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Forti come le rocce

Anche la pietra ha una storia da raccontare

Pajare, caseddhe, furneddhi, truddhi e chipuri. Sono i diversi nomi che i popoli che hanno abitato questa terra di sole hanno dato ai ripari trulliformi tipici della campagna del Salento. Come i muretti a secco che delimitano le proprietà dei terreni, anche queste architetture rurali sono state realizzate con la pietra che i contadini, nel corso dei secoli, hanno estratto dalla terra, dissodando terre difficili da coltivare, calcaree e rocciose. In alcuni casi i muretti a secco sono serviti a terrazzare le pendenze di un territorio fortemente carsico, creando suggestive “merlettature”, come nella zona adriatica da Castro a Leuca. Il paesaggio salentino è fortemente connotato dall’architettura rurale in pietra a secco, dai muretti alle tipiche costruzioni di forma tronco-piramidale o tronco-conica, realizzate da contadini o artigiani specializzati, con una tecnica risalente al terzo millennio a.C. Le pajare, ripari usati dai contadini per dormire e per conservare gli attrezzi agricoli, o anche come dimore stagionali, costituiscono un’evoluzione della primitiva capanna. Pur essendo primitiva la tecnica muraria, le date incise sull’architrave delle dimore agresti che popolano la penisola salentina, appartengono soprattutto al periodo dal XVII al XIX secolo, quando sono stati eretti anche i cosiddetti pajaruni. Preceduti da vestiboli e sedili in pietra, si impongono all’attenzione per le loro dimensioni: alti fino a 13 metri con 10 di diametro. Vale la pena visitarne alcuni, da quello a due vani sovrapposti di Patù allu Trausceddu, sovrastato da un anello di conci tufacei con funzione di colombaia e ormai inglobato nell’abitato di Salve. Monumentali e ingegnosi ricoveri sono anche quelli nel territorio di Presicce, a Pozzo Mauro, o a Ruffano, dove sorge il trullo Ferrante. Tredici sono le rampe di scale del pajarune di Acquarica del Capo, munito di otto mangiatoie scavate all’esterno nello spessore murario. Altri straordinari esemplari si trovano ad Acaya, frazione di Vernole. Il suggerimento per gli amanti del turismo rurale è portarsi dietro un pranzo al sacco e ammirare questi esempi di architettura contadina comodamente distesi all’ombra di un olivo.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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