La (Al)fama di un Nobel

A proposito del recente premio dell'Accademia Svedese

Del poco che si sa dell'ultimo Nobel per la letteratura, lo svedese Tomas Tranströmer (edito in Italia da Crocetti, che lascia con un palmo di naso quei grandi editori che ogni anno, in questo periodo, mandano in ristampa gli eterni favoriti), circola in rete una poesia che ricorda, almeno superficialmente, una canzone dei Madredeus. La canzone s'intitola “Alfama”, quartiere del centro storico di Lisbona; la poesia s'intitola “Lisbona”, appunto. In realtà la poesia potrebbe intitolarsi Alfama e la canzone Menilmontant o Trastevere, perché le canzoni dicono tutte che, da quando me ne sono andato, “c'avevo in petto er core e l'ho perduto”. I Madredeus, con lo zampino di Wim Wenders, ci mettono dentro i caratteristici tram gialli e le immagini truccate da cinema delle origini. Tranströmer invece, negli anni '60, in uno di quei tram passò proprio da Alfama e ci vide due carceri: uno per i ladri, l'altro, sogghignò il tranviere, per i politici. In Portogallo, a quel tempo, c'era la dittatura e i prigionieri con gli occhiali guardavano silenziosi il fiume che sembra mare. Sei anni più tardi il poeta domanderà a una signora di Lisbona se era proprio vero o se non fosse tutto un sogno.

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