Rosafio, Appello da rifare

 

Roma. La Cassazione annulla la sentenza d’appello che condannava Gianluigi Rosafio per “condotta mafiosa”

ROMA – La Cassazione annulla con rinvio la sentenza d’Appello con cui i giudici di Lecce avevano condannato a 4 anni e mezzo di reclusione per “condotta mafiosa” Gianluigi Rosafio, 38 anni di Taurisano. La seconda sezione della suprema Corte invece rimanda nuovamente tutto il fascicolo a Lecce, che dovrà nuovamente esprimersi nel merito. La condanna di Rosafio in secondo grado era stata alla base delle interdittive antimafia ricevute dalla Geotec e dalla Cogea, due ditte che secondo gli inquirenti, nonostante una serie di cambi societari e di passaggi di mano, sono ancora riconducibili alla piena proprietà di Ginluigi Rosafio e Luce Tiziana Scarlino, figlia del boss della Scu Giuseppe Scarlino, detto Pippi Calamita. A seguito delle interdittive alle due ditte erano stati revocati gli appalti per il servizio di raccolta rifiuti a Ugento (per la Geotec) e a Casarano (per la Cogea). La sentenza della Cassazione riguarda solo l’aggravante delle “modalità mafiose”, perché gli altri reati contestati, per cui in primo grado Rosafio era stato condannato a sette anni di reclusione, sono stati dichiarati prescritti. Ora la corte d’Appello di Lecce dovrà pronunciarsi con una nuovo collegio giudicante. Gianluigi Rosafio è difeso da Andrea Sambati e Angelo Pallara.

22 febbraio 2011 aggiornamento delle ore 17:30 Traffico illecito di rifiuti. ‘Rosafio, condotta mafiosa’

LECCE – Si è concluso ieri, in tarda serata, il processo d’appello nato dalla maxi inchiesta relativa allo smaltimento illecito di rifiuti che le ditte facenti capo al “Gruppo Rosafio” avrebbero operato tra il 2002 e il 2003. Periodo in cui ingenti quantitativi di rifiuti liquidi, anche provenienti da impianti produttivi pericolosi, sarebbero stati smaltiti presso gli impianti di depurazione di Corsano, Presicce, Melendugno, Galatina, Taurisano e soprattutto presso la discarica R.s.u. Monteco di Ugento, non autorizzata a ricevere rifiuti liquidi. In alcuni casi gli scarichi di liquami e reflui sarebbero avvenuti in aperta campagna e su strade di pubblico transito, o addirittura in pozzetti confluenti con la falda acquifera. Secondo l’accusa, rappresentata dal sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Lecce, Elsa Valeria Mignone, al centro della perfetta organizzazione finalizzata al traffico illecito di rifiuti, vi sarebbe stata la figura di Gianluigi Rosafio, 37enne di Taurisano, gestore di fatto delle ditte “Rosafio Rocco Servizi ambientali” e “Rosafio srl”, già condannato a sette anni di reclusione dai giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Lecce. Nei suoi confronti i giudici della Corte d’Appello hanno riformato la sentenza di primo grado, riconoscendo la circostanza aggravante della modalità mafiosa. Rosafio, infatti, secondo quanto contestato dal pubblico ministero, avrebbe fatto ricorso ai legami di parentela con Giuseppe Scarlino, alias “Pippi Calamita”, storico boss della Sacra corona unita di cui aveva sposato la figlia Luce Tiziana, per creare una sorta di monopolio della gestione dei rifiuti. Il nome del boss, cui Rosafio avrebbe fatto spesso riferimento, sarebbe servito a intimidire le aziende concorrenti, creando una sorta di assoggettamento. La pena inflitta a Gianluigi Rosafio è stata rideterminata in 4 anni e mezzo di reclusione, essendo intervenuta la prescrizione per alcuni reati minori. L’imputato è stato inoltre interdetto dai pubblici uffici per cinque anni e dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese per 4 anni e cinque mesi. Nei suoi confronti sono stati inoltre applicati i divieti e le decadenze previsti dall’articolo 10 della legge 575 del 1965, riguardante le disposizioni contro la mafia. Tale articolo prevede che le persone alle quali sia stata applicata con provvedimento definitivo una misura di prevenzione non possono ottenere: licenze o autorizzazioni di polizia e di commercio; concessioni di acque pubbliche e diritti ad esse inerenti nonché concessioni di beni demaniali allorché siano richieste per l’esercizio di attività imprenditoriali; concessioni di costruzione, nonché di costruzione e gestione di opere riguardanti la pubblica amministrazione e concessioni di servizi pubblici; iscrizioni negli albi di appaltatori o di fornitori di opere, beni e servizi riguardanti la pubblica amministrazione e nell’albo nazionale dei costruttori, nei registri della camera di commercio per l’esercizio del commercio all’ingrosso e nei registri di commissionari astatori presso i mercati annonari all’ingrosso; altre iscrizioni o provvedimenti a contenuto autorizzatorio, concessorio, o abilitativo per lo svolgimento di attività imprenditoriali, comunque denominati; contributi, finanziamenti o mutui agevolati ed altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate, concessi o erogati da parte dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee, per lo svolgimento di attività imprenditoriali. I giudici hanno invece dichiarato il non doversi procedere, per intervenuta prescrizione, nei confronti di Rocco Rosafio, Roberto Gugliandolo, Luce Tiziana Scarlino, Vito Nicolì, Fabio Botrugno, Giovanni Oliva, Marcello Contaldi, Antonio Rosafio, Rodrigo D’Amico, Cosimo D’Amico, Rossano Manco, Enzo Frisullo, Daniele Longo e Rosario Maurizio Sabato, tutti condannati in primo grado. Le motivazioni delle sentenza saranno depositate entro novanta giorni. Traffico illecito di rifiuti. ‘Rosafio, condotta mafiosa’.

LECCE – Nella tarda serata di ieri la Corte d’Appello ha riconosciuto la modalità mafiosa ai sensi dell’art 7 a Gianluigi Rosafio, 37enne di Taurisano, gestore di fatto delle ditte “Rosafio Rocco Servizi ambientali” e “Rosafio Srl”, già condannato a sette anni di reclusione dai giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Lecce. Si alluno dunque la prescrizione dei reati. Il procedimento è quello relativo allo smaltimento illecito di rifiuti tra il 2002 ed il 2003 . Le indagini sono state coordinate fin dall’inizio dalla pm, Elsa Valeria Mignone. Questa sentenza ribalta quella emessa nell’ottobre 2009 per ciò che concerne la modalità mafiosa adottata da Rosafio (allora venne negata l’aggravante della mafiosità invocata dalla pm) e determinerà certamente delle misure interdittive nei confronti dell’imputato. Su questo punto sarà il prefetto ad esprimersi, ma è praticamente certo il ritiro del certificato antimafia rilasciato alle ditte che fanno capo a Rosafio in seguito al ricorso al Tar; probabile anche che non venga disposto il dissequestro dei 50 camion utilizzati per scaricare illecitamente rifiuti nella discarica ugentina non autorizzata ad accoglierli. Da una serie di pedinamenti emerse che questi si introducevano di notte nella discarica, per rilasciare, incontrollati, rifiuti non autorizzati. Il meccanismo poteva contare sulla falsificazione del Codice Cer, identificativo di ogni tipo di rifiuto.

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Intervista a Valeria Mignone: rifiuti speciali, affari sommersi (1 febbraio 2009).

6 ottobre 2009 – Traffico illecito di rifiuti. La sentenza: “Non c’è mafiosità”

15 condanne e 13 assoluzioni per “non aver commesso il fatto”. Esclusa la mafiosità sia per l’imputato principale, Gianluigi Rosafio, 35enne di Taurisano, sia per gli undici coimputati. E’ la sentenza emessa ieri dal giudice Pietro Baffa, presidente della seconda sezione penale del Tribunale di Lecce a termine del maxi-processo per traffico illecito di rifiuti nel Basso Salento. Rosafio, gestore di fatto delle ditte “Rosafio Rocco Servizi ambientali” e “Rosafio Srl“, ha ottenuto una condanna a sette anni di reclusione, che coincide con quanto richiesto dal pm Valeria Elsa Mignone, che aveva però invocato l’aggravante della mafiosità, per resistenza a pubblico ufficiale, minacce, violazione dei sigilli, traffico illecito di rifiuti nei Comuni di Corsano, Presicce, Melendugno, Galatina, Taurisano nonché presso la discarica Monteco di Ugento, e simulazione di reato. Non solo. Anche per corruzione in concorso con l’ex carabiniere Roberto Gugliandolo: Rosafio avrebbe svuotato gratuitamente il pozzo nero della sua abitazione e questi, in cambio, non avrebbe interferito con la sua attività quando era in servizio. Assolti per prescrizione altri due carabinieri accusati di corruzione: Giuseppe Santomarco Terrano di Tricase e Domenico Maggiore di Cavallino. Santomarco è stato anche assolto “perché il fatto non sussiste” in merito all’accusa di violazione del segreto d’ufficio per aver avvertito Rosafio di controlli tra Acquarica del Capo e Ugento. Assieme al principale imputato sono stati condannati anche Rocco Rosafio, titolare della “Rosafio Rocco Servizi ambientali” (cinque anni e mezzo per resistenza e violenza a pubblico ufficiale, violazione dei sigilli e simulazione di reato), Roberto Gugliandolo (tre anni), Luce Tiziana Scarlino, moglie di Gianluigi Rosafio (nove mesi per violazione dei sigilli); per traffico illecito di rifiuti sono stati condannati Vito Nicolì, Fabio Botrugno e Giovanni Oliva (due anni e due mesi), Marcello Contaldi (un anno e mezzo), Antonio Rosafio, Rodrigo D’Amico, Cosimo D’Amico, Rossano Manco, Enzo Frisullo, Daniele Longo, Rosario Maurizio Sabato (un anno). Per tutti è stata esclusa la mafiosità. Gianluigi e Rocco Rosafio sono stati inoltre interdetti dagli uffici pubblici e dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese per la durata della pena; interdizione dagli uffici pubblici anche per Gugliandolo (per la durata di cinque anni) e per Antonio Rosafio, Nicolì, Botrugno, Oliva, Rodrigo e Cosimo D’Amico, Contaldi, Manco, Frisullo, Longo e Sabato (un anno). Infine è stato disposto il risarcimento dei danni al Ministero dell’Ambiente, costituitosi con l’avvocato Angela Caprioli, con il riconoscimento di una provvisionale di 100mila euro. Sulla sentenza ha influito la prescrizione dell’accusa di traffico illecito di rifiuti che ha determinato l’assoluzione di 31 imputati.

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