Maxi processo rifiuti. Chiesti 83 anni per 38 imputati

Ieri il maxi processo per traffico illecito di rifiuti e reati ambientali. L’accusa ruota attorno all’attività delle imprese “Rosafio Rocco servizi ambientali” e “Rosafio”

Oltre 80 anni di carcere per i 38 imputati del processo sul traffico di rifiuti pericolosi e di reflui nel Basso Salento nonché sui rapporti intrattenuti da alcuni carabinieri con le aziende e con i trasportatori. In tre ore di requisitoria, Elsa Valeria Mignone, pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia, ha ripercorso ieri l’inchiesta condotta con i carabinieri della Compagnia di Tricase e con la Tenenza della Guardia di finanza sullo smaltimento illecito di rifiuti che avrebbe coinvolto il centro ed il sud Salento fra il 2002 e il 2003. I tronconi in cui l’inchiesta si dive sono due: rifiuti pericolosi e non pericolosi da una parte e reflui dall’altra. Ed il magistrato ha ribadito l’aggravante delle modalità mafiose nella parte che riguarda la gestione della famiglia Rosafio-Scarlino di Taurisano. Le richieste di condanna hanno riguardato tutti gli imputati dell’inchiesta ad eccezione dei conducenti dei camion per i quali si è prescritta l’ipotesi di reato di traffico di rifiuti. L’accusa ruota attorno all’attività delle imprese “Rosafio Rocco servizi ambientali” e “Rosafio”: rispondono di aver conferito rifiuti pericolosi negli impianti di Corsano, Presicce, Melendugno, Galatina, Taurisano ed anche nella discarica di rifiuti solidi urbani che la Monteco gestiva ad Ugento. Stessi impianti e stessa discarica per i reflui attraverso l’impiego di quasi 30 mezzi grazie ai quali sarebbe stato adottato uno smaltimento sistematico anche nella falda acquifera: come il pozzetto in contrada Mulicchi a Taurisano di proprietà dei Rosafio collegato alla falda. Fra le contestazioni ribadite dalla pm Mignone anche l’impiego di documentazione falsa riguardo gli orari di carico e scarico, nonché sul peso dei rifiuti trasportati. I Rosafio al centro dell’inchiesta ed al centro della requisitoria di ieri: il magistrato ha ribadito che avrebbe monopolizzato il mercato grazie all’imparentamento con il noto boss di Taurisano Giuseppe Scarlino, conosciuto con il soprannome di “Pippi Calamita”, il quale avrebbe svolto il ruolo di lasciapassare con la concorrenza che sarebbe stata così sottoposta alle condizioni dettate dai Rosafio. A questo avrebbero contribuito anche alcuni carabinieri che avrebbero evitato di controllare i mezzi di Rosafio in cambio di regali di vario tipo. Si tornerà in aula venerdì per le repliche degli avvocati difensori.

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