L'Aquila ora vola

Francesco Ortu dell'Ordine dei medici ed odontoiatri di L’Aquila ringrazia l’Ordine dei medici di Lecce che ha fornito e continua tutt'ora a fornire un valido supporto ai colleghi aquilani in difficoltà

di Francesco Ortu* Una città che cade ed un’altra che le tende la mano per rialzarsi. Così potrebbe essere riassunta questa vicenda dipinta coi tratti forti della solidarietà e della fratellanza, ma procediamo con ordine. L’Aquila, Abruzzo, 06 aprile 2009, ore 3.32 del mattino. La terra inizia urlando a muoversi, il tempo pare invece fermarsi. In trentasette interminabili secondi, il sisma si dice più forte del millennio sceglie la sua vittima, una città antica, fiera, con anni di storia sulle spalle e la colpisce con una scossa di cui non si possono definire nemmeno i connotati. Non era ondulatoria, o sussultoria, era tutto insieme! La terra saltava, si muoveva, girava, squassava. Una creatura meschina e vigliacca – in città l’hanno ribattezzata “il Serpente”- che tuttora si nasconde nel sottosuolo, si è divertita a far crollare le case, a strappare le vite di giovani, anziani e bambini. Pochi istanti e i sogni, i progetti, gli amori di migliaia di persone sono andati in frantumi, sepolti sotto le macerie. Una città silenziosa, abitata da gente onesta, lavoratrice che tanto era dedita ai propri affetti da apparire quasi sconosciuta al resto del Paese ha dovuto piegare le ginocchia dinanzi alla forza distruttiva del terremoto. Per chi ci si è trovato, come colui che scrive queste righe, che ha vissuto tutto sulla propria pelle, sarà impossibile dimenticare quella notte maledetta, anche raccontarlo sembra a volte assai difficile. Fotogrammi di terrore stampati a fuoco nella mente, nell’anima, immagini che prima si erano viste solo nei film americani. Il rumore, la casa – luogo sicuro per eccellenza – che improvvisamente si anima, diventa cattiva, i muri che vengono verso di te, gli oggetti che cadono, i muri che si crepano, le finestre che si aprono da sole, la paura, la fuga, la prima notte passata all’addiaccio. E molti, purtroppo, non sono stati altrettanto fortunati. Durante quelle ore, le sirene delle ambulanze cantavano nel buio la loro triste litania, e le notizie si rincorrevano senza sosta. Il crollo di questa o di quella casa, di quella chiesa, il castello, il conto delle prime vittime, una, dieci, venti, cento. Alla fine, il tributo di sangue che la città è stata costretta a pagare è stato alto, circa 300 persone (e molte ancora combattono nei vicini ospedali). In molti lo hanno definito il “terremoto dei giovani” perché L’Aquila, tra i tanti, aveva un grande pregio: un importante polo universitario che riempiva le nostre vie di un gran numero di chiassosi studenti. Ma anche tutte le altre vittime, mamme, bambini, sposi, anziani, le loro storie, il loro ricordo nei cuori di chi resta. Questa città ferita, alla fine, era un grande paese dove tutti si conoscevano, dove passeggiando per il centro tutti si salutavano. Alla fine, in un modo o nell’altro, per amicizia o semplicemente per il fatto di vedersi tutti i giorni in un determinato posto, tutti gli aquilani hanno perso qualcuno. Questo era la città quando è caduta. Ora però ha riaperto gli occhi e vuole a tutti i costi curarsi le ferite, far sapere al mondo che è ancora lì nonostante tutto. Proprio così, perché L’Aquila non è morta, è solo rimasta fortemente colpita, stordita da un colpo ben assestato. Ebbene, tutto il mondo ha visto la forza e la dignità del popolo aquilano di fronte a questa tragedia e dopo la paura, il dolore e le lacrime ora sta montando la rabbia, quella che si prova di fronte alle case crollate, di fronte a delle vittime innocenti. Perche L’Aquila uno strazio simile non lo meritava, nessuna città lo merita. Ecco allora la voglia di ricominciare, la voglia di riprendere quello che si è lasciato, casa per casa, strada per strada. La vita riprende, molta gente è andata via dalle tende perché è riuscita a trovare una sistemazione migliore, molti negozi riaprono e quelli che non hanno i locali agibili hanno montato dei chioschi all’aperto. Cosa assai significativa è avvenuta sabato scorso in un centro commerciale. I ragazzi sono tornati a ballare e stavolta non a causa del sisma ma al suono di quella musica spensierata che avevano ascoltato sino al giorno precedente al terremoto. E molti gli aiuti arrivati da tutta Italia, dal mondo intero. Ed è in questo scenario che viene alla luce il grande cuore di un’altra città, quella che sta tendendo la mano alla compagna in difficoltà. È con il sorriso e con tanto affetto che Lecce sta aiutando L’Aquila. Sarà perché sono pressappoco della stessa grandezza, sarà perché anche prima dell’unificazione italiana facevano sempre parte dello stesso Stato ma la bella Lecce si sta distinguendo per lo spirito solidale che sta dimostrando in questo triste momento. A ben vedere, di punti in comune se ne possono trovare tanti. Forse proprio quella storia, quell’atmosfera artistica che si respira in entrambe le avvicina. Uno dei simboli del terremoto a L’Aquila, infatti, è stato il crollo della chiesa delle Anime Sante, piccolo capolavoro che poteva vantare le firme di due grandi artisti, sulla facciata di Gian Lorenzo Bernini e sulla cupola di Giuseppe Valadier. Come poteva allora la culla del barocco, rimanere insensibile al forte richiamo accorato di una città altrettanto splendida e piena di tradizione? Nasce così un ponte ideale che unisce due popoli, due culture diverse per formazione ma alla fine così simili ed affini. Si deve soprattutto ringraziare l’Ordine dei Medici di Lecce che ha fornito e continua tuttora a fornire un valido supporto ai colleghi aquilani in difficoltà. Questo aiuto ci fa capire l’affetto e la disponibilità degli amici medici ed odontoiatri di Lecce che in questo momento ci sono vicini, tutti, nessuno escluso devono essere ringraziati per il loro contributo prezioso. Presto il Presidente sarà al più presto di persona a Lecce per ringraziare a nome di tutti gli iscritti dell’Ordine di L’Aquila ed a nome di tutti gli aquilani. Per quello che stanno facendo i ringraziamenti non saranno mai sufficienti. Due belle cittadine si sono avvicinate a dire il vero, il vestito di una delle due è un po’ rovinato e strappato ma non ci vorrà molto che questo torni ad essere più bello di prima. Lo si deve a chi non c’è più. E molto presto, quando i riflettori saranno spenti definitivamente, rimarrà un popolo fiero, forte e gentile. Il motto cittadino è “Immota Manet”, ovvero “rimane immobile”, per essere sopravvissuta a tante di quelle scosse e non essere mai caduta. In molti, con un leggero velo di sarcasmo, hanno riso di questo motto. Ma il messaggio è un altro. Quello che i padri di questa grande città hanno voluto tramandare non è quello di non cadere mai, ma quello di una città che, nonostante il sisma più forte e distruttivo, rimane lì, dov’era con i sui abitanti a proteggerla. E di una cosa v’è da esser certi. Se l’Aquila è l’unica città al mondo, oltre Roma, ad avere una Porta Santa, per forza deve essere nata sotto una buona stella, per forza deve avere qualcosa di magico, speciale ed affascinante da raccontare ai suoi figli. Se si decide di chiamare una città L’Aquila allora è naturale che essa sia destinata a volare. Grazie L’Aquila, grazie Lecce. *dell'Ordine dei medici ed odontoiatri di L’Aquila

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