Uxoricidio del mistero. 27 anni alla moglie

Lecce. La versione della donna, Enza Basile, che ha sempre sostenuto la tesi del suicidio, non ha retto. L’accusa aveva chiesto una condanna a 40 anni

LECCE – Ad uccidere Luigi Cera, con un solo colpo sparato alla tempia a bruciapelo, fu la moglie Enza Basile. E’ questo il verdetto emesso ieri pomeriggio, dopo poco meno di due ore di Camera di consiglio, dai giudici della Corte d’Assise del Tribunale di Lecce (presidente Giacomo Conte, a latere Francesca Mariano), che hanno condannato la Basile a 27 anni di reclusione. Per i giudici fu dunque omicidio e non suicidio come, seppur con versioni spesso contrastanti e al limite dell’inverosimile, la Basile ha sempre sostenuto. In oltre tre ore di requisitoria il pubblico ministero Stefania Mininni, che aveva invocato una condanna a 40 anni di reclusione, ha ricostruito, passo dopo passo, i drammatici e confusi momenti di quel tragico pomeriggio di inizio estate: era il 15 giugno del 2004. Si è trattato di un’indagine complessa ha spiegato l’accusa (che ha ereditato il fascicolo da un altro sostituto procuratore), condotta in maniera spesso imprecisa e con metodologie arcaiche. Al di là di questo il pubblico ministero ha chiarito come vi fossero, a carico dell’imputata, elementi indiziari gravi, precisi e concordanti basati su dati certi che dimostrerebbero come non solo non si trattò di suicidio, ma soprattutto che solo Enza Basile avrebbe potuto uccidere il marito. L’imputata ha sempre sostenuto che quel pomeriggio di giugno si trovava al piano inferiore dell’appartamento in cui la coppia abitava, intenta a preparare il caffè, nel momento in cui fu esploso il colpo di pistola e di non aver udito l’esplosione. Un’ipotesi, questa, ritenuta assurda e inverosimile dall’accusa. La Basile inspiegabilmente, dopo aver cercato di soccorrere il marito, avrebbe chiesto aiuto dicendo che Cera era caduto dalle scale. I primi a giungere a casa Cera, alle 18.23, sono i sanitari del 118, che si accorgono immediatamente che l’uomo presenta una ferita d’arma da fuoco. I medici notano subito la pistola, che si trova in una posizione incompatibile con un suicidio. In quei frangenti, prima dell’arrivo dei carabinieri, la 50enne di Taurisano compie poi tutta una serie di “attività insolite che alterano lo stato dei luoghi e la scena del delitto”. E’ in questo lasso di tempo che l’arma del delitto, una pistola calibro 22, svanisce nel a. Solo molte ore dopo, al termine di una lunga e minuziosa perquisizione operata dai militari dell’Arma, si scopre che la pistola è stata riposta in cassaforte dalla stessa Basile, che dice però di non ricordare la combinazione. E’ necessario quindi letteralmente sradicarla dal muro e aprirla per mezzo di un flessibile. La donna, inoltre, non ha mai saputo spiegare la presenza di alcune escoriazioni presenti sulle braccia compatibili, secondo l’accusa, con una possibile colluttazione avvenuta con la vittima. Basile, spiega la dottoressa Mininni, voleva sbarazzarsi di un marito che rappresentava solo un peso e che disprezzava e maltrattava. Era stata lei, infatti, a convincerlo a lasciare la comunità di recupero dove stava cercando di ricostruirsi una vita. Quella del suicidio, del resto, è un ipotesi che solo l’imputata sostiene spiegando che il marito, su cui pendeva un’ordinanza di carcerazione per aver abbandonato la comunità di recupero in cui era stato ricoverato, “avrebbe preferito uccidersi piuttosto che tornare in prigione”. Eppure tutti descrivono Cera come una persona tranquilla e serena in quei giorni, che solo due settimane prima aveva partecipato al matrimonio di uno dei figli e che da poco aveva saputo di aver finalmente ottenuto una piccola pensione di invalidità (comprensiva di oltre novemila euro di arretrati) chiesta nel lontano 1988. Soldi che avrebbero acceso la bramosia della moglie, una donna con problemi di tossicodipendenza e abituata a vivere sulla soglia dell’indigenza. Un uomo, dice il pubblico ministero, che amava la vita e soprattutto la moglie, per cui era pronto a tollerare tutto. A rendere poco plausibile l’ipotesi del suicidio sono anche le prove scientifiche: sul corpo della vittima, infatti, il medico legale rinviene un’impronta “a stampo” della canna della pistola, che dimostra come la stessa fosse premuta contro la tempia in posizione perpendicolare alla testa al momento dello sparo. Un dato difficile da riscontrare in un caso di suicidio. Sulle mani di Cera inoltre, giunto in stato comatoso nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Casarano, i carabinieri dei Ris eseguirono la prova dello Stub (utile a rinvenire eventuali tracce di polvere da sparo) che diede esito negativo. Un esame, ha precisato il pubblico ministero, eseguito prima che il corpo fosse in qualsiasi modo pulito o “bonificato”. Indizi che hanno convinto i giudici della Corte d'Assise della colpevolezza di Enza Basile oltre ogni ragionevole dubbio. Il figlio e il fratello si sono costituiti parte civile con l’avvocato Roberto Bray. A loro i giudici hanno riconosciuto una provvisionale rispettivamente di 800mila e 200mila euro. 2011/05/03 Uxoricidio del mistero. Chiesti 40 anni LECCE – Giallo di Taurisano. Si è svolta stamattina l’udienza del processo a carico di Enza Basile, la donna di Taurisano accusata di aver ucciso il marito Luigi Cera sparandogli un colpo di pistola alla tempia. I fatti risalgono al 15 giugno 2004. All’epoca dei fatti la Basile riferì che il marito si era ucciso (anche se in primo momento aveva raccontato di come fosse morto cadendo dalle scale). L’accusa, costituita dalla pm Stefania Mininni, ha chiesto per la donna, difesa dall’avvocato Silvio Caroli, una condanna a 40 anni di reclusione. La sentenza è attesa per le prossime ore. La Corte d’Assise, presieduta da Giacomo Conte, è attualmente riunita in Camera di consiglio. 21 febbraio 2009 Suicidio o uxoricidio? Rinviata a giudizio Un nuovo presunto caso di omicidio del marito che si sarebbe verificato a Taurisano a pochi giorni dalla sentenza all’ergastolo di Lucia Bartolomeo finisce in un’aula di Tribunale, davanti ai giudici di Corte d’Assise dove l’approfondimento dibattimentale si aprirà il prossimo 13 maggio ed in cui dovrà comparire Enza Basile, 47enne originaria di Ugento. Luigi Cera fu trovato ammazzato con un colpo di pistola alla tempia nel pomeriggio del 15 giugno del 2004. Ieri mattina il giudice per l'udienza preliminare Vincenzo Brancato ha accolto la richiesta del pubblico ministero Emilio Arnesano di rinviare a giudizio la donna, accusata di aver esploso un colpo di pistola calibro 22 alla tempia del consorte. Ll gip Vincenzo Scardia aveva disposto l’imputazione coatta per la Basile, incastrata da almeno quattro indizi: il mancato ritrovamento di tracce di polvere da sparo con l’esame stub nelle mani di Cera nonostante l’arma fosse una pistola a tamburo di dimensioni talmente ridotte da entrare quasi del tutto nel palmo di una mano; secondo, la pistola era sotto ad un letto ad una cinquantina di metri dalla sponda sinistra dove era disteso Cera. Terzo elemento: i medici legali non trovarono tracce di ustioni sulla pelle o di bruciatura dei capelli tipiche di chi si esplode un colpo alla testa: quarto, la Basile avrebbe tolto l’arma da sotto al letto per nasconderla in una cassaforte. A questi indizi se ne aggiungono altri: la donna in un primo momento raccontò che Cera si era ferito cadendo sebbene non si era mosso dal letto; le escoriazioni sulle avambraccia le giustificò sostenendo di essersi ferita cercando di chiudere una finestra mentre portava il caffè al marito, ma i carabinieri verificarono che le ante erano lisce. La donna è difesa dagli avvocati Silvio Caroli e Vincenzo Del Prete.

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