Adele Lupo, poetessa “senza gradi”

Casarano, sua città natale, le ha dedicato una strada, ma le sua figura è ancora sconosciuta ai più

L’allontanamento dalla città natale, Casarano, la segnò per tutta vita, pervadendo tutta l’opera di “religiosa mestizia”. Rimase in contatto sia con gli ambienti letterari pugliesi di fine ottocento, sia con quelli fiorentini di Niccolò Tommaseo.

Di Marco Sarcinella Tra le poche scrittrici e poetesse fiorite in terra salentina, Adele Lupo merita un posto di rilievo, intanto perchè donna (si sa quanta difficoltà una donna incontrasse, in pieno Ottocento, a far versi), poi per la qualità della sua produzione, sempre caratterizzata da una spontaneità di stati d’animo, pur rimanendo nell’ambito dei circoli dell’elite borghese. Casarano, città natale, le ha intitolato una strada, eppure la sua produzione poetica è ancora sostanzialmente sconosciuta ai più. L’infanzia nella “Scalella” Primogenita di dieci figli, trascorre l’infanzia nella villetta dei nonni e degli zii in una zona periferica, elevata e ariosa, a qualche centinaio di metri dalla collina della “Madonna della Campana” (contrada Scalpella). Viene avviata agli studi, per i quali manifesta particolare propensione, molto presto; in questo, lo zio Giovanbattista, sacerdote e professore di lingue classiche, è per lei un sicuro punto di riferimento. Adele cresce circondata da consistenti stimoli culturali, premessa necessaria alla sua attività leteraria, che non germoglierà all’improvviso, ma “s’innesterà su di un terreno abbondantemente arato e fertilizzato”, come lei stessa avrà modo di dire. L’occasione sarà la morte della madre (4 giugno 1869), per la quale Adele scriverà un componimento che successivamente pubblicherà, la preghiera “Presso il letto di mia madre inferma”. Ma la scomparsa delle madre la segnerà anche fisicamente: un’astenopia muscolare conseguente al dolore provato, la costringerà “a dettare più che a scrivere i suoi lavori”. Nel ‘78 sposa Andrea Maggiorelli, fiorentino, maestro in belle lettere, da cui avrà l’unico figlio, Adello. Negli anni successivi sarà con il marito a Trani, Bari, Cerignola e Velletri, dove si spegnerà il 30 novembre 1927. I temi e i modi Proprio l’allontanamento dalla terra natia segnerà profondamente la sensibilità della poetessa casaranese la cui produzione si connota del motivo centrale e ricorrente del ritorno al nido, alla terra d’origine, di cui, agli esordi della produzione poetica, aveva esaltato il paesaggio, con i colori e i profumi “l’opaco bosco e il prato/il timo, il croco e l’asfodillo aurato” e poi la spiritualità. Ma la vera chiave di lettura di tutta la produzione poetica della Lupo è il dolore (“Allora da tale inconsolabile dolore fui presa nell’anima, che non potendo mai svagare la mia mente dall’amato pensiero, mia sola musa divenne il dolore.[…] E non è forse vero che quando il cuore è travagliato da un affetto malinconico, col suo palpito attrista l’intelletto e vela di pianto ogni gioia ed ogni sorriso”), e suo nume tutelare è Atropo, la Parca della morte e del lutto: tutta la realtà è vista attraverso un velo di perdurante malinconia. Sempre presente sarà il tema dell’orfanezza, che già fu centrale nella produzione del Pascoli, figura di primaria importanza nel panorama letterario italiano e certamente punto di riferimento per la produzione letteraria dell’epoca. La poesia della Lupo non è una poesia istintiva, ma innestata su sottofondo culturale, in cui dominano le ragioni del cuore, ma anche la consapevolezza di costruire la poesia, studiandola profondamente. Il rapporto con lettore Fortemente sentito è poi lo spazio comunicativo, terreno su cui autore e lettore si incontrano. Cosciente di trovarsi di fronte un interlocutore da cui non sa se riceverà simpatia e comprensione, o al contrario un netto rifiuto, la Lupo invita lo invita a gettare via il libro piuttosto che affliggersi l’animo: “Meglio non leggerlo [il libro] che profanare la mia religiosa mestizia”. Una concezione della poesia, quella della Lupo, che rientra in un’idea del versificare nitidamente esemplificata da Platone, della poesia, cioè, come stimolo o partecipazione emotiva: “La parte dell’anima che nelle nostre private disgrazie ci sforziamo di tenere a freno e che ha sete di lacrime vorrebbe sospirare e lamentarsi a suo agio, essendo la sua natura, è proprio quella cui i poeti procurano soddisfazione e compiacimento”. Platone osserva: “Il lato emotivo dell’arte non è minore per il fatto che in essa si tratta di emozioni altrui perché necessariamente le emozioni altrui diventano nostre”. E così il dolore provato da Adele, la lacerazione dell’animo conseguente alla perdita della madre, diventa il dolore di chiunque abbia vissuto sulla propria pelle il turbamento senza pace di una grave perdita. Il poeta così muore a se stesso e realizza quel passaggio dal particolare (la propria esperienza) all’universale che rende la poesia rappresentazione assoluta, cioè conclusa, totale e definitiva. Malinconia, mestizia dell’animo, profondo turbamento sono tratti distintivi delle più importanti opere della poetessa come “Viole e cipressi”, “Fiori d’Aprile”, “Voci dell’anima”; ma non mancano nella sua produzione racconti, novella e bozzetti, oltre a brevi saggi, “La donna e la sua educazione”, “L’amore materno”, “La famiglia”, e romanzi come “Amelia ovvero la perla del contado”. I modelli Il retroterra culturale dei componimenti della Lupo è ampio e articolato, con echi oraziani, danteschi, manzoniani, leopardiani e della poesia maggiore e minore dell’Ottocento. Volendo poi trovare una collocazione storico-letteraria per la poetessa casaranese diciamo che ella appartiene a quella “numerosa schiera [di poeti] rimasta senza gradi” riconsiderati oggi, o forse per la prima volta passati in rassegna, nell’ambito di una minuziosa ricostruzione delle letterature o delle culture regionali nel tentativo di riannodarle ai temi e ai modi della letteratura e della cultura nazionale. L’esperienza poetica di Adele Lupo, avviene essenzialmente nell’ambito di una dimensione domestica, ma anche con qualche aspirazione a più vasti orizzonti. Lo si evince da un lato dalla volontà di creare e mantenere contatti con un certo numero di corrispondenti, dall’altro dalle occasioni, da lei colte, di essere partecipe, in qualche modo e in qualche misura della scena culturale italiana. Un esempio in tal senso è dato dalla sua partecipazione all’esposizione “Beatrice”, svoltasi a Firenze nel maggio-giugno 1890, per la quale tenne la conferenza su “La donna amante” e di cui vale la pena ricordare un significativo passaggio:”La donna ispiratrice dell’arte, […] la donna eroina, […] è sempre più o meno promettitrice di bene, ed ha sempre, attorno a sé quest’aureola splendidissima che la contorna, l’involge e la segue, come l’ombra il suo corpo. Ma la donna amante non ha sempre attorno a sé quest’aureola che la sublima; anzi, spesse volte, l’aureola si muta in caligine e la donna che dovrebb’essere tutta luce e tutta vita, si aggira miserevolmente fra la tenebre e la morte”. La maggior parte delle informazioni sono tratte dal libro di Luigi Marrella e Luigi Scorrano, Un inno ed un sospiro – Adele Lupo di Casarano, Barbieri editore, Manduria 1999 – Collana “Quaderni di Kèfalas e Acindino”, diretta da Luigi Marrella. Un grazie ai due studiosi

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