La ‘legge anti pm’ di Vitali

PALAZZI ROMANI. Roma. Le proposte di legge di Luigi Vitali (Pdl) hanno sollevato molte polemiche: la legge anti pm e la prescrizione breve per gli over 65

Da ben diciassette anni sentiamo parlare, quasi quotidianamente, di riforma della giustizia. La proposta di legge costituzionale (la numero 2161), presentata dal deputato di Francavilla Fontana Luigi Vitali (Pdl) mira a modificare gli articoli 107 e 110 della Costituzione in materia di esercizio dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati. Quella di Vitali rientra in un pacchetto di proposte si legge, cui la n. 2161 è stata abbinata, finalizzato a riformare un settore, quello della Giustizia appunto, considerato da Silvio Berlusconi (e dalla maggioranza parlamentare che lo sostiene) come bisognoso di “innovazioni”. Un provvedimento che in caso di approvazione contribuirebbe ad eliminare, secondo Vitali, una delle più evidenti anomalie del sistema giudiziario italiano: il riconoscimento al CSM (Consiglio superiore della magistratura) di poteri disciplinari nei confronti dei magistrati. La sua proposta di legge presuppone la necessità di istituire un organo estraneo al Consiglio superiore della Magistratura (in questo caso il Procuratore Generale) al quale affidare la “facoltà di promuovere l'azione disciplinare” nei confronti dei magistrati. Per l'elezione dello stesso servirebbe la maggioranza dei tre quinti del parlamento riunito in seduta comune. Alla luce del proliferare del fenomeno del malaffare che, come affermato nella relazione illustrativa del provvedimento, si annida in ambienti politici, imprenditoriali e della pubblica amministrazione (spesso legati tra di loro) ciò non potrebbe dar vita ad un'altra tipologia di conflitto d'interesse e cioè alla presenza di un Procuratore generale che essendo eletto dal parlamento potrebbe essere indirettamente condizionato dallo stesso nell'esercizio effettivo ed equilibrato delle sue funzioni? Oggi l’azione disciplinare spetta al Ministro ed al Procuratore generale della Cassazione. Il problema è che, chiunque dei due la eserciti, il merito è deciso dal Csm. Ora quell’organo di autogoverno è stato di fatto lottizzato dalle correnti della magistratura associata ed i laici, che pure sono eletti dal Parlamento, svolgono poco più che una funzione di cornice. Il problema è che le correnti di sinistra hanno preso il sopravvento e fungono, all’interno del Consiglio superiore della magistratura, come dissuasori verso tutti i magistrati, di condotte di vera e propria indipendenza. Ciò si traduce in un messaggio chiaro e forte; chi si discosta dalle linee dettate dall’Associazione nazionale magistrati non solo non fa carriera ma è vivisezionato nei provvedimenti disciplinari. Al contrario degli altri. Bisogna quindi, togliere al Csm il potere di decidere sulle responsabilità disciplinari. In questa direzione va la mia proposta che lascia al Csm tutti i poteri tranne quello disciplinare. Detto questo non credo che un Procuratore possa rispondere a chicchessia creando conflitti di interesse. Il motivo è semplice: è necessaria una maggioranza qualificata che va sempre oltre gli schieramenti di chi governa e di chi sta all’opposizione. E ci sono nel nostro Paese fior fiori di uomini e donne non legati ai partiti e stimati trasversalmente. L'assenza di qualsiasi disposizione legislativa inerente la responsabilità civile dei magistrati, uno dei temi principali del dibattito politico negli ultimi quindici anni, quanto incide sul concreto e scrupoloso rispetto della regola dei contrappesi presente nella nostra architettura costituzionale? E soprattutto in che misura influisce sul corretto funzionamento del sistema giudiziario italiano? L’assenza di una norma seria sulla responsabilità civile dei magistrati, per altro indicata inequivocabilmente da un referendum popolare, fa venir meno le regole dei pesi e contrappesi. A ciò, per avere un quadro completo dell’assoluta irresponsabilità dei magistrati e dell’assenza di qualunque bilanciamento verso il loro strapotere, si aggiunge anche la riforma costituzionale dell’art. 68 che ha sguarnito i parlamentari, e quindi il potere legislativo, dalle loro guarentigie. Da più parti e da molto tempo ormai si fa riferimento alle lacune del sistema giudiziario. Quali secondo lei devono essere affrontate (e risolte) nel breve periodo? E' possibile colmarle nel rispetto dei principi supremi del nostro ordinamento costituzionale e senza essere ispirati, nell'azione di riforma, dalla esclusiva volontà di risolvere implicitamente o esplicitamente i problemi personali di alcuni esponenti del ceto politico? Per onestà devo ammettere che l’attività legislativa della maggioranza di centrodestra qualche volta ha potuto dar adito al sospetto che la stessa sia stata a tutela non di un ceto politico ma di una persona. In parte è vero ma solo perché dal ‘94 ad oggi assistiamo ad un attacco giudiziario senza precedenti contro Berlusconi tanto violento quanto pretestuoso. Ed i risultati modestissimi lo dimostrano. Per quest’azione nel ‘94 il primo governo Berlusconi è caduto e dal 2001 si cerca di eliminarlo dalla scena politica con le accuse e le indagini più disparate. Il centrodestra nel 2001 e nel 2008 ha ricevuto un mandato dagli elettori: riformare il Paese, giustizia compresa. Nel 2001 l’Udc di Casini e nel 2008 gli ex An di Fini hanno impedito una strutturale riforma della Giustizia. Oggi c’è un clima infuocato che di fatto renderebbe impraticabile una riforma complessiva come sarebbe necessario. Ma se questa legislatura continuerà si potranno fare alcune cose. Il riordino delle circoscrizioni e la depenalizzazione (già avviata dal Ministro Palma); semplificazione dei riti; responsabilità civile dei magistrati. Se facessimo questo non sarebbe tutto ma abbastanza.

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Info sull'autore

Salvatore Ventruto

Giornalista pubblicista. Ossessionato dal dubbio, prigioniero della curiosità.

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