Rosso, Rosato e Bianconi

Concerto per fornelli e pentole: conversazioni possibili, tra santi e “ciceri e trie”, con il frontman dei Baustelle Francesco Bianconi

Le casualità, a volte, producono incontri inattesi e prove sorprendenti. In più, con il caldo asfissiante degli ultimi giorni, sarebbe stato facile avere miraggi di una realtà sfalsata, fuori fuoco, non stereotipata. Eppure, a noi è capitato di incrociare Francesco Bianconi, leader dei Baustelle, in questo fine agosto rovente, tra scenari e situazioni fuori dal preventivabile: un ventaglio di contesti che vanno dalla sagra “Te lu Contadinu” di Serrano alla processione per Sant'Oronzo a Lecce. Partiamo dal presupposto che, se ci si racchiude in modelli limitati, chiacchierare con quest'autore di musica e libri può spiazzare anche il conversatore più preparato. Noi, ad esempio, come location abbiamo scelto la cucina; perché disquisire su bacon o pomodoro con Bianconi non vuol dire necessariamente riferirsi a Francis o Arnaldo. E così, lanciata la sfida, il buon Francesco accetta di cucinare per noi, con il rischio di andare incontro alle critiche più feroci, quelle che un Luzzatto Fegiz o un Castaldo per nessun motivo al mondo gli riserverebbero. Santa Caterina, interno, notte. La preparazione del piatto prevede la presenza di calamaretti, scampi, peperone verde e pasta fatta in casa; tra orecchiette e minchiarieddhri, mentre Bianconi è intento a sgusciare i crostacei, si parte da Milano, dove vive da anni. Gli chiedo come lui, toscano di Montepulciano, si relaziona col cibo nella città dei pasti rapidi e dei maxi aperitivi. “A Milano, se hai i soldi, puoi mangiare molto bene. La vita milanese, però, ha finito col trasformare anche il cibo e i pasti facendoli adattare ai ritmi e alle necessità della città. Non mi piacciono le vetrine dei ristoranti, col cibo esposto già cucinato e che, alla fine, verrà semplicemente riscaldato prima di essere servito; così come non mi piacciono questi aperitivi, sostitutivi della cena, dove padroneggia una qualità mediocre e la genuinità è solo un ricordo lontano”. Qual è la tua idea di aperitivo? “L'aperitivo è per me quello che, a Montepulciano, i signori di una certa età consumano la domenica al bar prima di pranzo: un bicchiere di vino con delle olive e della frutta secca”.

Ama le cose semplici, Bianconi. Lo si capisce da come si muove tra sapori e fonetica di “tajeddhra”, “cecore reste”, “municeddhri”; si destreggia tra le “ddhr” come tra chitarre e microfoni. Ha un debole per le paparine, e non lo si può certo biasimare, ma l'apice dell'entusiasmo lo raggiunge quando si sofferma su “fae e cecore”: “la cucina deve essere così – dice – è un piatto che fa bene alla salute e all'animo di chi lo mangia; è, per valori nutrizionali, un esempio di come dovremmo impostare la nostra cucina. Oggi non abbiamo più bisogno dei piatti carichi di grassi e di calorie; è un tipo di nutrizione legata a tanti anni fa, quando le energie si spendevano in maniera diversa e un piatto come il ragù, mangiato una volta a settimana, serviva a riabilitare il fisico dalle fatiche. Amo la tradizione, ma è giusto adeguare le pietanze al tipo di vita che conduciamo attualmente”. Quando il condimento per la pasta è quasi pronto, mi preme informarmi sul motivo che lo avvicina alle processioni, ai santi, al sacro. “I santi mi incuriosiscono, – risponde senza temporeggiare Bianconi – mi affascina la violenza e la crudezza delle loro rappresentazioni iconografiche. Dietro ognuna di quelle immagini c'è una vita mirabolante; sarebbe bello se un grande regista, un giorno, decidesse di realizzare una serie di film infinita sulle vite dei santi. Ho pensato anch'io, talvolta, di renderle in musica. Chissà”.

I nostri discorsi vengono interrotti improvvisamente dal punto di cottura ideale di orecchiette e minchiarieddhri. Una buona dose di brodo di pesce, preparato in precedenza, aiuta ad amalgamare la pasta con il resto. Il peperone verde, soffritto con l'aglio, serve a “contrastare in parte il dolciastro di calamari e scampi”. Sa di quello che parla e, con dovizia dei particolari, serve i piatti in tavola. Già dal primo assaggio dobbiamo arrenderci al sapere del Bianconi cuoco. La presunzione di relegarlo ad artista della parola e delle note non regge al secondo boccone e siamo costretti ad ammetterlo con estrema franchezza. Appena prima di suggere ineluttabilmente anche l'ultima testa di scampo, – unico suono che interrompe un silenzio quanto mai spontaneo – folgorato dalla curiosità, mi permetto di indugiare per un'ultima volta sul santo patrono di Lecce: Francesco, a proposito di Sant'Oronzo, ti senti più giusto o fortunato? “Autodefinirsi giusto sarebbe da stupidi e, senza alcun dubbio, fortunato lo sono; ma, in definitiva, se devo essere sincero, mi sento più Sant'Oronzo”.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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