Le ragioni della passione: l'ultimo lavoro di Antonio Errico

E' possibile facilitare l'apprendimento a condizione che il “fabbricante” della conoscenza sia consapevole della relatività di ciò che lo circonda

“Le ragioni della passione” (Kurumuny, 2010) si compone di sei saggi Clown. Un incipit-Sono dunque insegno-Oltre il Novecento-Lo specchio di Narciso-Le pagine e i fantasmi-Un viaggio-Un explici attraverso i quali Antonio Errico attrae il lettore nella rete della stimolante avventura della costruzione del sapere e /o della connessione dei saperi. Il percorso parte dal presupposto che è possibile facilitare l'apprendimento, a condizione che il “fabbricante” della conoscenza sia consapevole della relatività di ciò che è intorno a noi (postulati,dogmi,verità consolidate) e sappia perciò porsi in una continua posizione di ricerca personale, di confronto ed autocritica, di “adeguamento”, di empatia con chi impara ad apprendere. La citazione in esergo introduce come un viatico: “Rinato, conosce, ha pietà. Finalmente, può insegnare” (Michel Serres). Nella disamina delle problematiche relative alle strutture ai linguaggi dell'insegnare, il libro coniuga l'approfondimento epistemologico del “saggio” con il piacere della narrazione. Come nel suo precedente lavoro di ricerca pedagogico-didattica intitolato “Fabbricanti del sapere. Metodi e miti dell'arte di insegnare” (Manni, 1999), l'autore ci accompagna negli avventurosi itinerari del sapere, i cui approdi sono sempre più incerti e da ridefinire: richiedono perciò una riforma della mentalità. Con il suo efficace modo di rielaborare i classici e i moderni, da Sant'Agostino a Gardner,da Euripide fino a Edgar Morin, ai cui sette saperi dedica un intero capitolo, Antonio Errico riesce a farci riflettere sulle imprescindibili impostazioni pedagogche e sui concetti fondamentali della didattica, utili ad educare a “comprendere” nella complessa e mutevole società dei giorni nostri. Un coinvolgimento che porta il lettore a focalizzare i nuclei fondanti, i pensieri innovativi, insomma ciò che è essenziale per poter insegnare oggi, in un contesto in cui predomina il relativo del provvisorio e del rimodulabile e non più l'assoluto delle categorie e dei contenuti disciplinari validi una volta per tutte. Richiami a basilari modi di pensare e di affrontare la realtà, nel loro insieme, schiudono nuovi orizzonti e aprono la mente e l'animo a riconoscere il senso della vita, dell'apprendere e del comprendere, che è poi il ricercare che ognuno di noi compie nell'arco della sua esistenza. La verità la bellezza non si possono insegnare, ma ricercare. Ecco a cosa deve propendere l'educatore di oggi. Assecondare le intuizioni, guidare verso l'assemblaggo di un mosaico di conoscenze e competenze che non è mai definitivo. Esiti formativi, per raggiungere i quali non occore la “reductio ad unum” (“la prospettiva unilaterale non può più reggere”), ma, al contrario la condivisione della “molteplicità” e del la relatività, del doppio, dell'ambivalente, superando gli steccati dello “spinato” disciplinare. Svuotate di ogni approccio aprioristico, le conoscenze delle varie discipline diventano quindi competenze, solo se flessibili e aperte alle interconnessioni attraverso la metodologia “transfrontaliera” della comparazione, nella continua ricerca di nessi, analogie differenze, ecc. Non si può affrontare un mondo di incertezze e d imprevedibilità inattese però, se manca la passione dell'imparare e del reimparare. E' ciò che può trasmettere colui che insegna, considerata la destabilizzazione che è conseguita ai primi grandi dubbi, già fin dal secolo scorso.Non rimane allora che “la pedagogia del dubbio, la didattica dell'interrogativo, la prassi della revisione”. Una combinazione di passione (soggettività) e ragione (oggettività) idispensabile oggi per dialogare con il mondo, per sviluppare l'etica della comprensione e della solidarietà.

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