Storia studiata e taciuta. L’eccidio delle foibe

Intervista a Gianfranco Sammartino. Ha insegnato Italiano e Storia negli istituti superiori della provincia di Cuneo e dal 2004 in quelli della provincia di Lecce

Nell'articolo del Tacco on line dedicato all'associazione di docenti “Liceo Docet” è nato un forum spontaneo sull'eccidio delle foibe. Vogliamo cercare di inquadrare il contesto storico con l'aiuto del prof Gianfranco Sammartino, al quale chiediamo di descriverci in poche righe i fatti storici. Secondo lei, perché su questo tema si scatenano opinioni così fortemente contrapposte? “Perché per molto tempo si è evitato di fare chiarezza intorno al tema alimentando un alone di mistero che ha lasciato il campo a diverse interpretazioni, anche le più fantasiose che hanno prodotto fazioni e faziosi; per cui ognuno sente il diritto di dire la sua. La storia non si costruisce sulle opinioni, ma sui fatti, sui documenti, non fa sconti ed è inutile censurare. Anche per chi fa ricerca c’è il rischio che ci si ritagli solo le cose che concordano con la propria ipotesi; in tal caso il risultato è falsato. La storia di quei territori che comprendono l’Istria è stata sempre tormentata come quella di molti territori di confine. Proviamo brevemente a ricostruire i passaggi storici più recenti secondo il nostro punto di vista. Fino alla prima guerra mondiale la Venezia Giulia e la Dalmazia erano stati territori dell’Impero Austro-Ungarico da più di un secolo. L’Austria aveva concesso una minima autonomia amministrativa e permesso l’utilizzo delle lingue e delle culture delle popolazioni presenti in quei territori (italiana, slava e croata), anche negli atti ufficiali. Dopo la prima guerra mondiale la Venezia Giulia passò all’Italia che nel periodo fascista negò l’utilizzo delle altre lingue all’infuori dell’Italiano e procedette all’italianizzazione forzata di territori evidentemente multietnici. Per avere un’idea possiamo citare il Regio Decreto n. 17 del 10 gennaio 1926 che impose a centinaia di migliaia di abitanti croati e sloveni di cambiare i loro nomi italianizzandoli. Si calcola che nel periodo fascista circa 103.000 cittadini di etnia slovena e croata furono costretti a lasciare l’Istria. Nel 1941 iniziò l'occupazione nazifascista della Jugoslavia, Mussolini dichiarava apertamente che: ‘… di fronte ad una razza inferiore come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino ma quella del bastone’. Il bastone consisteva in una vera e propria pulizia etnica che costò la vita a circa 350.000 persone tra serbi, sloveni e oppositori politici croati. Gli ustascia croati, in particolare, alleati dell’Asse, si abbandonarono a violenze inaudite anche contro donne e bambini, episodi documentati da centinaia di fotografie e testimonianze dirette di soldati italiani. Tra l'estate del 1942 e quella del 1943 furono attivi sette campi di concentramento per civili sotto il controllo della II Armata italiana che occupava la Slovenia e la Dalmazia, i prigionieri furono un numero imprecisato di donne, vecchi e bambini. Dal 1 gennaio al 31 maggio ’43 i morti per fame e freddo in tutti i campi furono 805, secondo un dispaccio della II Armata; secondo lo storico Tone Ferenc che calcola tutto il periodo in tutto furono 1435 . Dopo che i tedeschi invasero l’Italia, nel settembre 1943 la Venezia Giulia con il Trentino Alto Adige, il Friuli e la provincia di Belluno vennero annesse al reich di Hitler, vanificando le conquiste italiane della prima guerra mondiale. Nella Venezia Giulia si creò subito uno spirito antitedesco e antifascista interpretato dai partigiani italiani che lottavano per la libertà e da quelli comunisti del maresciallo Tito animati anche da uno spirito di rivalsa antifascista e antitaliano che portò in quell’anno alla morte alcune centinaia di italiani. L’occupazione nazifascista non risparmiò la popolazione civile di nessuna etnia: il 30 aprile 1944 a Lipia (Fiume) l’esercito tedesco, coadiuvato dai fascisti, uccise 269 civili, l'eccidio venne eseguito in parte bruciando vive le persone. Successivamente, per nascondere l'accaduto, tedeschi e fascisti fecero esplodere i corpi con la dinamite. Il 29 aprile 1945 a Cervignano del Friuli i tedeschi in ritirata trucidarono 22 persone; altri 51 civili ad Avasinis di Trasaghis e 22 a Ovaro il 2 maggio dello stesso anno. Con la guerra di liberazione da Hitler e Mussolini la regione della Venezia Giulia e Trieste venne gradatamente occupata dalle truppe comuniste del maresciallo Tito. Togliatti che era ministro del governo Bonomi II°, inizialmente, ordinò ai sui di accogliere le truppe titine senza ostilità tanto che La 14° (poi 20°) brigata «Garibaldi» operò dall'aprile 1944 col IX Korpus sloveno, così come avevano fatto fin dal ’43 soldati dell’esercito, carabinieri e partigiani italiani di altro orientamento politico. Le mire espansionistiche jugoslave furono osteggiate sin dal ’43 dai partigiani italiani che pagarono con la vita la loro opposizione. Vi sono diversi casi in cui i partigiani italiani furono dichiarati sabotatori e giustiziati sommariamente da quelli jugoslavi. Il contrasto portò anche a regolamenti di conti all’interno dei partigiani italiani stessi. L’episodio più conosciuto è l’eccidio di Porzûs che vide protagonista un gruppo di GAP alle dirette dipendenze del PCI. Essi eseguirono una sentenza capitale ai danni di 22 partigiani della Divisione Osoppo di ispirazione cattolica e laico-socialista accusati di proteggere una spia già scagionata dall’accusa, rei in realtà di ostacolare i partigiani di Tito nell’occupazione del territorio italiano. I responsabili dell’eccidio di Porzûs furono processati e condannati nel 1952. Quando le truppe comuniste di Tito ebbero il territorio sotto il loro controllo ripresero la pulizia etnica ai danni della popolazione italiana. Persone di ogni sesso e di ogni età furono gettate, con le mani legate con fil di ferro, vive o morte che fossero, nelle cavità carsiche dette foibe, con l’intento di provocare l’orrore tra gli italiani e costringerli alla fuga. E’ da escludere un coinvolgimento di partigiani italiani agli eccidi delle foibe; anche solo come coinvolgimento a titolo personale. Togliatti dovette ricredersi di Tito anche a livello politico, nel 1944 era certo di una soluzione diplomatica dei confini orientali contando nella sua posizione all’interno del COMINTERN. Invece i comunisti Jugoslavi puntavano di portare il confine fino al Tagliamento. Dopo la guerra Tito consumò la rottura con Stalin che lo estromise dall’Internazionale, guadagnandosi le simpatie degli Stati Uniti allorché pensarono di utilizzare la Jugoslavia in chiave antisovietica. Quello che dobbiamo chiederci oggi è perché i governi italiani del dopoguerra, anche quelli appoggiati dal MSI che delle foibe ha fatto un cavallo di battaglia politica, hanno rinunciato a fare chiarezza, a perseguire i criminali di guerra e hanno ostacolato con ogni mezzo chi ha cercato la verità, preferendo cavalcare il nazionalismo e rivendicare un’italianità istriana totale inesistente. l’Italia, sebbene sia stata trattata meno duramente della Germania nei trattati di pace, grazie alla Resistenza, ha dovuto sostenere il peso dell’occupazione Alleata. La sua politica estera per diversi anni fu dettata direttamente dagli Stati Uniti che, come abbiamo detto, vedevano nel comunista Tito una pedina anti URSS. Con Tito ci fu un vero e proprio scambio sulle foibe, come ci fu con la Repubblica Federale Tedesca per i crimini nazifascisti. Il nuovo Stato italiano rinunciò a perseguire i responsabili delle foibe, mentre Tito si astenne dall’incriminare i fascisti italiani che durante l’occupazione della Jugoslavia avevano commesso crimini contro l’umanità. La verità sulle foibe come quella sulle stragi nazifasciste nel Centro-Nord Italia sono state sacrificate sullo stesso altare della ragion di stato. La cosa più triste e indegna per un paese civile è il fastidio con cui sono stati trattati i 300 mila e più esuli fiumani e dalmati dallo Stato italiano. Nel 1994 sono stati rinvenuti presso la Procura Generale Militare di Roma 695 fascicoli comprendenti le istruttorie su migliaia di casi di violenza sui civili italiani durante l’occupazione tedesca. Erano stati “murati” da una mano ignota in un armadio con le ante rivolte verso il muro in un sottoscala della stessa procura. Con l’argomento della guerra fredda dal dopoguerra fino ai nostri giorni l’Italia ha apposto il segreto di stato su fatti noti all’opinione pubblica come “misteri d’Italia”. La Costituzione prevede il segreto di stato per i casi in cui è in pericolo l’integrità dello Stato. Ma negli anni l’abuso della norma è diventato consuetudine; il segreto è servito per depistare indagini, coprire colpevoli di crimini efferati, nascondere la verità all’opinione pubblica. L’elenco purtroppo è lungo, ma basta citare i casi più eclatanti: Portella della Ginestra, Piano Solo, tentato «golpe» Borghese, caso Moro, Ustica, Piazza Fontana, stazione di Bologna ecc, fino alla recente sentenza sul caso Pollari”. E' vero che i programmi ministeriali e i libri di testo hanno tralasciato l'eccidio delle foibe? “No, non è vero e la polemica è sbagliata perché in classe, libro di testo o no, c’è sempre l’insegnante. L’insegnante deve farsi carico di parlare di certi problemi presentando la verità storica. Non capisco la polemica sui testi scolastici, basta prenderne uno in mano, uno qualsiasi del terzo anno di liceo e accorgersi che non è vero. Eppure la propaganda di una fazione si è prodotta in azioni dimostrative, come quella nei confronti dello storico A. Camera reo, secondo gli aggressori, di non aver dato spazio sul suo manuale al tema delle foibe; ciò è totalmente falso. Gli si contesta in realtà di non aver usato la parola ‘comunista’. Ai libri di storia viene contestato il fatto di non ribadire con sufficiente forza l’italianità dell’Istria e della Dalmazia, quando siamo chiaramente di fronte ad una realtà multietnica e multiculturale. E non è possibile affermare che dietro la strage delle foibe ci sia una strategia comunista che implica anche il PCI, questo è da escludere categoricamente. Una strategia comunista sulle foibe da contrapporre a quella nazi-fascista nei confronti degli ebrei, ad esempio, è solo qualcosa di fantasioso che non ha a a che fare con la verità storica. Con la dissoluzione della Yugoslavia negli anni ’90 abbiamo potuto constatare che la pulizia etnica in quei territori è qualcosa di più radicato e risale almeno alla conquista turca nel XVI sec. Leggendo la storia di questo ultimo ventennio a me sembra che le ragioni ideologiche che hanno prodotto la pulizia etnica nei Balcani vanno ben oltre il comunismo, coinvolgono di più il nazionalismo e l’integralismo religioso. Paradossalmente il comunismo aveva tenuto a bada certe spinte, anche se a convincere alla convivenza le parti era stato più il pugno di ferro della dittatura comunista che una profonda pacificazione. La domanda vera è cosa fare perché ciò non accada più. Va condotta un’operazione di verità con rigore storico, va fatta luce sui crimini e sui criminali di tutte le parti in questione. E’ noto che affidarsi all’analisi dei documenti è più faticoso, esige rigore e serietà; cose molto rare nell’informazione del nostro Paese. Per cui è più comodo e meno impegnativo, forse anche più redditizio, discutere di argomenti seri come se si stesse parlando di due squadre di calcio, per cui ognuno difende a spada tratta i propri colori. Ma molti, ancora oggi, preferiscono affidarsi al sentito dire della propaganda, partecipare al gioco di ci ha conseguito lauti guadagni prima col comunismo e poi con l’anticomunismo. Dai nuovi programmi scolastici, stando alla bozza attuale, è invece sparita la Resistenza e, secondo la nuova ripartizione, rischia di saltare l’intero ‘900. Fino ad ora il programma di Storia del quinto anno delle superiori doveva essere dedicato al ‘900, dall’anno prossimo non sarà più così perché si ripartirà dall’‘800, si tornerà ai programmi degli anni ’80 quando per il ‘900 non c’era mai tempo”. Come è cambiato negli ultimi anni il giudizio sulla Resistenza? Quanto hanno pesato i libri di Giampaolo Pansa? “Proviamo prima a spiegare cos’è stata la Resistenza. Innanzitutto una guerra di popolo, le prime manifestazioni di spirito antitedesco nella popolazione si manifestarono subito dopo l’8 settembre, ne sono esempio le dieci giornate di Napoli e la disperata difesa di Roma, sostenuta da reparti dell’esercito italiano e da civili. Gli episodi del genere non si contano in tutta Italia e nelle zone di oltre confine amministrate dall’esercito italiano. La Resistenza è stato un rinnovato spirito risorgimentale antitedesco che ha coinvolto tutta la popolazione italiana, per cui il giudizio sulla Resistenza è immutato e immutabile. Non a caso ho citato il Risorgimento, poiché l’Italia dopo quasi un secolo di unità si è ritrovata divisa. Se il Risorgimento ha fatto l’Italia, la Resistenza ha fatto gli italiani che hanno lottato per la democrazia e la ritrovata unità! Il giudizio intorno ad essa e su di essa a mio avviso non è cambiato. Alla lotta per la libertà parteciparono tutti i partiti antifascisti: Partito comunista, Democrazia cristiana, Partito socialista di unità proletaria, Partito liberale, Partito d’Azione e Democrazia del lavoro. Questi partiti uscivano da 20 anni di repressione fascista nei confronti dei loro dirigenti, dopo essere stati dichiarati illegali dalle Leggi Fascistissime promulgate successivamente all’assassinio dell’on. Matteotti. Alla guerra di liberazione parteciparono anche migliaia di soldati del regio esercito quando sarebbe stato più remunerativo per loro combattere nelle fila dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. 800.000 militari italiani, disarmati e fatti prigionieri dai tedeschi, preferirono il lager anziché arruolarsi nelle fila della Repubblica Sociale Italiana. Non è stata una guerra civile perché non si può parlare civile con gli eserciti stranieri in casa. Nei primi giorni di luglio del ‘43 gli Alleati sbarcarono in Sicilia e premevano da sud ai quali si aggregarono alcuni reparti del regio esercito e i partigiani, dai primi di settembre dello stesso anno i tedeschi invasero il resto dell’Italia, la Repubblica di Salò schierò un esercito regolare a fianco dei tedeschi, mi domando dov’è la guerra civile? Veniamo alla domanda del Tacco e ai libri di Pansa. Qual è la tesi di Pansa o, meglio, le sue asserzioni poiché nel libro “Il sangue dei vinti” non c’è una vera tesi né un lavoro storico organico. L’autore e i suoi supporter hanno più volte dichiarato che si tratta di un lavoro letterario e se non fosse che gli stessi amano fare confusione tra storia e letteratura non staremmo qui a citarlo. Ma mi è stata posta una domanda, così come se la sono posta in tanti credo. Il “romanzo”, dunque, ruota intorno ad una figura femminile che intrattiene un dialogo con un “io” narrante che si presuppone sia l’autore. Molti dei fatti evocati si basano sui ricordi personali dell’autore che nel 1946 aveva 11 anni e sulla cronaca dell’epoca. Mi sono domandato cosa facessi io a 11 anni. Ricordo che frequentavo la V elementare e ogni pomeriggio mi perdevo la VT dei ragazzi perché ero troppo impegnato a giocare con gli altri bambini per strada e quando rincasavo avevo la pena dei compiti. Pansa invece seguiva la cronaca nera! Forse aveva già in cantiere qualche libro. Gli episodi di sangue citati riguardano dunque fatti di cronaca già noti all’opinione pubblica del tempo e per i quali i tribunali d’allora, amministrati dagli stessi giudici del periodo fascista mai messi in discussione e che applicavano il codice Rocco, hanno emesso sentenze e condannato i responsabili o presunti tali. L’autore ritiene che si trattò di casi di giustizia sommaria eseguiti da partigiani ai danni di fascisti e che i primi hanno goduto della copertura del PCI. Unica prova la confessione di uno dei responsabili che a distanza di molti anni scagiona chi fu condannato al suo posto. E Pansa che fa? Se la prende coi giudici autori di una sentenza senza prove? No, col Partito Comunista Italiano che a suo dire ha macchinato dietro le quinte. La teoria applicata a questo episodio viene poi generalizzata ed estesa a tutti i casi e a tutta l’Italia. A sostegno di ciò l’autore non esibisce nessun documento né si rifà ad altre pubblicazioni. Su questo punto, che a me sembra centrale, come sugli altri, Pansa non ha mai accettato un confronto accademico con gli storici. Su “Sette”, supplemento del Corriere della Sera del 4 dicembre 2003, ha risposto che del richiamo degli storici «se ne fotte». Altro punto controverso è il numero dei morti che il romanziere fissa in 25.000! E’ stato domandato dove siano andati a finire tutti quei cadaveri in decomposizione: nessuna risposta; uno storico deve almeno indicare la pubblicazione o, meglio, i documenti da dove ha desunto quel numero: nessuna risposta. Ammesso che quei fatti di giustizia sommaria del 1946 contro fascisti o presunti tali riportati da Pansa siano stati commessi anche da persone che nel periodo 1943-45 avessero militato nelle fila della Resistenza o che aderissero al PCI oggi non scalfisce di un millimetro il valore della guerra di liberazione. Vero è che alla fine della guerra l’ordine dato ai reparti partigiani di deporre le armi non fu rispettato da tutti e la situazione non fu risolta prima del 1956. I responsabili furono sconfessati dalle forze politiche di appartenenza, anche dal PCI, i loro crimini furono in larga parte perseguiti dalla legge, i responsabili condannati. A chi ha rimproverato che il libro di Pansa avesse delle vistose lacune storiografiche si è risposto che quel libro ha solo valore letterario, una specie di racconto; quando gli si è fatto presente che dal punto di vista letterario era proprio brutto allora si è rivendicato il valore storico del libro: questo non è onesto! In realtà in questi ultimi 15 anni assistiamo ad una strategia in tre atti per diffamare la Resistenza e ciò che è il suo frutto migliore: la Costituzione. Atto primo: sminuire i disastri mussoliniani: il confino politico? Una villeggiatura per 15000 italiani. L’unico errore di Mussolini? L’alleanza con Hitler nascondendo o fingendo di non sapere che è costata la distruzione dell’Italia. La violenza e l’arbitrio della X Mas? Scherzi da goliardi, ma che gestivano il campo di Fossoli. Atto secondo: diffamazione della Resistenza, i partigiani rubavano ai contadini, i partigiani complici delle foibe, i partigiani giustizieri sommari ecc. Ora siamo al terzo atto: la riabilitazione del fascismo! Il fuoco di batteria comprende “intellettuali”, “storici”, ministri, deputati per finire alla fiction RAITV con il sostegno di autori che mettono le mani avanti dichiarando di non voler fare storia ma cinema. “Nessuno che abbia vissuto quella esperienza ha potuto dimenticarla, e mai prima d’allora dei cittadini ordinari avevano partecipato così attivamente alla vita nazionale. Da molte fonti – film neorealistici, la poesia di Quasimodo, o i romanzi di Pavese, Vittorini e Pratolini – si trae l’impressione che questa guerra di liberazione contro Mussolini e Hitler sia penetrata nella coscienza di quelli che l’hanno vissuta più profondamente di quanto non fosse accaduto per il Risorgimento ottocentesco” (D. Mc Smith, Storia d’Italia, pp. 566-567, Laterza, Bari 2000). Oggi si sta tentando di minare quella coscienza di cui parla Mc Smith, dopo averla infangata. Si tenta di contrapporre Pansa a Pavese, i contenuti RAI-Mdiaset a Benedetto Croce, G. Fiorello e Buzzanca a De Sica e Rossellini, alla Costituzione leggine Sudamericane. Nessuno può pensare di onorare le vittime di quella grande catastrofe umana che fu la seconda guerra mondiale revisionando il valore della Resistenza”. Come giudica, infine, il fatto che si creino spontaneamente dei dibattiti su temi storici? Le fa piacere o è più preoccupato per i toni a volte sopra le righe? “La cosa non può che fare piacere, anche perché vedo che interessa molti giovani. Ciò dimostra fame di sapere in un paese in cui l’informazione, la parola e l’udito sono sequestrati dall’esigenze della politica con la “p” minuscola. Purtroppo quello che manca è il dialogo, lo spazio e la capacità di argomentare le proprie posizioni e ascoltare. A volte si tratta di mettere in discussione le certezze granitiche che ognuno porta dentro di sé, ma chi cerca la verità è anche capace di cambiare opinione. Il problema non è il tono, ho conosciuto fior di intellettuali e predicatori che su certi argomenti si incendiavano come vulcani, ricorrendo solo alla forza del loro pensiero e delle loro argomentazioni, senza ricorrere allo sproloquio o alla violenza. Offende solo chi non ha argomenti, chi non è abituato a ragionare sui fatti; offende chi parla, come diceva Platone, per sentito dire e ripete le sue parole senza avere la cognizione di ciò che veramente sente di dire”.

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