Ucciso da un gruppo malavitoso?

Gli inquirenti temono una ripresa della criminalità a Lecce

Potrebbe essere stato ucciso per essersi ribellato all'egemonia di un gruppo criminale. Quella di Antonio Giannone è stata un'esecuzione in piena regola

Gli inquirenti ora temono una ripresa della guerra di mafia. La stessa che spargeva il panico negli anni a cavallo tra i Novanta ed il 2000. Perché qualcuno, lunedì sera, ha sparato, uccidendolo, ad Antonio Giannone, 25 anni, di Lecce. Un colpo vicino all’orecchio, esploso con la precisione dell’esperto che non ha lasciato scampo alla vittima, che si trovava al sesto piano di un appartamento in via Terni, a Lecce, a far visita ad una conoscente. Si è trattato di un vero e proprio agguato, dal momento che era già da un’ora che i residenti nella zona sentivano rombare una moto di grossa cilindrata nei paraggi. I killer sapevano esattamente che il 25enne si trovava lì; attendevano il momento più adatto per farlo fuori. Le ipotesi sul movente dell’omicidio vagliate nelle scorse ore sono diverse; Giannone non era infatti un volto nuovo per la giustizia: nel 2004 era stato in carcere per detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente per essere stato sorpreso con 20 grammi di cocaina e 15 di eroina, già divise in dosi. Ma da allora di lui non si era più parlato. E’ probabile che la sua fine non sia da collegare al traffico di droga, ma piuttosto alla sua insubordinazione all’egemonia di un gruppo malavitoso che si sarebbe formato sulle ceneri di quello messo in piedi nei primi anni 2000 dall’allora boss Filippo Cerfeda.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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