Le Pari opportunità tra imprenditorialità e intraprendenza femminile

Nonostante la parità fra i sessi sia sancita dalla Costituzione italiana e ribadita da numerose leggi, le pari opportunità nel lavoro, nella politica, nella società sono ancora un traguardo lontano dall'essere raggiunto. Le donne studiano di più, sono più attive sul lavoro, svolgono ruoli di cura nella famiglia e tuttavia hanno difficoltà ad accedere a ruoli di vertice delle aziende, sono oggetto di disparità retributiva e ancora poco rappresentate nella scena politica. E mentre i media soffiano sul fuoco del sexy gate italiano e l'opinione pubblica si divide, tracciamo l'identikit della donna imprenditrice oltre gli stereotipi di genere.

Nel caos italiano, tra scandali, notti brave e carriere facili, mi interrogo sul senso dell’essere imprenditrice oggi. Concedersi a pagamento per realizzare il proprio progetto personale, occupazionale, politico o familiare è forse una nuova forma di imprenditorialità femminile? Quali sono i confini tra imprenditorialità ed intraprendenza? La libertà individuale è sacrosanta e ogni uomo o donna ha il diritto di perseguire i propri obiettivi assumendosi le responsabilità delle proprie scelte e dei propri comportamenti. Nulla di nuovo si direbbe, allora perché tanto sdegno per la triste attualità? Perché solo oggi, la millenaria pratica della mercificazione sessuale, diventa una lotta epica tra bene e male? C’è ancora spazio per una seria presa di posizione che non trasudi ipocrisia o peggio scada nel moralismo? Prendo a pretesto le penose vicende di attualità non per giudicare questo o quella ma per affermare che c’è una realtà diversa, silenziosa e poco avvezza ai riflettori, fatta di donne che quotidianamente affrontano i problemi della vita senza cedere a facili scorciatoie. Non sono eroine, né sante, né amazzoni, ma donne dignitose che desiderano affermarsi con le proprie forze nel loro campo. In un sistema tuttora dominato da stereotipi e pregiudizi, dove cortigiani e favorite trovano sempre una corsia preferenziale su tutto, ci sono donne, che ribadiscono ogni giorno il loro silenzioso “no”. No ai compromessi umilianti, no alla dignità offesa, no ai ricatti insidiosi. Un prezzo molto alto da pagare, ad una onestà ed una coerenza che nella nostra società non riceve i dovuti riconoscimenti. Sono proprio queste donne infatti quelle che più faticano a trovare sbocchi occupazionali dopo anni di studio, che hanno difficoltà ad avere finanziamenti per sostenere la propria idea o attività imprenditoriale, e che si misurano ogni giorno con l’ardua sfida di conciliare i molteplici ruoli che sono chiamate ad assolvere. Il problema è che le donne in Italia incontrano ancora grandi difficoltà ad accedere ai centri del potere, politico e imprenditoriale. Nelle aziende le donne occupano meno del 7% dei posti da manager, rispetto al 30-35% degli altri Paesi sviluppati. Nella classifica annuale del World Economic Forum sul “gender gap”, l’Italia si piazza al penultimo posto in Europa per le pari opportunità tra donne e uomini A dispetto della preparazione, delle capacità e della determinazione, sono poche le donne ad aver successo e a riuscire a sfondare il cosiddetto “soffitto di cristallo” ossia quella barriera invisibile ma culturalmente molto diffusa che impedisce alle donne di salire ai vertici. Sarà per questo che mentre alcune donne scelgono l’intraprendenza, altre decidono di intraprendere. Secondo quanto emerge dal 2° Rapporto Nazionale sull’Imprenditoria Femminile, realizzato da Unioncamere con la collaborazione del Ministero dello Sviluppo Economico e del Dipartimento per le Pari Opportunità, oggi in Italia le imprese femminili sono oltre 1.400.000, in pratica una su quattro. Stando ai dati queste imprese crescono più di quelle maschili e in confronto resistono meglio alla crisi. Operano in prevalenza nel settore dei servizi, hanno una dimensione prevalentemente “micro” e soprattutto, nascono grazie alla determinazione di donne che si mettono in gioco, un po’ per scelta ma, molto spesso, in risposta alle difficoltà di accesso al mondo del lavoro. Inoltre, da quanto emerge dall'ultima ricerca di CNA l'identikit dell'impresa rosa in Italia si ispira al modello “fai da te”. Nell'85,5% dei casi infatti, queste imprese non ricorrono a prestiti esterni contano prevalentemente su risorse proprie o del proprio nucleo familiare e considerano assolutamente insoddisfacenti i servizi e le azioni di sostegno all’imprenditorialità femminile. In questo quadro, in un contesto di crisi economica quale risposte dare al bisogno reale di pari opportunità espresso dalle donne? Personalmente non credo che la risposta sia nel fare leggi in cui passi l’idea che le donne sono il “sesso debole” da proteggere, una sorta di “riserva indiana” o “specie protetta”. Che ci debba essere una legge per imporre una quota rosa nei consigli d'amministrazione delle società quotate in Borsa la dice lunga sullo stato delle pari opportunità in Italia. Nonostante sia apprezzabile il tentativo di abbattere le barriere culturali che oggi rendono ardua la presenza di donne nei CdA , non credo sarebbe un grande salto passare dalla scarsa presenza alla cooptazione obbligatoria. Ritengo piuttosto, spero non utopisticamente, che la carriera delle donne, il loro accesso al mondo del lavoro, la loro capacità di fare impresa passi solo attraverso una rivoluzione meritocratica che sappia riconoscere e valorizzare qualità, talento ed eccellenza di ogni persona, uomo e donna che sia.

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