Uranio impoverito: a Campi la banca dati nazionale

 

Campi Salentina. Il Centro Imid accoglierà un ‘biorepositorio’ delle cellule dei soldati ammalati

Di Salvatore Ventruto Il Centro Imid di Campi Salentina, diretto da Mauro Minelli, diventerà punto di riferimento per le patologie connesse all’esposizione all’uranio impoverito e ai metalli pesanti. Lo ha sancito la Regione Puglia con una recente delibera di giunta. Mauro Minelli, consulente dell’attuale Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito e direttore del Centro Imid di Campi Salentina anticipa che a settembre verrà annunciata assieme all’assessore Tommaso Fiore, durante una audizione in Commissione, “la volontà di dotare il centro Imid di un biorepositorio, una vera e propria banca dati di cellule appartenenti ai militari partecipanti alle “missioni internazionali di pace”, i quali saranno sottoposti ad alcuni prelievi ed accurati esami non solo prima della partenza ma anche al momento del loro ritorno (provvisorio o definitivo) in patria. Ciò permetterà di verificare l’eventuale alterazione genetica che le cellule possono aver subito durante la permanenza all’estero. Un progetto ambizioso, conclude Minelli, presente in Italia solo in un paio di altre realtà mediche, che si inserisce perfettamente nella peculiare mission del centro Imid: quella di essere fortemente alternativi dal punto di vista diagnostico, privilegiando nettamente l’ accurata ricerca ed individuazione delle cause delle patologie rispetto al mero tamponamento dei sintomi prodotti dalle stesse”. L’uranio impoverito e la commissione parlamentare d’inchiesta Può “capitare” di partecipare, agli inizi degli anni Novanta, in Somalia, ad una missione ONU, denominata UNOSOM, e di rendersi conto, mentre si combatte ferocemente sul campo, di non avere in dotazione, rispetto agli alleati americani, alcuna misura di protezione. Loro con maschere, guanti, tute, quotidianamente lavate alla fine delle operazioni, occhiali. Gli italiani in calzoncini e canottiera. È il 1993. Qualche anno dopo avrebbero iniziato a circolare notizie di gravi patologie tra i soldati che avevano partecipato a quella missione. Può “capitare” di prendere parte, nella seconda metà degli anni novanta, alle missioni Nato in Bosnia ed in Kosovo. Due scenari che, oltre a rivelarsi particolarmente delicati dal punto di vista politico-militare ed ambientale, faranno letteralmente “esplodere” la problematica dell’uranio impoverito nel nostro paese. Anche in questo caso, nessuna notizia circa l’applicazione e il rispetto di protocolli di protezione. Di contro, si sarebbero di lì a poco moltiplicate le testimonianze di militari che, una volta tornati in Italia, denunciavano gravi condizioni di salute, nonché l’inizio di un periodo di totale abbandono psicologico ed economico da parte delle Istituzioni. I sospetti di una possibile correlazione tra le varie patologie riscontrate nei militari che avevano partecipato ad alcune missioni internazionali di pace e le “particolari” condizioni ambientali ed operative in cui essi si erano trovati ad operare iniziarono a farsi sempre più forti nell’opinione pubblica e sui giornali, al punto da richiedere l’istituzione, nel 2004, di una commissione parlamentare d’inchiesta. Ad essa ne seguì un’altra, nel 2006, prima di giungere a quella attuale, capace di differenziarsi dalle precedenti grazie all’adozione di un approccio maggiormente sistemico alla problematica. Una discontinuità confermata anche dal Prof. Mauro Minelli, consulente della commissione d’inchiesta nonché Direttore del centro IMID di Campi Salentina, specializzato nella cura delle malattie infiammatorie croniche immunomediate. Mentre in passato si è, infatti, maggiormente “indagato” in direzione della ricerca del nesso di causalità diretto tra elemento patogeno (uranio impoverito) e genesi della patologia (peraltro difficilissimo da provare con assoluta certezza anche ai fini del buon esito delle richieste risarcitorie) Minelli, raggiunto telefonicamente, ha sottolineato “la necessità di focalizzare maggiormente l’attenzione sulle nano particelle che si generano nel momento in cui il proiettile all’uranio colpisce l’obiettivo (ad esempio un carro armato), provocando temperature elevatissime. La combustione causata dall’impatto, ha proseguito il direttore del centro Imid, libera nano particelle di nichel, cromo, cobalto ed altre sostanze fortemente tossiche che, una volta inalate o ingerite tramite gli alimenti, anche dalla popolazione civile residente, provocano gravi danni alla salute e malattie infiammatorie croniche”.

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Info sull'autore

Salvatore Ventruto

Giornalista pubblicista. Ossessionato dal dubbio, prigioniero della curiosità.

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