufficiali, firmati dai medici psichiatri che sostengono la necessità, per la sua donna, di restare in comunità per il maggior tempo possibile per via della “compromissione sia della sua vita relazionale e sociale, sia della sua capacità di autogoverno” (come si legge nella relazione del Centro di salute mentale della Asl di Lecce). Francesco non nega i problemi psichici di Lucia, tuttavia si oppone a quanto i medici e gli assistenti sociali sostengono, ovvero che la sua vicinanza sia deleteria per lei. Afferma invece che siano “loro” (così definisce medici, assistenti e legali) a volerla incastrare, approfittando della sua condizione di infermità, per gestirne la pensione (circa 750 euro per invalidità civile e necessità di accompagnamento). “Lucia ha cominciato ad avere problemi psichici nel 2001 – racconta -; aveva 21 anni. Io l’ho conosciuta nel 2006 ed abbiamo cominciato una relazione. Quando ci siamo conosciuti è venuta a vivere con me”. Non è mai stata una convivenza facile. Perché Lucia alternava momenti di apparente serenità a crisi psichiche dettate da “una grave forma di psicosi schizoaffettiva”. “Di tanto in tanto, durante la nostra convivenza, si trovava coinvolta in litigi o risse per strada, perché spesso chiedeva le sigarette ai passanti e questi si rifiutavano o le si rivolgevano male e lei reagiva a sua volta. Per cui la ricoveravano negli ospedali psichiatrici ed io la trovavo lì. Così ho iniziato a conoscere questa sua natura. Ha fatto anche uso di droga, ma non è mai stata in comunità per tossicodipendenza”. Qual era la causa scatenante dei suoi ricoveri? “I parenti, sua madre, da quando è nata, hanno sempre fatto in modo che lei venisse ‘chiusa’ nelle comunità psichiatriche perché ritenevano che fosse una ragazza difficile da gestire, perché punk, clochard, perché dormiva per strada. Succedeva anche che si trovasse coinvolta in disordini per strada, per esempio quando qualcuno cercava di approfittare di lei. Durante la nostra convivenza siamo andati avanti riuscendo anche a stabilire un rapporto più profondo ed avevamo preso la decisione di avere un bambino. Abbiamo fatto un corso prematrimoniale. Siamo stati insieme per tre anni. Ma al Csm (Centro di salute mentale, ndr) di Lecce mi dicevano che non potevo partecipare ai colloqui nonostante Lucia mi chiedesse di restare. Mi dicevano che io non avevo a che fare con le loro terapie e con il percorso previsto per lei”. Qual è il suo percorso terapeutico? “Secondo ‘loro’ lei non è capace di intendere e di volere e non può uscire dalla comunità. Durante la nostra convivenza, più volte è stata presa con la forza dalla madre e dallo zio e sbattuta in strutture psichiatriche. Accadeva quando si recava a Brindisi, a trovare la madre. E’ finita in comunità almeno cinque volte. E poi dicevano che io non dovevo partecipare alla sua vita, che non la dovevo vedere, che non dovevo parlarle”. Poi Lucia ha ottenuto la pensione… “Prende una pensione per invalidità civile con accompagnamento. Appena l’ha ottenuta, si sono mobilitati tutti e l’hanno chiusa in comunità al volo. Invece con me stava recuperando, mi aiutava nel mio lavoro di trasportista e commerciante ai mercati e stava con me, 24 ore al giorno”. In quel periodo la vedevi ‘cambiata’? “Ciò che notavo è che quando andava dalla madre o prendeva determinati farmaci si trasformava. Al Cim (centro igiene mentale, ndr) la accompagnavo io: le facevano una puntura che non la faceva ragionare; diventava tutta rossa in faccia; un giorno è caduta a terra col corpo indurito e sono andato a lamentarmi dal dottore avanzando il dubbio che forse le terapie a cui la stavano sottoponendo le facessero male. Lui mi ha risposto di stare zitto e che altrimenti avrebbe fatto diventare pazzo anche me: ‘Io vi posso fare quello che voglio’. Le nostre richieste di stare insieme non sono state mai ascoltate. Al dottore basta dire che siamo pazzi per chiudere Lucia in comunità e togliere a me il diritto di vederla e di avere sue notizie. Sono andato a parlare con i giudici, con gli assistenti sociali, con tutti ma senza essere mai ascoltato. Lei non può fare niente per stare meglio perché non ha la possibilità di comunicare con nessuno. E’ una persona reclusa”. Nella comunità di Racale, Lucia ha manifestato tutto il suo malessere. Lì è stata anche oggetto di una violenza fisica. “A Racale ha ricevuto minacce. Me lo disse per telefono: ‘Qui ci stanno provando, mi vogliono toccare’. Forse ha avuto qualche problema con qualcuno. Quando è stata portata a Racale non ci potevamo opporre. E ci vedevamo una volta a settimana per un’ora con la sorveglianza loro”.( Questo è il video girato da Francesco durante un incontro in comunità con Lucia) Che cosa vi dicevate? “Ci abbracciavamo; lei piangeva. Mi diceva di fare di tutto per farla uscire da lì; che non stava bene, che aveva paura. Mi raccontava che c’erano persone che le davano fastidio. Che evitava di parlare del bambino e della sua vita personale perché temeva che potessero farle dal male”. Poi l’episodio del ferimento… “Un giorno l’ho trovata con una ferita da colpo di bastone sulla pancia. Ho denunciato l’accaduto e solo dopo un anno Lucia è stata spostata. Ma hanno fatto passare il trasferimento con una ‘fine percorso terapeutico’. Sono intervenuti i Nas dicendo che sono episodi normali, tra pazienti. Invece a me lei ha raccontato che aveva subito molestie da parte di un operatore e di un paziente che le avevano messo le mani addosso. La toccavano. Potrebbe anche aver subito violenza. Mi ha raccontato che è stata costretta a stare con qualcuno”. Ad avere un rapporto sessuale? “Sì. Questo me lo ha raccontato. Mi ha detto: ‘Io sono dovuta stare con uno perché mi minacciavano che avrebbero fatto del male a mio figlio’. Ma non mi ha detto di preciso che cosa ha fatto. Non so se si sia trattato di un rapporto completo. Mi ha detto: ‘Ho subito molestie e sono dovuta stare alle molestie perché ho avuto paura’. Mi ha detto che c’erano un paziente ed un operatore e che l’operatore non faceva niente per proteggerla. Non posso confermare chi sia stato, non mi ha riferito altro”. Così hai sporto denuncia nei confronti della comunità? “Sì, ed il direttore mi ha detto ‘Io qui comando, mi conoscono tutti i carabinieri e non mi puoi fare niente. Noi possiamo fare quello che vogliamo. Queste sono le parole che io mi sento da dire sempre”. Chi ti aiuta? “Nessuno. Chi mi deve aiutare? I giudici favoriscono i dottori; i dottori si limitano a dire che siamo pazzi. Eppure io lavoro dalla mattina alla sera; mantengo i miei figli: quello avuto con Lucia ed un altro bambino avuto con una compagna precedente. Con Lucia avevo deciso di fare un percorso diverso, avevo deciso di sposarmi e di mettere su famiglia. Lei mi sembrava abbastanza propensa ad avere una famiglia, nei pochi incontri che abbiamo avuto, nelle comunità me lo ripeteva sempre. Poi gli incontri si sono fatti più rari, perché ‘loro’ dicevano che io e Lucia non andavamo d’accordo. Hanno fatto delle carte dicendo che io non ero adeguato per stare da Lucia. Ho fatto tante richieste, ed anche lei, perché tornasse a casa almeno per Natale e non ci hanno mai consentito niente. Ognuno scaricava le responsabilità sugli altri. Poi quando hanno dovuto firmare le carte, si sono rivolti al Cim sostenendo che per loro deve rimanere in comunità il più a lungo possibile. Ed ora è reclusa ed io non so dove”. Dopo Racale è stata spostata in un’altra comunità… “A Manduria, presso la comunità ‘La ginestra’. Lì, tutti gli operatori mi sembravano persone alla mano ed in effetti non mi hanno mai fatto problemi. Lei mi diceva che faceva in modo di seguire il suo percorso terapeutico con diligenza, perché non vedeva l’ora di uscire. Ci vedevamo solo una volta al mese. E una volta al mese, il terzo giovedì, ci sentivamo per telefono. Le portavo da mangiare; le portavo qualche soldo, se le serviva. Ogni tanto lei mi dava dei regali per il bambino e tutti si meravigliavano che fosse così premurosa. Ma poi ha contratto la mononucleosi e l’epatite per scambi di sigarette e di bicchieri. Così l’hanno trasferita nuovamente, ma non mi hanno detto dove. So che c’è stata una richiesta del Cim per interdizione perché la vogliono far passare per incapace di intendere e di volere e che è stato stabilito tutto tra giudici e dottori, senza interpellare nessuno. Comandano ‘loro’ e possono disporre della vita delle persone a loro piacimento”. Quando è stata trasferita? “Il 4 ottobre mi ha chiamato perché io dovevo andare a farle visita; ma lei non stava bene e mi disse che preferiva che non andassi per paura che potessero pensare che fossi io la causa del malessere. Ma poi mi ha chiamato piangendo, dal cellulare di un’operatrice, dicendo ‘Ma perché non sei venuto? Io sto solo avendo paura. Tu devi venire sempre anche se io ti dico di no’. E mi ha chiesto di fare di tutto per poterci vedere, mi ha detto di fare domanda per vederci al di fuori di lì. ‘Qua sto ancora chiusa, ho paura che mi portino via’. Quando poi è arrivato il giorno della telefonata, il terzo giovedì del mese, il 18 ottobre, ho chiamato e non me l’hanno passata dicendo che Lucia non era più competenza loro perché era stata trasferita. Io non ero stato avvisato e neanche lei aveva potuto farlo”. Anche noi abbiamo contattato la comunità “La ginestra” per chiedere di parlare con Lucia. Ci hanno risposto che non è più lì e che è stata trasferita. Hai paura che le possano fare del male? “Ho paura che chi deve dire dove sta Lucia non lo dica per paura che le si tolga la possibilità di lavorare su di lei. Tengono in trappola delle persone soltanto per gestirne dei capitali”. Quindi tu pensi che Lucia sia una vittima… “Lucia è una vittima. In questi tre anni sono riusciti solo a dire che il miglioramento stava avvenendo ma che doveva continuare a stare in comunità. Intanto la vogliono interdire così non potrà uscire mai più da lì. Se prova a dire il suo parere, le dicono che è pazza e non la ascoltano”. L’intera conversazione con Francesco è stata registrata e tutti i fatti qui riportati sono stati raccontati da lui. Che a noi ha fatto anche i nomi di medici ed avvocati che cita e che qui abbiamo omesso. Francesco ci ha consegnato anche copia delle denunce presentate e delle perizie mediche sullo stato di salute di Lucia, che mettiamo a disposizione degli inquirenti. Parte 1 Francesco: ‘Aiutatemi a trovare Lucia' Parte 3 'Strana' per le sue felpe col cappuccio

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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