Un’antica filastrocca e la chiapparata del camposanto

Sotto la soglia di una cappella di famiglia, è spuntata e cresciuta rigogliosa una verde pianta di cappero

Pingula, pingula, barbaria, vi ce dice la mescia mia, la mescia mia, la Pignatara, vi ce dice la cucchiara, la cucchiara netta netta, vi ce dice la trummetta, la trummetta tuu, tuu, essi fori, ca tocca a tu. Leggibilmente, pingula, pingula, barbaria (traduzione sconosciuta), vedi che dice la mia maestra, la mia maestra, la Pignatara, vedi che dice il cucchiaio, il cucchiaio pulisce pulisce, vedi che dice la trombetta, la trombetta che fa tuu, tuu, esci fuori perché tocca a te. Una filastrocca alla buona, vuota di significati e nessi e, perciò, leggera, autenticamente d’altri tempi, sopravvissuta a stagioni, abitudini, modi d’essere, soli e cieli lontani. E però, ricca della forza del tramando orale fra generazioni, lessico dialettale rigorosamente salvaguardato nella terminologia d’origine. Sessanta, forse sessantacinque anni fa, andava di tanto in tanto sciorinandomela nonno C., classe 1879 e omega a centodue primavere e mezzo, e, ora, m’accorgo che, per incanto, senza il minimo preordino d’idee, sono io, con i miei settanta calendari, che, all’ombra della veranda o al fruscio lieve dei pini della casetta al mare, la dico e ripeto alla bimba bionda, figlia della figlia, che, d’anni, aspetta di compierne due. Nonno C., il quale, dopo aver avuto per prima zita la vicina di casa M., passò ad amoreggiare, si fa per dire, altri tempi, con una seconda giovane del rione Ariacorte, di poi sposandola, ecco nonna C., e procreando insieme ben sei eredi. Durante la guerra mondiale 1915/1918, nonno C. era stato soldato a Belluno, esperienza di cui soleva raccontare a guisa, sullo stesso piano e genere delle impressioni ed emozioni che, di lì a tanti decenni, sarebbero state riferite dai primi cosmonauti sbarcati sulla luna. Ritornato incolume dalla trincea al lavoro nei campi al paesello, mentre brandiva la familiare falce di una mietitura, in un esercizio, quindi, banale, gli capitò, purtroppo, di perdere un occhio, letteralmente devastato dalla penetrazione di una spiga. Così che, dovette portarsi avanti una fila di lunghe stagioni con l’unico rimastogli, a sua volta, per la verità, a causa del carico di sforzi, a un certo punto compromesso e ridotto al lumicino da un’invasione di cataratta. Ad ogni modo, nonno C., sia pure con un fievole barlume di luce davanti a sé, non si fermò, né si lascio andare, sino al raggiungimento del ragguardevole traguardo di genetliaci accennato all’inizio. Restò contadino a tempo pieno già ottantenne e passa, più volte al giorno faceva su e giù da casa al vicino piccolo fondo di “Monticelli”, sovente, alla controra, vi si tratteneva a interrompere la lunga quotidianità di fatica attraverso un riposino sotto la tettoia, rilassandosi in breve a corpo morto: così assopito, in un’occasione, dai muri della casupola campagnola si calò e discese un serpentello, infilandosi direttamente in una manica della camicia. S’immagini il brusco ridestarsi a soprassalto del povero uomo e l’indumento da lavoro, con relativo ospite, strappato d’addosso con forza e ridotto a brandelli! Sorpresa, brutta sorpresa per nonno C., tuttavia non paura vera e propria. Occupazioni agricole, non solamente a “Monticelli”, ma anche in altri minuscoli terreni di proprietà assai più distanti, “Marina di Diso”, “Marina d’Andrano”, nonché in appezzamenti di maggiore estensione condotti in regime di mezzadria, “Magno”, “Bosco dell’Acquaviva” e “Frasciule” nei pressi di Castro, accanto al Casino del titolare del fondo, don Gustavo, immancabile destinatario e beneficiario delle primizie degli alberi da frutta delle “Frasciule”, che nonno C. gli omaggiava di persona nel palazzotto di villeggiatura, giustappunto a Castro. Dal rione Aracorte alle “Frasciule” si stendevano un paio di chilometri, che, talora, chi scrive, a 6/7 anni, aveva agio di coprire a cavalcioni sulle spalle dello zio V., rigorosamente coprendosi gli occhi, con le palme delle mani, intorno al passaggio davanti al cimitero, bastavano, infatti, quei cipressi a suscitargli dentro agitazione e paura. C’era, alle “Frasciule”, una grande vasca scoperta (pilune) ricolma d’acqua piovana, regno permanente di rane e rospi gracidanti, ma, talvolta, luogo di sosta di qualche biscia e, allora, via a gambe levate. Nella casetta di pietre, si consumavano, al fresco, i poveri, ma sani e genuini, pasti del tempo, in genere acqua e sale con friselle inzuppate e una cria d’olio, per cucchiai i gambi robusti di cipollotti appositamente sagomati e arrotondati alla base inferiore, per poter attingere allo spartano alimento nell’unica scodella per l’insieme dei commensali. Nella remota fanciullezza, l’attuale settantenne dai capelli scarsi e bianchi, provava un senso d’impressione al semplice transito lungo il muro di cinta del camposanto. Adesso, non succede più, quel sito, con i cipressi che, in parte, sono rimasti gli stessi, gli sembra naturalmente familiare, forse perché, ivi, sono presenti le tracce di nonno C. e, ancora più, i volti dei genitori, uno accanto all’altro, forse, semplicemente, a motivo che il suo personale almanacco espone il foglietto con la cifra 70. Una novità a sorpresa, si è appalesata in occasione di una recente visita alla dimora dei trapassati: sotto la soglia di una cappella di famiglia, è spuntata e cresciuta rigogliosa una verde pianta di cappero, come ve ne sono tante, fra terra e rocce, nelle marine di queste plaghe e finanche sulle attigue scogliere profumate di salmastro. Notandola e soffermandomi un attimo con lo sguardo e i pensieri, ho voluto immaginare la provvidenziale opera di un refolo di vento che ha spostato, proprio in quel punto e in quel luogo, un seme della pianta in discorso, quasi a voler porre un ricordo di vita a contatto di un’umanità, come nonno C., che trovasi, da breve o lungo tempo, ad arare, coltivare e percorrere campi e strade, finalmente con desueta leggerezza e senza il peso della stanchezza. Lecce, 18 giugno 2011 Rocco Boccadamo

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