Il Salento festa per festa

Vademecum per gli appassionati di feste di paese

Per chi ami la feste patronali, dense di storie e di tradizioni locali, ecco una serie di appuntamenti da non farsi sfuggire. Si parte il 3 agosto con i festeggiamenti per S. Antonio a Ruffano e si prosegue per tutto il mese, a spasso per l’intero Salento: Madonna delle neve a Neviano (4 agosto); Santa Vittoria a Spongano (6); S. Donato a S. Donato (6); S. Lorenzo a Marciano (10); S. Antonio a Minervino (11); S. Maria de finibus terrae a Leuca (12); Maria Assunta a Martano (14); Madonna della Lizza ad Alezio (14); la Notte della taranta (15); S. Rocco a Gagaliano (16); S. Gregorio a Patù (21); S. Giorgio a Sternatia (22).

// La Madonna della Neve a Neviano A Neviano, comune di 6150 abitanti, in provincia di Lecce, si festeggia, dal 4 al 6 agosto, la Madonna della neve. Fra realtà e leggenda, tradizione e religione, si inquadra la storia di Neviano, piccolo casale che nel 1296 compare per la prima volta nei registri angioini tra le terre rimaste fedeli a Carlo D’Angiò, alla discesa di Corradino di Svevia. Verosimilmente, più che di fedeltà, si trattò di paura nei confronti del re angioino che sulla piazza di Nardò, aveva fatto giustiziare il conte Simone Gentile, di parte sveva, come scrive Aldo de Bernart, nel suo saggio su Neviano, in “Paesi e figure del Vecchio Salento”, Congedo Editore, 1989. Il casale, dunque, era esistente in epoca svevo-angioina. La sua storia è indissolubilmente legata alla Madonna della neve. Infatti, alcuni studiosi vogliono che il toponimo derivi da “neve”. Scrive l’Arditi: “Il suo nome par che discenda dal latino “niveo”, rappresentativo del punto freddo e nevoso per ragione dell’altura; e in ciò va d’accordo l’impresa comunale che mostra un colle coperto di neve: da “niveo” venne “Niano”, come il volgo lo chiama, e poi Neviano”. Altri studiosi parlano di una contrada che i Romani, all’epoca della battaglia dei Campi Latini, denominarono “Nirvana” o “Niveana”, a causa del freddo patito. Da Niveana, “Niveano”, quindi Neviano o “Niano”, in forma dialettale. Altri studiosi sostengono che il nome di Neviano derivi da quello di Naevius, solito centurione romano, che avrebbe ottenuto il casale in premio per il valore dimostrato in battaglia. Lo stemma di Neviano raffigura due colline innevate, sulle cui cime svettano un albero di ulivo e una fortezza, il tutto sormontato da una stella. Anche se lo stemma ha subito diverse variazioni nel corso dei secoli, le due colline rimandano ad un paesaggio montano, ossia le collinette dove si formò il primo nucleo abitativo di Neviano. In un secondo momento, il paese si allargò estendendosi alla vallata sottostante, zona ricca di acqua e più fertile. La neve che ricopre le collinette rimanda al latino “nivis”, “neve” appunto, perché in passato basse temperature e precipitazioni nevose erano una costante. E da questo elemento meteorologico ha preso il nome il paese. Ma vi è un’altra connessione con la neve. Secondo una leggenda, infatti, al paese venne assegnato quel nome in virtù di un miracolo che ebbe per protagonista la Madonna della neve. Alcuni mercanti gallipolini, di passaggio da quella zona, furono colti da una forte tempesta di neve che li costrinse a cercare riparo tra gli anfratti della collina. Cessato il pericolo, mentre si accingevano a raccogliere le mercanzie, un quadro della Madonna della neve, che essi avevano messo al riparo sotto un masso, non si staccava dal terreno, nonostante gli sforzi dei mercanti. Era chiaro che il desiderio della Vergine era quello rimanere in quel luogo. Lì venne eretta una cappella in suo onore e quella località dalla Madonna della neve prese il nome. Per quanto riguarda la fortezza e l’ulivo dello stemma civico, la rocca ricorda un fatto avvenuto all’epoca delle lotte tra il principe di Taranto, Antonio Orsini Del Balzo e il capitano di ventura Ottorino De Caris, detto il Melcarne. Quest’ultimo aveva sottratto alla mensa arcivescovile di Taranto alcuni possedimenti in terra d’Otranto, sicchè l’arcivescovo di Taranto, Giovanni Delli Ponti chiese l’intervento di Del Balzo, per riavere le terre perdute. Dopo una lotta molto dura e lunga, risultò vittorioso il principe di Taranto il quale ebbe, come ricompensa, alcune terre, fra cui il casale di Fulcignano, nella cui orbita gravitava Neviano. La rocca che compare sullo stemma, allora, fa riferimento a questo episodio storico; infatti, il Del Balzo, distrutto il castello di Fulcignano, per vigilare la sottostante vallata fece costruire una fortezza nel punto più alto di Neviano. L’ulivo simboleggia la coltura predominante nella campagna, mentre la stella è un classico simbolo portafortuna. // Santa Vittoria a Spongano Da sabato 6 a mercoledì 10 agosto, a Spongano si festeggia Santa Vittoria vergine e martire. Il suo culto probabilmente venne portato a Spongano dalle Marche, terra d’origine dei baroni Bacile, intorno alla metà del XVII secolo. Vittoria era nata a Roma, durante l’era pagana e, grazie all’amica Anatolia, si era accostata alla religione cristiana ed aveva conosciuto tutto lo splendore della fede in Dio. La leggenda dice che i suoi genitori la avessero promessa in sposa ad un giovane ricco e nobile come lei, ma pagano: Eugenio. Secondo la Bibliotheca Sanctorum, Vittoria, in quanto consacrata a Dio, rifiuta le nozze con il pagano Eugenio e questi, per punirla, la relega a Trebula Mutuesca (l’odierna Monteleone, sulla via Salaria). Qui, Vittoria viene lasciata nella solitudine e nell’oscurità, a morire di stenti. Ma la giovane, anziché soffrire per gli stenti patiti, sembra rifiorire ad ogni nuovo giorno che passa, e molte fanciulle accorrono al castello, dove Vittoria è rinchiusa, e riescono a penetrarvi ed a parlare con la giovane santa. Allora, Eugenio, per finirla, la manda alla pena di morte. Il boia Taliarco intima alla fanciulla di abiurare la fede cristiana e di abbracciare gli dèi pagani ma, al secco rifiuto di Vittoria, afferra la scure ed uccide senza pietà la fanciulla, la quale viene poi sepolta in una caverna da dove si irradia, per i secoli successivi, la grande fede e la devozione per lei. S. Vittoria viene venerata a Spongano per un fatto miracoloso avvenuto il 7 agosto verso la fine dell’800, quando una forte grandinata colpì i vicini paesi di Surano, Andrano, Ortelle, Diso, ma risparmiò Spongano. Nella chiesa di San Giorgio, si conserva la statua di Santa Vittoria che tiene una palma con la mano sinistra, come riferisce Luigi Manni in “Santi e miracoli nel Salento” (Congedo editore 1996). Sull’altare di Santa Vittoria vi è una tela omonima che raffigura un angelo che regge lo scudo con l’arma civica di Spongano; l’arma raffigura un albero e tre stelle in un cartiglio con la scritta “Protexi et Protegam”. Sotto un altro angelo, è indicata la data 1867. Nel paliotto, in una formella ovale di pietra leccese, è raffigurato il sacrificio di Vittoria e incisa la scritta “Victoria Quae Vincit A.D. 1843”. Insomma, fedelmente all’assioma latino “nomina sunt consequentia rerum”, Vittoria è la santa che vince e sempre vincerà. // San Donato a San DonatoDal 6 e all’8 agosto e ancora dal 13 al 14, si festeggia a San Donato il santo patrono, che dà il nome al paese. San Donato venne martirizzato, secondo la tradizione, sotto Giuliano l’Apostata, il 7 agosto del 362. L’iconografia ufficiale lo presenta in abiti vescovili e il calice è uno dei suoi attributi. San Donato stava distribuendo ai fedeli il vino consacrato con un calice di vetro, quando alcuni pagani entrarono in chiesa e ruppero il calice in tanti pezzi, poi miracolosamente ricomposti dal santo. Il demonio rubò un pezzo di vetro dal fondo del calice e quindi il vino non poteva essere servito. Ma il miracolo operato dal santo si ripetè. Questi sono solo alcuni aneddoti di cui l’agiografia su S. Donato è ricca. Nel 1909, il 28 agosto, verso le 17.30 del pomeriggio, uno spaventoso ciclone si abbattè sul paese di San Donato. Tutto il popolo era in preda allo spavento; chi gridava, chi fuggiva. Tutti si erano ritrovati nello spiazzale della chiesa e, dopo aver forzato la porta maggiore ed entrati nel sacro edificio, tolsero il santo protettore dallo stipo in cui era riposto e lo portarono all’aperto, chiedendo a gran voce la sua protezione. Il ciclone, giunto fino alle porte del paese, deviò, dirigendosi verso la campagna, dove sradicò alberi, abbattè caseggiati, squassò il bosco, senza però ferire alcun individuo. I cittadini passarono dal pianto di dolore all’allegria per lo scampato pericolo e, unanimemente, decisero che ogni anno avrebbero tenuto festa il 28 agosto. Per questo beneficio, come attesta il parroco di quegli anni, Donato Nicolaci, si raccolse una grossa somma di denaro e l’anno successivo, il 1910, si fecero tre feste indimenticabili, il 6 e il 7, il 14, il 28 agosto, in onore di San Donato. Sullo stemma di San Donato è raffigurato un leone che poggia il piede destro su una palla e, dietro, un albero di ulivo. La figura del leone riproduce la grande scultura che si trova nell’atrio del Palazzo Baronale, a protezione del palazzo e di tutta la città e che per secoli è stato il simbolo di San Donato. Il leone è allegoria di forza, ricchezza, autorità incontrastata. L’ulivo è una pianta caratteristica della campagna di San Donato, che è povera di acqua e non può dare colture più pregiate. L’ulivo, nei secoli, è stato la principale risorsa economica del paese che, ancora oggi, è molto ricco di frantoi ipogei perfettamente funzionanti. // San Lorenzo a Morciano Il 10 agosto si festeggia a Morciano San Lorenzo.Sulle origini di Morciano, sono state date molteplici versioni nel corso degli ultimi due secoli. E’ opinione diffusa che la maggior parte dei paesi del Capo di Leuca, quindi anche Morciano, abbia avuto origine dalla distruzione dell’antichissima città di Vereto, nel IX secolo d.C., ad opera dei Saraceni. Come ci informa lo studioso Cesare Daquino, già sindaco di Morciano, sulla base di questo collegamento con Vereto, molti studiosi del secolo scorso, dal Tasselli all’Arditi e al Maggiuli, hanno dato una interpretazione etimologica del nome Morciano basata sul comune elemento di “luogo di mercato” o di “deposito di merci” a servizio della vicina Patù. Giacomo Arditi, nella sua “ Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto” ricostruisce il nome Morciano dal latino “merx”, “merce”, nella specifica accezione di “vino”, citando il commediografo latino Plauto, del quale riporta il verso “Proba merx facile emptorem reperit” nella traduzione “il buon vino non ha bisogno di frasca”. “Merx”, quindi, da “merum”, come proponeva l’Arditi. Anche il Maggiuli nel suo “Morciano e i suoi più notevoli ricordi” del 1906, sottolinea il ruolo di Morciano come granaio delle vicine Patù, Leuca o Ugento, per il fatto che nel paese vi erano delle grandi fosse dove si potevano conservare le granaglie. Ma questa versione è apparsa agli studiosi del secolo appena trascorso insoddisfacente. Infatti, nell’antico stemma civico della città, vi erano tre montagne, la lettera maiuscola “M”, iniziale del nome della città, e due rami di ulivo. I monti rimandavano alla provenienza di Morciano dalla montuosa Vereto e comunque simboleggiavano la natura rocciosa di tutto il territorio del Capo di Leuca, mentre i rami di ulivo all’elemento base, cioè l’olio, dell’economia agricola del paese. Nessun riferimento, quindi, nello stemma civico, al vino. Scartata la derivazione del nome dall’etimo composito “merx-merum”, alcuni studiosi hanno fatto risalire il nome a qualche governatore bizantino o romano, come Morcius o Morcianus. Ma anche questa era una spiegazione di ripiego. “La storia dei centurioni romani – dice al riguardo il sacerdote Don Vincenzo Rosafio – i cui nomi non risultano mai in nessun elenco, è stata dettata dalla comodità degli storici municipali.”. Ruotolo ritenne che Morciano derivasse dal latino “murex”, cioè “roccia”, dalla qualità del terreno su cui sorge Morciano, che non a caso è stato chiamato in passato “La Murgia”, in dialetto, proprio per la caratteristica di paesaggio montano o comunque collinare del paese. Carmelo Sigliuzzo nel suo saggio “Il Castello di Morciano” del 1962, riconduceva l’origine del nome di Morciano al conte Riccardo de Murcano o de Murcsano, che ne fu feudatario nel XIII secolo, versione condivisa da un altro studioso, Raffaele De Vita, nel suo “Castelli, Torri ed Opere fortificate in Puglia” del 1982. E il Castello è il monumento.simbolo della città, splendido esempio di costruzione fortificata nella quale si fondono due diverse concezioni dell’architettura militare: una costruzione cioè finalizzata alla difesa ma anche alla residenza, con influssi alto medievali e svevi. Costruito nella metà del XIV secolo, sotto la signoria di Gualtieri IV di Brienne, col quale Morciano raggiunse la sua più grande importanza in tutto il Capo di Leuca, il Castello divenne ben presto un punto di riferimento e diventò un luogo di difesa e protezione, durante le invasioni dei Turchi, per tutti gli abitanti dei casali vicini che vi si rifugiavano. Per questo esso venne assunto anche nel nuovo stemma civico che raffigura un castello sormontato da due torri con due stelle ai lati. Per tutto il Cinquecento un terribile dramma sconvolse la penisola salentina: le tremende incursioni dei Turchi. La prima incursione che riguarda Morciano risale al 1503. Un’altra incursione si ebbe nel 1537, ad opera del corsaro Ariadeno Barbarossa, che aveva come obiettivi principali Castro e Ugento.Ma ancora più memorabile è una terza incursione, legata al nome di Dracud, figlio del corsaro Ariadeno, che invase la terra di Salve, e proprio nel recinto fortilizio di Morciano si rifugiarono tutti quelli che poterono scampare alla furia devastatrice di Dracud, reso ancor più feroce dall’insuccesso della sua missione contro Gallipoli. Ad una di queste incursioni piratesche è dovuto proprio l’epiteto “tadduti” anticamente affibbiato agli abitanti di Morciano. Durante una invasione turca, i morcianesi cercarono di difendersi armandosi, come meglio potevano, con picconi, zappe, pietre, semplici bastoni e rudimentali randelli. Siccome le armi non erano sufficienti per tutti, ritiratisi in un campo coltivato a cipolle, con furbizia mista a disperazione, strapparono dalle piante di cipolle le caratteristiche infiorescenze a forma di bastone (“taddi”) e le impugnarono come armi contro il nemico. I Turchi rimasero allibiti davanti a quelle strane armi che luccicavano come mazze ferrate sotto i raggi del sole. La storia di Morciano continua, nel Seicento, Settecento, Ottocento, fino ai giorni nostri, con varietà di fatti e di elementi, come confermano il centro storico e il vasto patrimonio artistico di questa ridente cittadina del nostro Salento. // Sant’Antonio a Minervino A Minervino, l’11 e il12 agosto, si festeggia Sant’Antonio. Secondo la leggenda, Minervino sarebbe stata fondata dagli Japigi, nei pressi di un tempio dedicato alla dea Minerva. Dal nome di Minerva sarebbe derivato quello del casale. Infatti, lo stemma civico del paese raffigura proprio Minerva che indossa un ampio peplo ed un diadema; nella mano sinistra ha lo scudo e la lancia e nella mano destra una penna d’oca. La dea Minerva, che nella mitologia greca aveva il nome di Atena, era celebrata non solo in Grecia, ma anche nelle colonie e particolarmente forte era la sua venerazione in terra d’Otranto. Era una dea guerriera, ma con il nome di Erganè era protettrice delle arti e delle lettere e quindi personificazione della sapienza: ecco spiegata la presenza della penna d’oca nella sua mano destra. Secondo la leggenda, Minerva contese con Nettuno, dio del mare, il predominio dell’Attica. Nettuno-Poseidone fece prodigiosamente balzare dalla terra il primo cavallo, mentre Minerva-Atena fece sorgere il primo albero di ulivo, dono che venne considerato più prezioso dagli dei, che assegnarono a lei la vittoria. Questo spiega l’attaccamento degli abitanti di terra d’Otranto alla dea, che aveva inventato l’ulivo, coltura principale dell’ agricoltura salentina. E molto forte doveva essere l’attaccamento degli abitanti di Minervino, città rivierasca, a Minerva, che poteva garantire loro protezione nei confronti di Nettuno, dio del mare, e della sua furia. Questa la leggenda. Nella realtà storica, la nascita del paese risale al periodo successivo alla distruzione, ad opera dei Turchi, di Castro, che si chiamava Castrum Minervae per la presenza in loco di un importante tempio dedicato a Minerva; e questo ci riconferma il radicamento del culto della dea. Secondo alcuni commentatori di Virgilio, è proprio questo tempio che, nel libro III dell’Eneide, appare all’orizzonte ad Enea e ai suoi compagni ormai prossimi ai lidi della Japigia. La popolazione di Castro, sfuggita alla furia devastatrice dei Saraceni, si rifugiò nell’entroterra e si stabilì al centro della valle dell’Idro, caratterizzata dalla presenza di acqua e di terreno fertile. Qui fondarono un altro casale, che chiamarono Minervino, in ricordo del culto predominante nella patria perduta. Distrutta anche Minervino dai Turchi, dopo la presa di Otranto nel 1480, la città seppe con tenacia risorgere fino a raggiungere nuovo splendore. In particolare, la città offre una magnifica chiesa parrocchiale, che è uno dei più interessanti monumenti sacri del Salento. Questo pregevole monumento, insieme ai numerosi palazzi ed alle tele di Oronzo Tiso, fa di Minervino un importante centro d’arte, meritevole della fama ricordata da un suo quattrocentesco documento lapideo “Como lu lione est lo re dell’animali, cusì Minerbino est lo re de li casali”. // Santa Maria de finibus terrae a Leuca Grande festa, dal 13 al 15 agosto, a Leuca, per S.Maria de Finibus Terrae, alla quale è dedicato lo splendido santuario della città del Capo Salentino. Qui, nell’antichità, sorgeva un tempio dedicato alla dea Minerva; ce ne parla lo storico Strabone dicendo che questo tempio era visibile dai naviganti a diversi kilometri di distanza ed incuteva loro un certo timore. Secondo la mitologia, Minerva contese con Nettuno per la signoria di Atene e si stabilì che essa sarebbe toccata a chi di loro avesse fatto il dono più utile alla città. Nettuno, col suo tridente, fece balzare fuori dalla terra un cavallo; Minerva invece fece nascere l’ulivo, che fu riconosciuto di maggiore vantaggio per la città e Minerva ne ebbe la supremazia. La dea era molto amata anche nelle colonie greche e, in particolare, nella Japigia: santuari le erano stati dedicati a Castro, Otranto e Leuca. Secondo la leggenda, Japige fece costruire a Leuca un santuario dedicato alla dea quando seppe della vittoria riportata da Minerva nella battaglia contro i giganti, nella quale la dea uccise Pallante, da cui l’appellativo di Pallade. Inoltre, il fatto che la dea avesse fatto spuntare dal suolo il primo albero di ulivo, le fece guadagnare la riconoscenza di tutti i salentini che le dedicarono il mese di marzo, durante il quale si celebravano le quinquatrie, feste sontuose in cui si tenevano giochi, sacrifici e danze sfrenate. Durante queste feste, gli uomini di Leuca indossavano abiti morbidi e le donne assumevano atteggiamenti lascivi, perdendo ogni inibizione. In una sorta di estasi collettiva, tutti rubavano, si accoppiavano promiscuamente ed assecondavano i loro istinti. Per questo Giove, adirato, incenerì Leuca con il suo tempio e i suoi abitanti. La leggenda vuole che l’apostolo Pietro, approdato a Leuca, convertì gli abitanti al Cristianesimo e da qui iniziò le sue predicazioni in tutto il mondo occidentale. Sin dall’antichità, Leuca è stata sede vescovile; secondo l’Ughelli, il primo vescovo della diocesi fu Gerardo (971). In seguito, con un decreto del papa Giovanni XXII, la sede fu trasferita ad Alessano (1333), in quanto più sicura dalle incursioni dei Saraceni. Il santuario fu edificato, probabilmente, sulle rovine dell’antico tempio di Minerva. Distrutto sotto l’imperatore Galerio, il tempio cristiano fu riedificato e consacrato al culto di Maria Vergine nel 343 da papa Giulio I, come si legge in una lapide commemorativa posta sulla porta principale della chiesa. Dopo le incursioni turche, fu ricostruito nel 1507 dai Del Balzo, signori di Alessano. Successivamente fu saccheggiato dagli Algerini e ricostruito definitivamente nel 1720. Il suo aspetto esterno è più somigliante ad un fortino che ad una chiesa. Proprio in seguito alle incursioni turche, nel 1537, fu distrutta la pregiatissima tela della Madonna dipinta da Jacopo Palma il Vecchio, discepolo del Tiziano. Successivamente, il figlio Jacopo il Giovane realizzò una copia dell’originale ma, purtroppo, anche questa tela fu distrutta, nel 1624, da un incendio. Si salvò solo la parte centrale, raffigurante la Madonna col Bambino, che ancora oggi si può ammirare sull’altare maggiore. Il santuario è divenuto basilica minore nel 1990. Nel piazzale della basilica, si erge maestosa una colonna, realizzata nel 1694 per volere di Filiberto Acerbo d’Aragona, sulla cui sommità è collocata la Vergine. Di fronte al mare è situata la croce pietrina, di recente ricostruita, dedicata a San Pietro. La festa della Madonna di Leuca fin dall’antichità richiama migliaia di pellegrini che accorrono al Capo di Leuca per adorare e ringraziare la Madonna, oppure per chiederle una grazia. Per la verità, quello dei pellegrinaggi alla Madonna di Leuca è un flusso ininterrotto per tutto il corso dell’anno anche se si intensifica in questi giorni di festa, data anche la maggiore presenza di turisti, da ogni parte d’Italia, che affollano i lidi del Salento. Si inizia con una suggestiva “marcia della pace” che, dalla mezzanotte di venerdi 12 agosto, parte dalla tomba di don Tonino Bello, ad Alessano, per arrivare, il giorno successivo, al santuario, dove si celebra una messa. Il 14, vi è una processione in cui la statua della Madonna viene portata a spalla dai fedeli per le strade di Leuca. Il 15, si tiene la famosa “processione a mare”, in cui la statua della Madonna, sistemata su una imbarcazione decorata con fiori di stagione, viene portata dal porto di Leuca fino alla spiaggia di San Gregorio (marina di Patù) e ritorno. Molte altre barche seguono la barca principale, al suono della banda. Al rientro della statua, viene celebrata una messa, nel porto di Leuca, alla presenza delle autorità locali e dei numerosissimi pellegrini; infine, nella notte del 15, spettacolo di fuochi pirotecnici, nel bellissimo mare leucano. // La Madonna della Lizza ad Alezio Il 14, 15 e 16 agosto si tengono ad Alezio i festeggiamenti per Maria Ss. Assunta, la “Madonna della Lizza”. Già il 5 agosto inizia la novena con il suono dei fischietti e dei tamburi che, all’alba, annunciano l’avvicinarsi della festa. Questa festa è molto sentita dagli abitanti di Alezio, che si riuniscono intorno al bellissimo santuario della Madonna dell’Assunta, per festeggiare la loro patrona. Negli stessi giorni si svolge anche la fiera, una ricorrenza che risale all’epoca di Gioacchino Napoleone Murat, re delle due Sicilie il quale, nel 1810, la istituì e sospese, per quei giorni, dazi e gabelle per gli abitanti della città. La festa continua fino al 27 agosto. Questa festa ci riporta ad un terremoto che ci fu nel 1886. In quella data, infatti, un fortissimo terremoto, che ebbe come epicentro la Grecia, colpì molte zone dell’Italia meridionale, tra cui il Salento, dove l’entità raggiunse il settimo grado della scala Mercalli. Ad Alezio, secondo la tradizione popolare, la patrona fu l’artefice di un miracolo avvenuto durante il giorno del terremoto, appunto il 27 agosto 1886. La città venne sconvolta con una tale intensità da far temere la distruzione dell’intero paese: la chiesa dell’Addolorata quasi si congiunse con un palazzo che sorge su un lato. Eppure, nonostante lo sconvolgimento della terra fosse stato così impetuoso, nel paese non ci furono vittime e gli stessi danni alle costruzioni si rivelarono di modesta entità. Per questo prodigio, si festeggia la Madonna della Lizza o dell’Alizza (“Alixias” era l’antico toponimo di Alezio). Lo stemma civico di Alezio raffigura una fenice sul rogo con la scritta “Post fata resurgo”. Secondo la mitologia, la fenice era un favoloso uccello sacro la cui caratteristica era quella di vivere per cinquecento anni, di morire bruciata sul rogo e di rinascere sulle sue stesse ceneri. Secondo la simbologia cristiana, la fenice, che ha forma d’aquila, è una allegoria della elevazione, con ali metà d’oro (fede), metà color porpora (amore). Si cibava di incenso (preghiere), lacrime (penitenza), mirra (mortificazione). E come la fenice muore e poi rinasce (ne parla anche Dante nel canto XXIV dell’Inferno), anche il cuore dei cristiani, quando cade nella colpa, rinasce dalle sue ceneri col pentimento. Uno stemma molto sofisticato, quindi, ma rappresentativo delle sorti di Alezio, città capace di cadere e rinascere numerose volte. Fortissimo centro messapico, intorno al VII e Vi secolo a.C., con il nome di “Alixias”, era una città molto popolosa, come testimoniano Strabone, Plinio e Tolomeo, ed intratteneva proficui rapporti commerciali con i popoli vicini, grazie a Gallipoli, che era suo “emporium”. La leggenda vuole che a fondare Alezio sia stato Lizio Idomeneo, fondatore anche di Lecce. Nel periodo romano, ebbe una grande importanza economica e culturale con il nome di “Aletium”, ed ebbe un ulteriore vantaggio dalla costruzione della via Traiana, che congiungeva Alezio con molti centri fino a Roma. Ma, durante le invasioni dei Saraceni, Aletium fu distrutta, insieme con Bavota (l’attuale Parabita), e gli abitanti cercarono scampo in altri luoghi, soprattutto a Gallipoli, che superò in seguito, quanto a importanza, Alezio. Cominciò così tutta una serie di distruzioni e ricostruzioni, cambi di nome e di autonomia amministrativa, fino al 1800, con una storia millenaria e molto difficile, come conferma la scritta “Post fata resurgo” sul suo stemma. // Santa Maria Assunta a Martano Il 14 e 15 agosto, si festeggia, a Martano, Maria Ss. Assunta. Martano è il più importante tra i comuni della Grecìa salentina e sede dei servizi comprensoriali. Le origini di Martano, come di molti comuni del Salento, sono avvolte nel mistero più fitto. Lo stemma civico della città rappresenta un centurione a cavallo, armato di una lancia, accompagnato dalla seguente epigrafe in latino: “Virum in silices vertit Martius Pegaseus aegide”, che riprende l’antichissima leggenda secondo cui Martano sarebbe stata fondata da Marzio Pegaseo, centurione romano che avrebbe avuto questa terra in dono come riconoscimento del valore dimostrato in battaglia, durante la conquista del Salento. In realtà, se tutti gli studiosi nell’Ottocento concordavano nell’attribuire la fondazione della città a Martius Pegaseus, altrettanto essi erano perplessi di fronte all’iscrizione “aegide”, che traducevano “con lo scudo di Giove”; ma questo non fugava comunque i loro dubbi. Oggi però sembra essere stato definitivamente chiarito questo rompicapo. Recenti studi di Gino Pisanò hanno dimostrato che Martius Pegaseus non può essere stato il fondatore della città perché il termine pegaseus è un termine dotto che non rimanda al valore guerriero ma, al contrario, rimanda al valore poetico, essendo Pegaso il cavallo alato delle Muse, simbolo dell’ispirazione poetica e dell’immortalità. Appare evidente che un centurione romano non poteva adottare come “cognomen” un termine che per i latini aveva un valore aristocratico, legato alla funzione eternatrice dell’arte poetica. Infatti Pegaso aveva il potere di trasformare l’uomo in pietra, essendo egli nato dal sangue di Medusa, che pietrificava gli uomini con lo sguardo. E come Pegaso, la poesia “pietrifica”, cioè rende eterni come le rocce i sentimenti umani. Seguendo la ricostruzione di Pisanò, allora Marzio non poteva essere il mitico soldato romano, bensì un umanista non meglio identificato che adottò lo pseudonimo di Martius dal suo paese di origine e Pegaseus per indicare la sua attività di poeta. Per quanto riguarda il termine “aegide”, questo è stato tradotto non più “con lo scudo di Giove”, ma “con la sapienza”, ricollegando l’egida a Minerva, dea della sapienza, il cui scudo aveva riprodotto nel centro la testa di Medusa, madre di Pegaso, di cui Marzio si disse seguace. E il fatto che Marzio Pegaseo fosse un fine letterato non deve certo stupire, in un centro come Martano, noto per la sua grecità e per la presenza di molti dotti non solo umanisti, come, per citarne alcuni, Stefano Cornacchia, famoso filosofo del XVI secolo, Cosimo Moschettini (1747-1820), medico, filosofo e glottologo, che fu socio di molte accademie scientifiche italiane, Clemente Intonaci (1836-1925), critico letterario e filosofo, traduttore di canti greci in dialetto e autore di molte opere come “La Pentolaccia”, “Rudiae”, “Monologhi”. Ad ogni buon conto, se non si può risalire indietro nel tempo all’età dei romani, per le origini di Martano, è certo però che almeno si possa risalire all’età medievale. Alle porte del paese, infatti, è situato il villaggio di Apigliano, a circa tre kilometri dal centro abitato. Abbandonato nel Cinquecento, le ricerche condotte sul campo hanno dimostrato che il villaggio esisteva già in età bizantina, almeno dal IX-X secolo. Gli scavi archeologici condotti dal Dipartimento di Beni Culturali dell’Università di Lecce, sotto la direzione del Paul Arthur, hanno reso una testimonianza importante sul passato medievale della città. // Le origini di Melpignano e la Notte della taranta Proviamo ad andare oltre la Notte della Taranta, per tracciare un profilo storico e culturale di Melpignano, piccolissimo centro dell’entroterra salentino. Si perdono nella notte dei tempi le origini di Melpignano. La versione più diffusa, ma non avvalorata da alcun documento storico, vuole che a fondare il paese sia stato un soldato romano, Melpinio, da cui appunto prende il nome la città, il quale ebbe in premio, come compenso per i servigi prestati in guerra, questo appezzamento di terra. Dice la leggenda che Melpinio, che amava molto la vita nei campi, si dedicò subito a dissodare il terreno. Un giorno, mentre scavava, rinvenne un oggetto molto duro nascosto sotto la terra, e si accorse che era una pentola piena di monete d’oro. Mentre stava per prenderla, una vipera, sgusciata dal fondo della pentola, gli balzò innanzi pronta a morderlo ma Melpinio, con prontezza di riflessi, la afferrò e la uccise. Potette così impadronirsi dell’oro, che usò per le spese necessarie a coltivare la terra e a costruire le prime case. Il paese si ingrandì e divenne terra fertile e feconda. Melpinio, ormai anziano, decise di riportare la pentola, che riempì di monete d’oro, nel luogo in cui la aveva rinvenuta e di sotterrarla per sempre. Da allora molti tentarono di ritrovare la preziosa pentola, anche facendo scongiuri e invocando il diavolo, ma furono sempre costretti a desistere, atterriti dalle alte urla e dalle esalazioni e boati spaventosi che provenivano da quel luogo. Lo stemma civico di Melpignano raffigura un albero di pino posto sotto un favo di miele. Non sembra che il pino ed il miele abbiano alcuna attinenza con il paese, o almeno ne hanno, nella misura in cui anche tutti gli altri paesi del nostro Salento possono ospitare alberi di pino ed api. Tuttavia, questo stemma è raffigurato anche su altri edifici di questo importante centro ellenofono che è Melpignano: in particolare, quello incastonato nella facciata cinquecentesca della chiesa Matrice, e quello che si trova su una parete del lato ovest dei portici della suggestiva piazza San Giorgio. Al di sotto di questo, c’è una lastra in pietra con una iscrizione latina che ricorda il grande concittadino Niccolò Maiorano, grecista e vescovo di Molfetta, al quale si attribuisce il merito della realizzazione dei portici, indicati anche con il nome di sedile. Il vescovo Maiorano, uno dei più grandi bibliofili del Rinascimento, nacque proprio a Melpignano da un prete di rito greco e copista; prete e copista egli stesso, fu il più eminente cultore delle lettere greche che, in questa zona, trovavano massima fioritura grazie al clero greco, cui era riservata l’officiatura liturgica, e agli scrittori autori di quei codici che, alienati nel Seicento, fanno oggi parte della dotazione della Biblioteca Ambrosiana di Milano. Il Maiorano venne chiamato a Roma e divenne direttore della famosa Biblioteca Vaticana, dove si accorse che la grande struttura affidatagli era priva dei classici greci che con grande perizia venivano ricopiati nel suo paese. Così acquistò tutte le opere classiche che poteva sul mercato salentino, e fu questo un intervento provvidenziale perché, da lì a pochi decenni, ci sarebbe stata nel Salento la completa decadenza del rito greco e di conseguenza la scomparsa della preziosa attività dei copisti. Il mausoleo del Maiorano, situato nella chiesa parrocchiale di Melpignano, purtroppo fu distrutto da vandali nel 1790. Questo ed altro ci racconta la storia di Melpignano, che, proprio in occasione di un grande avvenimento multiculturale come il Festival della Taranta, sarebbe bello riscoprire. // San Rocco a Gagliano del Capo Anche a Gagliano del Capo si festeggia, il 16 agosto, San Rocco. Piccolo centro dell’estremo Salento, Gagliano è situata sulla Serra dei Cianci, con una bellissima vista sul litorale. Il paese era già abitato nell’età del bronzo, come attesta la presenza di diversi menhir. Il centro fu probabilmente fondato dai Romani alcuni secoli prima di Cristo e completato nei secoli IX e X. Lo stemma civico di Gagliano raffigura un gallo che con le zampe afferra una vipera. Questa immagine rimanda alle origini del paese, che sarebbe stato fondato da un centurione romano, di nome Gallus, come ricompensa per il valore dimostrato in battaglia. Il nome del paese deriverebbe, quindi, da “gallus animus”, cioè “valoroso come Gallo”, il soldato romano. Ma questa teoria non convince affatto. Più probabile, come molti studiosi hanno sostenuto, che il paese prenda il suo nome dal gallo inteso come animale: la cultura europea considera il gallo un animale solare perché annuncia l’arrivo della luce e scaccia i demoni notturni; è coraggioso, simboleggia la virilità ed è il simbolo di Cristo, che porta l’alba del nuovo giorno. Chiaro, dunque, che gli abitanti di Gagliano amino attribuirsi queste qualità.La vipera, invece, nello stemma civico, rappresenta i soprusi e le angherie dei paesi vicini dai quali Gagliano è costretta a difendersi con gli artigli, come il gallo. Infatti, è ormai secolare la rivalità fra Gagliano e la confinante Castrignano per il possesso del santuario di Leuca. Il santuario, ora basilica, infatti, fa parte di Gagliano ma si trova nel territorio di Salignano, frazione di Castrignano, cui appartiene la marina di Leuca. Di qui la contesa, a volte scherzosa, a volte anche aspra, fra i due paesi viciniori. Nel corso della storia, i gaglianesi e i saliganesi spesso sono stati in conflitto, “a curteddhi”, come si dice da queste parti, per il possesso del santuario leucano e, dalle sassaiole domenicali, in occasione della processione della Madonna de Finibus Terrae, sono passati ai tumulti di piazza. Questi tumulti hanno toccato la massima gravità nel 1913, quando si rese necessario l’intervento delle forze dell’ordine per disperdere i facinorosi. Molto labili i regolamenti di confini, che destano malumori ancora oggi. In epoca angioina, il feudo di Gagliano appartenne ai Brunella. Morto senza eredi Guglielmo Brunella, il casale passò alle dirette dipendenze dei Corona. I gaglianesi, forti di un “parlamento civico” comprarono il loro paese da Ferrante e lo tennero fino all’avvento di Ferdinando il Cattolico. Successivamente, il feudo passò alla famiglia Castriota-Scanderberg, poi ai duchi di Poggiardo, che ne tennero il possesso fino al 1806, data di soppressione della feudalità. Nel territorio di Gagliano c’è la Grotta del Pozzo, così chiamata perché sulla cupola della stessa è un’ampia buca che, vista dall’alto, ha la forma di un grande pozzo. Per visitarla, occorre scendere dalla barca e addentrarsi per 250 metri circa. Subito a destra vi è un laghetto azzurro. Risalendo la grotta, attraverso un piccolo tunnel, si accede alla Grotta del Duomo, così chiamata per la sua maestosità che la fa assomigliare ad un duomo. Quindi, la Grotta delle Mannute, che si può visitare esclusivamente dal mare. Nel territorio di Gagliano troviamo il menhir Vasanti, un monumento preistorico di circa 4000 anni fa e il menhir dello Spirito Santo. Una sosta sul ponte Ciolo, dal dialetto “ciole”, ossia “corvi” che sono presenti in grande quantità in questa insenatura, fa godere di un paesaggio mozzafiato. Ricordiamo poi le infinite pajare e i muri a secco, che impreziosiscono il paesaggio di questo estremo lembo d’Italia. Gagliano è l’ultima stazione ferroviaria d’Italia, o la prima, secondo come la si guardi. Vale la pena, quindi, scoprire o riscoprire, in occasione della festa di San Rocco, la bella località “capuana”. // San Gregorio a PatùDomenica 21 agosto, si festeggia San Gregorio Magno a San Gregorio, marina di Patù, con la processione del santo per le strade della marina e la caratteristica fiaccolata in mare. San Gregorio era nell’antichità il porto di Patù. Alle origini di Patù è collegata Vereto. Vereto era una antichissima città messapica fondata appena fuori l’abitato dell’attuale Patù, conosciuta fin dal V secolo a.C., allorquando un gruppo di Cretesi, che navigava nel mar Ionio, sorpreso da una violenta tempesta, si rifugiò nello scalo di Leuca e San Gregorio. Vereto fu cinta di poderose mura per più di quattro kilometri. Fiorente centro romano, nel III secolo a.C., divenne sede di municipio e possedeva una zecca. Inserita sulla via Traiana, fu importante almeno quanto Ugento e Vaste. Nel IX secolo fu distrutta dai Saraceni e parte degli abitanti sopravvissuti si rifugiò nel vicino casale di Patù, modestissimo centro abitato che, in seguito a questo fenomeno di immigrazione, divenne molto popoloso , e prese nome Patù, da “pathos”, che in greco vuol dire “sofferenza, dolore”, ad indicare l’angoscia dei veretini che avevano perduto la loro patria. Fino ad allora la funzione di Patù era stata quella di granaio di Vereto, in quanto a Patù si trovavano delle grandi cavità sotterranee, dette fogge, utilizzate dagli abitanti di Vereto per ammassare i cereali: questo ci rimanda allo stemma civico di Patù, che raffigurava un gatto che tiene in bocca un topo. Essendo infatti Patù una sorta di magazzino naturale per il grano, era scontata la presenza di topi e quindi di gatti. Successivamente l’immagine del topo venne sostituita, nella bocca del gatto, con quella di un pesce. Anche il pesce, secondo alcuni studiosi, rimanda alle origini di Patù, che era stata popolata dai profughi di Vereto, la cui attività principale era la pesca, attraverso il porto di San Gregorio. Non c’è però alcuna documentazione ufficiale capace di avvalorare questa tesi. Anche l’antica Vereto è ancora in parte sepolta, nascosta ai più, e solo pochi reperti archeologici ed epigrafici sono venuti alla luce in questi ultimi anni grazie ad isolate campagne di scavi. Come pure misteriosa rimane, ancora in parte, l’origine delle Centopietre, il più importante monumento di Patù. Nel 1881, l’archeologo francese Lenorrmat definì questo tempietto di pietra “la meraviglia archeologica di questo estremo lembo di terra”. Alcuni studiosi fanno risalire la costruzione all’età del ferro, altri ad un periodo successivo. Lo storico Giacomo Arditi definì le Centopietre un monumento funebre, costruito con dei grossi blocchi di pietra, circa cento, da cui il suo nome, provenienti dalle rovine dell’antica Vereto. Il tempietto, col tetto a spiovente, sarebbe stato costruito in onore del generale Geminiano o Giminiano, che invano cercò di evitare una cruenta battaglia fra l’esercito dei Cristiani e i Mori nell’877. Questi ultimi trucidarono barbaramente l’ambasciatore di pace, destando una profonda rabbia nell’esercito cristiano, che ebbe la meglio sui Mori, infliggendo loro una pesante sconfitta presso il Campo Re, ai piedi della collina di Vereto. Le spoglie del generale Giminiano furono successivamente traslate in Francia, luogo di origine dell’eroe. L’interno del tempietto venne affrescato in epoche diverse. Nella parete di fondo, di fronte all’ingresso principale, vi era uno schema con tredici figure di santi di origine orientale, secondo la tradizione basiliana; purtroppo l’umidità li ha quasi del tutto cancellati negli ultimi anni. Il monumento misura 7,25m per 5,35m, censito dalla Commissione Conservatrice dei Monumenti Storici e delle Belle Arti, nel 1873, come “Monumento nazionale di II classe”. Il campo delle ipotesi sulla origine e destinazione delle Centopietre rimane comunque aperto. // San Giorgio a Sternatia A Sternatia si festeggia, il 22 agosto, San Giorgio, il santo militare e martire. Questa devozione è legata ad un fatto miracoloso che viene ascritto a San Giorgio e che lega indissolubilmente il nome del santo a Sternatia. Era il 22 agosto 1843, quando il santo salvò il paese da un violento uragano. Alle ore 13, gli atterriti abitanti di Sternatia presero dalla chiesa Madre la statua del santo e la portarono in processione fuori l’abitato, percorrendo la centrale via Platea e superando l’antica Porta di Lecce (distrutta). Così il paese si salvò. Il culto di San Giorgio è molto antico, probabilmente venne portato a Sternatia dai monaci basiliani e ogni anno si rinnova nelle celebrazioni che gli abitanti organizzano per il loro santo patrono. Sono incerte le origini di Sternatia. Un codice greco del 300 segnala il nome di Sternatia scritto in greco. “Sternatia” potrebbe derivare dalla forma bizantina “sterna dia chora”, vale a dire “terreno, luogo dissodato”, in seguito alle opere di bonifica intraprese dai monaci basiliani nell’alto Medioevo. Secondo il Rolfhs, deriva dal greco dialettale “sterna”, cioè cisterna, come dimostrerebbero le quattro grandissime cisterne presenti nel paese. Altri studiosi fanno derivare il toponimo da “sterna-teia”, cioè “cisterna o fonte sacra”. Ma l’origine del paese risale ad una età ancora più antica, cioè all’epoca romana, come dimostrano i rinvenimenti di anfore e cocci databili al III secolo a.C. Importantissima fu, nell’antichità, l’abbazia di San Zaccaria, centro monastico greco-sternatese, sede dello scrittorio in cui si formò il copista Angelo Costantino, autore di numerosi codici greci conservati nelle più importanti biblioteche europee. Durante la dominazione normanna, Sternatia divenne feudo di Berlinghiero Chiaromonte, quindi dei baroni Cicala, e successivamente della famiglia Granefei. Fu dominio di Giovanni Antonio Del Balzo Orsini fino al 1463, e in questo periodo la sua storia si intreccia con quella del casale di Soleto. Dal Castello di Sternatia, sede delle truppe aragonesi guidate da Giulio Antonio Acquaviva, partì la famosa spedizione che liberò Otranto dall’assedio dei Turchi nel 1481. Lo stemma di Sternatia raffigura un dragone inserito in un mappamondo stilizzato. Il dragone e il mappamondo starebbero a simboleggiare le origini di Sternatia. Si vuole, infatti, che qui sorgessero anticamente sette masserie fortificate che, per potenziare la loro capacità di difesa, si unirono, dando vita ad un unico centro abitato. Il dragone è il simbolo della forza conquistata dalla nuova aggregazione; il mappamondo indica il processo unitario grazie al quale sorse Sternatia. Ma il dragone dello stemma civico viene interpretato da molti come un basilisco, cioè un piccolo rettile, molto somigliante al drago per via della cresta che ha sul capo e sul dorso, e che in passato viveva nelle campagne di Sternatia, sotto cumuli di pietre e muretti a secco, cibandosi di erbe e di insetti. Secondo la leggenda, questo piccolo animale, innocuo all’apparenza, aveva la capacità di uccidere chiunque incrociasse il suo sguardo. Infatti, il basilisco nasce dalle uova di gallo; il gallo, come si sa, non produce uova, ma la tradizione vuole che, se si lascia vivere il gallo per oltre sette anni, esso covi un grande uovo che dà vita al terrificante rettile. Dopo la dominazione degli Spagnoli, il feudo di Sternatia venne abolito nel 1806. Nella chiesa di Maria SS. Assunta è conservata la bella statua in cartapesta di San Giorgio, nell’atto di uccidere il drago, secondo l’ iconografia ufficiale del santo di Cappadocia. Questa statua, restaurata nel 1986 dal cartapestaio leccese Pietro Indino, è molto suggestiva e fa il paio con l’antica immagine del santo conservata nella chiesa dei Domenicani.

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