La Taranta fra folla e defezioni

Anche la 14a edizione è stata un successo di pubblico, nonostante l'assenza dei due nomi di richiamo

Il frastuono della marea umana sul piazzale dell'ex Convento degli Agostiniani si è zittito quando sul maxi schermo hanno cominciato a scorrere le immagini di Uccio Aloisi. E il maestro concertatore Ludovico Einaudi si è messo al piano, per un nuovo arrangiamento, bellissimo, di Vorrei Volare. Ci piace immaginare – fra imprevisti, marcate visite e polemiche che ogni anno lambiscono l'evento dell'estate salentina – sia stato questo l'incipit reale del concertone finale della Notte della Taranta a Melpignano: l'omaggio ad uno dei suoi più grandi protagonisti, scomparso lo scorso ottobre e acclamato dal pubblico accorso a seguire questa quattordicesima edizione dedicata proprio a lui, ad Uccio. Un'edizione piena di sorprese. Vedi la doppia defezione dei The Cheftains e di Dieguito El Cigala che ha costretto ad un cambio di scaletta corposo, reso noto tramite comunicato stampa poco prima delle 19.30. Se ci sia stata fortuna, disorganizzazione o incomprensione alla base dei due forfait non è ancora dato sapere. Quel che è certo, è che anche quest'anno la Notte della Taranta è stata il magnete irresistibile che ha attirato migliaia di giovani nel cuore della Grecìa, pressati e danzanti davanti al mega palco allestito per l'occasione. Sul retro, la consueta carrellata di vip e personaggi della politica e del mondo istituzionale, di oggi e di ieri: da Massimo d'Alema a Michele Emiliano; da Sergio Blasi a Luigino Sergio e Salvatore Capone. E poi i Sud Sound System, intrattenutisi con Emiliano a parlare di Mezzogiorno fra capannelli di fan, prima di intonare insieme ai Mascarimirì il singolo della Notte della Taranta, “Beddhra carusa”. Sul palco è andata in scena la Musica. Con, nell'ordine, prima quel grande trascinatore che è Antonio Castrignanò; poi Joji Hirota e The Taiko Drummers, che con i loro taiko – i tamburi tradizionali giapponesi – hanno infiammato una platea placatisi soltanto sulle note di Aremu Rindineddha, cantata da un bravissima Ninfa Giannuzzi. E ancora Ballakè Sissoko e Mercan Dede, Justin Adams e Juldeh Camara, direttamente dal Gambia, con i loro nyanyeru, che hanno trascinato le sonorità tipiche della Taranta ancora più a Sud e verso Est, richiamando alla mente tamburi delle tribù africane e poi dervisci e danzatrici orientali. Perché è al grido di “tarantelle di tutto il mondo unitevi” – come ha incitato la folla Claudio Cavallo, battendo il ritmo della danza delle spade – che si evolve questo Festival ormai conosciuto in tutta Italia e oltre. E che si chiude, ogni volta, sulle note di Kalinifta, per far tremare una terra ormai stanca di dormire.

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