La caccia nei testi di Antonio Errico

L’autore è stato recentemente premiato per la letteratura (Foglia di tabacco)

La tematica della caccia e/o della ricerca di qualcosa d’introvabile, vero e proprio “topos” con valenze allegoriche ampiamente sviluppate nella letteratura e nelle arti figurative di ogni tempo, ritorna più volte nell’opera dello scrittore, come disperata e ambigua condizione di chi insegue ma è nello stesso tempo inseguito

Come in tutti i racconti di A. Errico raccolti in Favolerie ( Piero Manni, Lecce, 1996), anche ne La caccia il tono è intensamente lirico. Non c’è, però, una storia né una trama narrativa, l’occasione per affabulare è data dalla caccia a una preda inafferrabile. Fin dall’inizio il lettore partecipa emotivamente a una situazione di ricerca interiore pervasa da riflessioni psicologico-esistenziali. La narrazione procede con continui rinvii, oscillando tra la tensione del cacciatore e l’identificazione della preda. L’anafora con il suo andamento ritmico esalta la vena nostalgica: ( “ Lei ha il volto di un ricordo antico [.] Lei ha il volto di un desiderio spento […]Lei tende l’agguato [.] Lei rimane la tua giovinezza […] Lei rimane il tepore d’aprile [.] Lei è quello che sembra […] Lei è un nome che s’anima […] Lei è novella che dura […] Lei sceglie con cura la preda […] Lei è colei che non torna [.] Lei passa […] Lei passa [.] Lei è il vanto e il trofeo di ogni giorno…” ). Brani dal tono fiabesco si alternano a riprese narrative in prima persona, sempre di impianto anaforico, ( “ So che mi cerchi – disse – lo so da sempre [… ] Ma adesso sono qui, dentro il tuo regno […] Adesso, sono qui. Non assalirmi […] Adesso sono qui […]Ti aspetto [.] Adesso sono qui, disse […] Ti aspetto […] Adesso sono qui ti aspetto ancora [ …] Adesso tu verrai, verrai tra poco” ) e materializzano, nell’abbraccamento, il senso di un’attesa spasmodica, rivelatrice di una inquieta e ambigua situazione interiore (“se la insegui la ami o la odi […] se la ami o la odi, non fa differenza”) che diventa desiderata ricerca dell’ io e dell’altro da sé (“ci vuole la stessa arte per cacciare e per scappare”). In tutte le pagine, l’analisi del rapporto cacciatore-preda è giocata sull’ossimoro, su analogie, su riprese e su contrasti lessicali o fonico- semantici, e costituisce la struttura portante della fabula, fino al raggiungimento ( “aveva capito dov’era [.] lei è un nome che s’anima, nient’altro che questo [… io lo sapevo, è dietro la parola [… ] un nome-parola che sfuggi e che insegui ” ) e allo svelarsi della verità. Vissuto e immaginario si fondono, così, in un crescendo di suggestioni sempre più musicali e melanconiche, “ tra una memoria antica e un sogno nuovo”, nella speranza che si realizzi, anche per una volta soltanto, il ritorno della felicità e del tempo perduti. Ricco di implicazioni metaforiche, il testo del narratore salentino ruota, quindi, intorno alla ricerca del significato dell’esistere, al di là di tutti i condizionamenti e dei ritmi che la vita impone. E sarà vana la caccia, fino a che persisterà l’identità dei ruoli. Solo il loro anamento porterà a una svolta :“ Puoi prendermi ora che non siamo più preda e cacciatore e non abbiamo distanze che ci separano.” Altri tratti peculiari dello stile dell’autore acquistano risalto nel crescendo ritmico delle sequenze descrittive (“climax”, “amplificatio”), fono-simbolico-sinonimiche, nelle assonanze, nelle ridondanze lessicali, nelle ripetizioni e nelle strutture chiastiche ( “mi basta questo bosco silenzioso, il silenzio lungo nel bosco; sembra […]sembrava”, etc.), in neologismi semanticamente pregnanti (“sbiadenza…scordanza . sfioro di vento” ). In questo continuo slittamento di piani si possono ritrovare echi e suggestioni presenti nelle poesie di Giorgio Caproni ( citato dall’autore in esergo ). La tematica della caccia e della ricerca di qualcosa d’introvabile, vero e proprio “topos” con valenze allegoriche ampiamente sviluppate nella letteratura e nelle arti figurative di ogni tempo, rimanda infatti anche ad opere caproniane come Il franco cacciatore ed in particolare a Il conte di Kevenhuller. Anche in quest’ultimo poemetto, la caccia alla misteriosa bestia è il pretesto per riflessioni sul rapporto preda-cacciatore, analizzato nei diversi aspetti e concentrato sinteticamente in aforismi e sentenze sarcastico-filosofiche, secondo moduli stilistici tipicamente caproniani. Sembrerebbe, perciò, possibile cogliere a tratti alcune corrispondenze, nonostante la differenza di registro stilistico. Pur essendo il linguaggio e il tono molto diversi ( sagacemente ironici e apparentemente facili e dimessi i versi dell’operetta del poeta livornese ( Poesie 1932-1986, Milano, Garzanti,1986), in entrambi gli autori in fondo prevale più che il contenuto, il gioco degli ossimori e delle identità , lo scambio dei ruoli preda-cacciarore. Proviamo a ripercorrere qualche pagina de “Il conte di Kevenhuller”, dove il protagonista, in seguito all’avviso del 14 luglio 1792, decide di partecipare alla “generale caccia” per ammazzare la belva feroce, ma presto getta il fucile: La Bestia, o era fuggita via, o non esisteva. / Il Conte / -al diavolo- stravedeva? per poi ricredersi subito Anche se non esisteva / la bestia c’era[…] era la frana della ragione. Il poeta, tutto preso dal sovvertimento logico e dalla dimensione del poetare su dubbie e relative verità ( cfr. A. Dei, Giorgio Caproni in Civiltà letteraria del Novecento, Milano, Mursia, 1992 ) procede con andamento sdrammatizzante ( anche se non cadrà mai ,ti basterà crederlo). La preda sempre eludente, è forse un’illusione? O è il simbolo del continuo dissidio tra vita e morte? Sulla base di una lettura intertestuale, che convoca i due testi in parola, emergono relazioni tematico-stilistiche, variate nella scrittura di Errico secondo schemi e timbri originali: “Una traccia e poi sparì all’improvviso dentro il a” ( La vedrai scappare via, celarsi dentro la sua morte ). Lei sa sfuggire ad ogni appostanento […] si nasconde […] aspetta il tempo più buio […] Una traccia. Un’ombra tra le foglie. E’ sua -si urla -è sua. Poi forse un’ombra appare tra le fratte, un’ombra, forse, e ancora grida: spara, grida: spara spara spara spara. Sfugge all’urlo che ripete spara spara ”. In Caproni : Quando il bosco s’abbuia./Quando appare la prima/ faina./.…E’ l’ora …/L’ora della Bestia…/Prima/ di nominarla, spara! Spara prima che sparisca nel suo nome…Spara/ Non cercare la mira./Spara! Spara! Spara!!! Anche nella descrizione della fugace preda: la bestia che nessuno mai vide […] appariva sfuggiva [ …] nessuno era riuscito a osservarla vicino non mancano riscontri: “Mai nessuno l’ha vista, viva, in faccia […] appare, scompare, riappare”. “ Evanescente ” si raggira nel vacuo [ …] la preda che tutti abbiamo in petto […] “ si annida nel petto”, ed è perennemente in bilico tra due opposti contrari : mansueta e atroce, “carezza” e infine “sgomento ” per dirla con Errico. Animale mutevole e quindi senza forma [.] leone o drago che sia il fatto poco importa ritorna ne “ La caccia ” così variata : “non lupo, cinghiale, falcone […] si muta in forma vuota” e diventa perciò nel corso della narrazione dapprima ombra, poi morte e assenza, infine attesa di un ritorno. Una preda quindi dalle mille contorte tracce con una storia che, per l’autore di Favolerie “cela cento trame […] nasconde ogni traccia ogni segno”. Sempre ambigua e doppia: “ lei che seduce e ripugna ” e attira chi la respinge [… ] un letame? Una rosa? Sempre sfuggente e imprendibile, si allontana proprio nel momento in cui è presa, “ A volte poi accade che riesci a colpirla […] Però non è più lei allora ”. Lei sempre eludente […] che colpita, fallirai […] imprendibilmente erratica [ non cadrà mai [….] poiché catturata resta in perpetuo distante. Ma che cosa si rincorre insieme alla preda? Se per i cacciatori caproniani non c’è a di più bello del poter inseguire la bestia, al fine di Catturare- ma vivo !- / il Desiderio di Morte, nel racconto di Errico essa è inseguita “perché una voce ritorni”. Sia ne Il Conte che ne La caccia alla fine, comunque, si arriva alla stessa scoperta, alla stessa conclusione: ./ sapevo, E’ dietro la Parola [ … ] Il luogo della bestia in fuga, che sempre /- è detto- è nella parola ; “ lei è un nome, parola che sfugge e che insegui”. E ancora: L’onoma non lascia orma; “sei la parola che mette fine a ogni racconto”. Dunque la preda è “novella, parabola, fiaba”come nel conte di Kevenhuller ( dove la “ Storia è testimonianza morta. / E vale quanto una fantasia ), è un nome che non lascia tracce. Un gioco di ambiguità che nei versi di Caproni giunge all’ identità degli opposti fin dall’ avviso iniziale: quanto odio nell’amore, quanto amore nell’odio […] ti uccide uccisa. Nel racconto di Errico tale gioco si dilata in modo sempre più lirico “Ora mi riconosco, ora ti riconosco, mi ero smarrito, ti avevo smarrito nel bosco [ … ] riesci a colpirla però non è più lei.” Il tema della caccia si ritrova, tra l’altro, già in versi caproniani precedenti Il conte di Kevenhuller : Tempestavano spari / in tutta la foresta…cercavo / – il fucile imbracciato -/ fra le altre ombre la mia./ Appariva. Spariva./ Il punto di stazione, /certo ,non mi favoriva. / La mira ,ero io./ Il resto,/tutta una fantasia. ( La lirica, compresa nella raccolta Il franco cacciatore, è intitolata “La caccia”) ed è quindi un topos nella produzione caproniana, dal racconto La lepre pubblicato su Il Critone nel 1956 ( cfr. G. Pisanò Caproni e il Salento: il contributo alle riviste salentine in Il sodalizio Betocchi-Comi e altro Novecento, Galatina, Congedo, 1996, p.89 ) fino agli ultimi versi, pubblicati postumi a cura di Giorgio Agamben ( Res amissa, Milano, Garzanti,1991),dove la ricerca è quella di un bene perduto e dimenticato ( cfr.pure A. Dei Giorgio Caproni cit. ). Se nell’operetta caproniana il discorso si dipana sotto l’insegna giocosa-esistenziale dall’inizio ( La bestia che cercate voi/ voi ci siete dentro […] la bestia che bracchiamo è il luogo dove ci troviamo) fino alla conclusione del “ libretto” ( Riportare il flagello / a Morgana ( un giorno )/ di roccia ),nel suo castello / senza via di ritorno.), nel testo dello scrittore salentino la narrazione prende un andamento evocativo sempre più legato al filo dei ricordi, nell’attesa che torni per un attimo il tempo perduto ( “ora so che vivemmo aspettandoci tu e io […] La inseguiva e gridava ti lascio, se vuoi, il cavallo, il castello, tutto quello che ho, ti lascio i sogni che ho avuto, gli amori, anche gli occhi, se vuoi, ma tu ritorna soltanto una volta, anche solo una volta.” ) per poter scongiurare l’inevitabilità di tutto ciò che è limitato e finito. Alla fine comunque sembra valere proprio lo stesso assunto: se volete trovarvi ,perdetevi nella foresta.

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