Marocco e Salento sotto il morso della taranta

Una giornata-studio dedicata alla transe e al rito della taranta, presso la sala conferenze di parco Palmieri a Martignano. Il progetto è stato presentato dalla compagnia Arakne Mediterranea. Ospite internazionale della serata il carismatico Abdenbi El Gadari, mallem della confraternita Gnawa del Marocco

Un incontro. Quello tra Marocco e Salento, ieri pomeriggio, per un frenetico ballo sotto il morso della taranta, presso il parco turistico-culturale Palmieri a Martignano, nella sala conferenze. Proiezioni, discussioni e performance dalle 17.30 fino alle 21.00, per una giornata-studio dedicata al progetto Dromena. L’Orkesis della transe e il rito della taranta, presentato dalla compagnia Arakne Mediterranea, fondata da Giorgio Di Lecce e diretta da Imma Giannuzzi. Ospite internazionale della serata il carismatico Abdenbi El Gadari, mallem della confraternita Gnawa e leader degli Gnawa Bambara del Marocco. Dopo la presentazione del progetto, si è dato il via alle due proiezioni presenti in scaletta. La prima: La taranta (1962) di Gianfranco Mingozzi con il commento del poeta Salvatore Quasimodo. Con un’equipe composta dall’antropologo Ernesto de Martino, dal musicologo Diego Carpitella, ha preso vita la pellicola, primo documento filmato sul fenomeno del tarantismo in Puglia. Venti minuti d’immagini per immortalare un fenomeno ormai scomparso, in scena: il barbiere, violinista autodidatta, il tamburellista contadino e il suonatore di fisarmonica, becchino di professione. La scenografia è quella di una Galatina dei primi anni Sessanta, con le sue campagne, bianchi campanili di Chiese gremite di fedeli per la devozione a S. Paolo, erba incolta a nascondere il ragno responsabile del morso. Seconda proiezione La Lila. Rituale di Transe della Confraternita Gnawa del Marocco. Con l’aiuto di una traduttrice, Abdendi ha spiegato le origini degli Gnawa, gruppo etnico formato dai discendenti di antichi schiavi negri provenienti dai paesi dell'Africa a sud del Sahara. La loro musica nasce proprio come sfogo per questa loro condizione di schiavi, Abdenbi ne ha dato una dimostrazione, esibendosi live, con strumenti, vestiti e movenze tipiche. Un ritmo ipnotico, capace di indurre uno stato di trance, grazie a suoni bassi e ritmati del sintir con il battito delle mani come accompagnamento. Musica e danza per evocare forze spirituali ed estirpare il male, curare malattie della psiche o guarire punture di scorpioni. Col tempo, anche la musica gnawa, come i nostri canti popolari, ha cominciato a destare interesse anche al di fuori della società tradizionale, ed è salita alla ribalta internazionale. Dopo la visione dei due riti, è nato il dibattito sul rito della taranta oggi e sulla Lila, il rituale di transe della Confraternita Gnawa in Marocco a cura di Abdendi El Gadari, con un intervento sul tema di Gino L. Di Mitri, docente presso l’Università del Salento. Gino L. Di Mitri ci ha tenuto a precisare come la comparazione tra i due riti, se pur basata su fatti antropologici così affini, sia difficile. Da osservatore etnografico ha subito fatto riferimento alla performance musicale di Abdendi, il segreto sarebbe tutto nel movimento circolare del suo capo, con cui cerca di far roteare il pennacchio del suo cappello, è proprio questo il movimento ancestrale che porterebbe al fenomeno della transe. Far roteare la testa provoca un effetto vasomotorio dell’encefalo, che unito agli stimoli delle percussioni, manderebbe in transe. Di Mitri ha ricostruito le origini del tarantismo, le prime notizie riguardo al rito risalirebbero ai tempi dell’invasione dei Saraceni nell’Italia meridionale, circa il secolo XI. Arrivarono in Italia dalla Turchia, dall’Egitto e, in particolar modo, dalla Tunisia e dal Marocco; s’insediarono in varie zone dell’Italia meridionale, specialmente in Puglia. Rimasero in Italia circa un secolo, lasciando molti segni del loro passaggio, tra cui la taranta. A conferma di tale derivazione, basti pensare che all’origine della taranta ci sia il famoso morso della tarantola, ragno di origini maghrebine appunto. Il veleno della tarantola procurava alla vittima uno stato patologico accompagnato da un bisogno irresistibile di danzare. Secondo la credenza popolare, la danza aveva come funzione quella di espellere il veleno attraverso il sudore, ma è stato provato che il morso del ragno era generalmente immaginario. Intorno alle 20.00 circa le parole hanno lasciato spazio alle dimostrazioni pratiche, con una performance live degli Arakne Mediterranea e di Abdenbi el Gadari. Un suggestivo e multietnico spettacolo d’ascolto e di partecipazione attiva. Dura resistere al richiamo ritmico e non roteare il capo a tempo di musica. Potenza del suono, che genera sì stati di transe, ma che soprattutto unisce, Oriente ed Occidente nei suoni tribali della nostra madre Africa.

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Info sull'autore

Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

Articoli correlati