Nuova strage di disperati

Sette dispersi nel canale d’Otranto dopo il naufragio di una carretta del mare; quattro persone tratte in salvo. 352, dall’inizio dell’anno

Estate, in Puglia, significa anche l’intensificarsi degli sbarchi di migranti nel Canale d'Otranto. L’ultima tragedia del mare è di ieri, nel Capo di Leuca, pochi kilometri a Sud di Otranto, dove l’ennesima carretta – una piccola imbarcazione in vetroresina – è affondata disperdendo sette persone. Quattro sono stati salvati dal coordinamento delle Forze dell’ordine che in questi casi risponde ad un preciso protocollo congiunto di soccorso. Con il rintraccio di ieri salgono a 352 i migranti tratti in salvo al largo del Canale d’Otranto dall’inizio dell’anno, cinque le barche sequestrate. Si tratta di tipologie diverse di natanti: si va dalla bagnarola allo yacht super lusso, dalla barca a vela alla chiatta a rimorchio. Due le tratte della disperazione ancora attive: quella orientale, che dall’Afghanistan, via Iran, Irak, Turchia e Grecia, porta in Italia, utilizzando soprattutto barche a vela, cittadini cinesi, indiani, afghani, iraniani, irakeni, turchi, somali, etiopi, che pagano fino a diecimila dollari per arrivare in Puglia. L’altra è quella meridionale, chiusa dopo gli accordi Italia-Libia firmati da Berlusconi nel 2008, a favore della tratta orientale, e adesso, dopo la Primavera araba, di nuovo rivitalizzata. Anche se, stando ai racconti dei testimoni di giustizia, in realtà non si è mai chiusa del tutto, per il coinvolgimento nell’organizzazione dei traffici della polizia libica corrotta. Per il capo della Dda di Lecce Cataldo Motta e la sostituta Elsa Valeria Mignone, che da un decennio conduce indagini sulla traffico di uomini, la chiusura del canale libico ha avuto come unica conseguenza quella di spingere i trafficanti d’uomini a riorganizzarsi, costituendo nuove ‘cellule’, che sul modello delle organizzazioni terroristiche, fossero veloci, flessibili e capaci di gestire la nuova tratta via Turchia e Grecia, piuttosto che quella libica. E’ la “teoria dei rubinetti – dice Cataldo Motta – secondo cui chiuso un canale se ne apre subito un altro”. I dati parlano chiaro: i flussi dell’immigrazione clandestina dal 2008 sono rimasti stabili, ma sono aumentati al contrario quelli della riduzione in schiavitù per lo sfruttamento lavorativo e sessuale di uomini e donne. Segno di una maggiore specializzazione delle mafie internazionali che ‘vanno’ dove va il ‘mercato’. I recenti accordi del tre aprile scorso sottoscritti dalla ministra Cancellieri e il Ministro dell'Interno libico Fawzi Al Taher Abdulali, confermano la strategia dei respingimenti dei precedenti accordi sottoscritti da Berlusconi prima e da Maroni poi, nonostante i respingimenti siano stati condannati pochi mesi fa, a febbraio, dalla Corte dei diritti umani di Strasburgo. Amnesty International ha chiesto conto di quello che significhi in concreto la dicitura “Adoperarsi alla programmazione di attività in mare negli ambiti di rispettiva competenza, nonché in acque internazionali, secondo quanto previsto dagli accordi bilaterali in materia e in conformità al diritto marittimo internazionale”, contenuta alla voce “Monitoraggio in mare”. Infatti, gli “accordi bilaterali” del 2009, prevedono non solo la fornitura dell’Italia alla Libia di tre “guardacoste tipo Bigliani”, ma anche la formazione italiana al personale militare libico, alla manutenzione di quattro motovedette classe “squalo” e dei dieci battelli pneumatici già ceduti alla Libia. Oltre che a “pattugliamenti marittimi con equipaggi congiunti”, attività propedeutica ai respingimenti. (Da “Il Fatto quotidiano” di oggi)

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