Intervista a Valeria Mignone: rifiuti speciali, affari sommersi

1999: iniziano le indagini. Gennaio 2007: la condanna in primo grado dei trafficanti

Nel 2007, intervistata dal Tacco, il sostituto procuratore Valeria Mignone racconta le indagini e la condanna in primo grado dei responsabili del traffico di fusti di olii inerti contenenti PCB (policloruribifenili) nel basso Salento

Riportiamo di seguito l’intervista di Giuseppe Finguerra ad Elsa Valeria Mignone, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia, pubblicata sul Tacco d’Italia n.38, luglio 2007 (in versione originale, in allegato). Il reportage sulle coste salentine ha fotografato l’incuria e il disprezzo con cui cittadini e amministratori trattano l’ambente. E’ questa pratica che prepara il terreno al traffico illecito di rifiuti in Salento. Abbiamo sentito Elsa Valeria Mignone, sostituto procuratore DDA presso la procura di Lecce, che ci ha raccontato i dettagli di una serie di indagini da lei portate avanti e che si sono concluse con l’accertamento del crimine e la condanna in primo grado dei responsabili del traffico sommerso di rifiuti pericolosi.

Esiste il problema del traffico illecito di rifiuti nella Provincia di Lecce?
“Rispetto alle altre province pugliesi, nonché ad altri contesti regionali del meridione, la provincia di Lecce è interessata da una casistica limitata di reati legati al traffico illecito di rifiuti. Tuttavia, la limitatezza del fenomeno non è indice di marginalità o di assenza di tale tipologia di crimine, tutt’altro. Il traffico illecito di rifiuti semplicemente rimane sommerso, per una serie di motivazioni. Innanzitutto, vi è una generale disattenzione verso le problematiche dell’ambiente. Faccio un esempio: il deposito incontrollato di rifiuti. È una pratica diffusissima da noi. I depositi incontrollati di inerti, elettrodomestici e quant’altro, rappresentano il terreno ideale per l’abbandono di rifiuti ben più pericolosi per la salute e per l’ambiente. Un caso eclatante si è verificato alla fine nel 1999 ed ha dato vita ad un processo penale che si è concluso nel gennaio del 2007 con una sentenza di condanna di primo grado. La società Sea Marconi Envirotech srl., di Gardini Graziella, con sede in Seclì, con la complicità del “mediatore” Gianfranco Grecolini, titolare della Studio Tecnico scientifico con sede in Casarano e dei trasportatori locali Rocco e Gianluigi Rosafio di Taurisano, hanno versato rifiuti altamente pericolosi in una serie di depositi incontrollati: nelle località Sperri di Acquarica del Capo, Carcara Burgesi e Burgesi di Ugento, Burgesi Porcari di Presicce e nella discarica gestita dalla Monteco in Ugento, destinata ad accogliere solo rifiuti solidi urbani. Quei siti sono discariche utilizzate per un certo periodo dalla Pubblica amministrazione con ordinanza contingibile ed urgente, poi prorogata indefinitamente. Tali proroghe sono provvedimenti illegittimi poiché una discarica con ordinanza contingibile ed urgente può esistere solo per un breve periodo di tempo per ragioni dettate da assoluta necessità. Ma le Pubbliche amministrazioni le utilizzano per lunghi periodi e poi le abbandonano, non curandosene e non procedendo al ripristino dello stato dei luoghi. Che, dunque, possono diventare, ed in effetti in molti casi lo sono diventati, oggetto di discarichi illeciti di rifiuti pericolosi. Ma a noi non è dato saperlo, perché è difficile notare se in un sito che è sempre stato utilizzato come discarica, da un momento all’altro vengano riversati o sotterrati anche rifiuti di diverso tipo, ovvero pericolosi”.

Quale tipo di rifiuti trattava l’impianto della Sea Marconi?
“L’impianto della Sea Marconi di Seclì, che operava inizialmente senza le dovute autorizzazioni, trattava gli olii esausti contenuti nei trasformatori elettrici dell’Enel dimessi e, almeno in teoria, avrebbe dovuto, attraverso un processo di dealogenazione chimica, liberarli dalle molecole di PCB (policloruribifenili), ossia eliminando il contaminante in cloro”.

Ha così smaltito illecitamente policlorurobifenile?
“Vi è una sorta di connivenza delle amministrazioni che non controllano, e quasi si disinteressano del problema. La gestione dei rifiuti è, infatti, un problema e nel momento in cui esso è apparentemente risolto nessuno va a guardare da vicino che cosa succede. Si registra, inoltre, una scarsa attenzione da parte degli enti preposti alle autorizzazioni”.

Come sono possibili queste pratiche?
“La nostra legislazione è sempre stata molto contraddittoria e poco chiara su questo tema. Si parte dalla definizione stessa di rifiuto. Secondo le direttive comunitarie, infatti, ‘è rifiuto ciò di cui il detentore si disfi, indipendentemente dal fatto che possa essere reimpiegato in un altro ciclo di produzione oppure destinato alla innocuatizzazione definitiva’. I nostri parlamentari, invece, negli anni, hanno licenziato una serie di provvedimenti per tentare di elaborare una nozione definitiva di rifiuto; i tentativi sono partiti subito dopo il decreto Ronchi con il Governo D’Alema e sono proseguiti con il Governo Berlusconi; non hanno dunque avuto colore politico. Però, Berlusconi, con una disposizione normativa che è stata definita interpretazione autentica della nozione di rifiuto, ha mutato quella che era la nozione precedente di rifiuto. Secondo questa nuova definizione, se un determinato materiale può essere riutilizzato, non è più un rifiuto. Ciò va contro i dettami della comunità europea, tant’è vero che più volte la nostra nazione è stata sanzionata dalla Corte di giustizia europea”.

Chi stabilisce se un rifiuto sia pericoloso o meno?
“La legge prevede che la caratterizzazione di un rifiuto, ovvero la sua analisi e la sua catalogazione come pericoloso o meno, venga realizzata da un chimico. Non prevede, tuttavia, che sia il chimico a recarsi di persona nella struttura e a fare il prelievo del rifiuto durante il ciclo di produzione. E’ invece lo stesso produttore a portare il rifiuto dal chimico perché questi lo analizzi. Così ha fatto la Sea Marconi”.

La Sea Marconi è stata l’unica azienda a smaltire illecitamente rifiuti pericolosi?
“Non appare certo che tali rifiuti provengano solo dall’azienda di Seclì, potendosi anche verificare che quei rifiuti provenissero da un’azienda del settentrione, ossia la Sea Marconi technologies di Collegno. Infatti, tra le due aziende risultano stretti rapporti di collaborazione e di interscambio. Non solo, i legali rappresentanti delle due aziende Gardini Graziella e Tumiatti Vander sono coniugi”.

Come sono iniziate le indagini? “Le indagini hanno preso avvio dal rinvenimento presso tre diversi siti, non molto distanti gli uni dagli altri, tra Ugento, Acquarica del Capo e Presicce, di numerosi fusti blu dalla capacità di due quintali” La Guardia di Finanza di Casarano rinvenne una smisurata quantità di rifiuti all’interno di uno scavo abbandonato, con i misteriosi fusti metallici che contenevano una sostanza oleosa maleodorante di colore scuro, in parte riversata sul terreno. Dai fusti proveniva un odore particolarmente intenso e penetrante. Su alcuni fusti sono state rinvenute anche delle etichette e fogli intestati alla “Terna – gruppo Enel”, nonché alla Sea Marconi Technologies di Collegno, società sorella di Sea Marconi Envirotech di Seclì. I fusti contenevano i rifiuti del processo di dealogenazione attuato dalla Sea Marconi: assorbenti, materiale filtrante, oli isolanti termoconduttori non rigenerabili. Tali rifiuti rimangono estremamente pericolosi, in quanto continuano a contenere PCB in quantità elevata, con molecole piuttosto resistenti all’eliminazione che, non degradandosi, si accumulano nell’ambiente. Inoltre, sono state riscontrate quantità significative di diossina ed altri sottoprodotti e sostanze, di cui non è ancora stata studiata la nocività”.

Che cosa vide quando si recò nei luoghi contaminati?
“Ricordo che quando mi sono recata ad Acquarica per fare un sopralluogo di un’ora, ignara di cosa mi aspettasse, sono stata colta da malore e da un intenso prurito. Ho immediatamente avvertito il mio perito chimico, il quale mi ha intimato di allontanarmi immediatamente, poiché ero sprovvista di una adeguata protezione. In una indagine condotta negli Usa, il PCB è ai primi posti tra i prodotti cancerogeni. Il verbale di un ispettore dell’Asl Le/2 redatto in località Burgesi di Ugento descrive che “alcuni fusti erano ancora chiusi, altri invece si erano svuotati sul terreno ed avevano dato origine alla formazione di un ristagno. Si vedeva dall’alto un rigagnolo di sostanza oleosa. I risultati (delle analisi) confermarono poi che si trattava di oli minerali contenenti policlorobifenile”. La percolazione della molecola di PCB nel terreno è possibile. Ad oggi sono state trovate sino ad una profondità di circa otto metri rispetto al piano di campagna. In seguito, sono stati analizzati i pozzi d’acqua limitrofi alle zone dove si era verificato l’abbandono dei rifiuti pericolosi, con l’obiettivo di valutare l’infiltrazione degli strati profondi e della falda acquifera.. Gli esami hanno dato un esito negativo. Ma, non si può escludere che l’inquinante, già presente nel suolo, possa in futuro percolare in falda e contaminarla. I costi per un primo intervento di messa in sicurezza sono stati di 5 miliardi circa di lire. Tuttavia, tali somme non sono state sufficienti alla messa in sicurezza totale dei luoghi contaminati. In realtà i danni all’ambiente ed alla salute dei cittadini sono ad oggi incalcolabili, poiché solo fra alcuni decenni potremo constatare gli effetti nocivi del PCB disperso”.

 

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Info sull'autore

Giuseppe Finguerra

Ritengo che l'adiaforia, ossìa la disposizione d'animo di chi non giudica gli eventi del mondo buoni o cattivi, desiderabili o indesiderabili, mantenendo immutata la propria serenità e autosufficienza d’animo, sia necessaria alla professione del giornalismo. Tra i miei santi laici annovero Diogene di Sinope e, nonostante sia una platonica alessandrina, Ipazia da Alessandria.

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