Nel nome del padre che non sono e che non sarò mai

Se sono ciò che sono, e se ho un forte legame per la famiglia, lo devo anche ai miei avi, che non ho conosciuto, ma che, indirettamente, hanno fatto parte della mia formazione.

Per esempio:

Si narra che il mio bisnonno fosse un uomo molto bello e amasse le donne e il gioco, tanto da trascurare moglie e figli e restare spesso via da casa, anche per lunghi periodi. Per seguire i suoi vizi arrivò addirittura ad inscenare la sua morte: lasciò cappello e bastone in mare e non fece trovare sue tracce per anni. Gli fecero anche il funerale. Molti anni dopo tornò, per morire davvero stavolta, tra le braccia di suo figlio. Le sue ultime parole furono: non trascurare mai la famiglia, figlio mio! Non fare il mio errore!

Questo fece di suo figlio, mio nonno (anche lui bello e donnaiolo) un uomo dedito a moglie e figli ed estremamente severo nel suo perseverare il sogno di una grande famiglia, unita come nessun’altra.

Gli ci vollero 6 figlie prima di diventare padre di un maschietto. Quel settimo figlio, cresciuto tra le coccole di sorelle, mamma e nonna, era mio padre.

Anche lui, come i suoi predecessori, aveva una certa passione per i vizi; non era mai privo di sigaretta in mano e beveva solo caffè e whisky. Per fortuna non giocava spesso, perché quando capitava, aveva problemi a fermarsi.

Mio padre. Che donna sarei oggi se non ci fosse stato lui al mio fianco?

Nel bene e nel male è stato il mio più importante punto di riferimento. E mi ha tramandato questo romantico e indissolubile amore di mio nonno per la famiglia.

Oggi c’è chi mi accusa di parlare troppo di donne, di essere focalizzata solo sul genere femminile o addirittura, di avere qualcosa contro gli uomini.

Eppure ho scoperto le donne e la sorellanza solo da grande, verso i 25 anni.

A parte poche amiche, sono cresciuta preferendo la compagnia maschile e accudita principalmente da mio padre.

E’ vero, parlo spesso di donne, il femminile mi attrae e mi appassiona e la questione di genere mi interessa in prima persona. Vivo in un Paese in cui c’è più che mai bisogno di lottare per difendere difendere nostri diritti (quelli per cui hanno lottato le nostre madri) e per ottenere una parità di genere ancora molto lontana… ma no, non penso di essere esagerata e, sicuramente, non odio gli uomini!

Certo, devo ammettere che a volte dimentico quanto sia stata importante l’energia maschile nella mia vita e quanto lo sia in generale, per tutti.

A ricordarmelo ci hanno pensato, appunto, tre uomini: Fabrizio Saccomanno, Gigi Gherzi e Giuseppe Semeraro. Tre colleghi che, con estrema generosità, l’altro giorno mi hanno fatto vedere, in anteprima assoluta, il loro spettacolo :Il figlio che sarò’.

In scena proprio oggi, sabato 22 Febbraio, al teatro comunale di Novoli. E sicuramente in giro per l’Italia la prossima stagione. Almeno se dipendesse da me.

Un spettacolo che racconta la storia di un uomo, di suo figlio e di suo padre e di un professore di liceo.

Una storia vera che, come solo nella realtà accade, ha dell’incredibile.

Una storia arcaica, triste e comica, forte come la vita, intrisa di poesia.

Una storia che mi regala speranza.

Si, perché parla di un figlio non capito, di un infanzia rubata, di una vita all’ombra di un padre muto e terrificante. Parla di un educatore che dedica la sua vita ad insegnare italiano in un istituto tecnico di un piccolo paese di provincia, cercando di regalare ai ragazzi nuovi orizzonti.

Ragazzi come il protagonista: una vita con il destino segnato e la storia già scritta che lui riesce a riscrivere e cambiare.

La poesia serve a salvarci dal nostro destino

Che bello tuffarsi in una poltrona di velluto rosso, unica spettatrice nel buio della sala, alle 11 del mattino, e immergersi in un altro mondo!

Giuseppe raccontava una storia, Gigi ha insistito perché divenisse uno spettacolo, hanno scritto il testo, poi hanno chiamato Fabrizio per aiutarli a metterlo in scena con la sua regia.

Il risultato è un coinvolgente spettacolo che riflette sul ruolo del padre o dell’educatore in genere.

Un’ammissione di colpa di uomini, educatori, padri e figli intelligenti.

Una botta di pensiero al maschile come non ne vivevo da molto, molto tempo.

E mi ha fatto bene, mi ha fatto un gran bene ricordarmi quanto possano essere belli gli uomini e quanto sia fondamentale anche la loro presenza in questo mondo.

Che tutti discendiamo, in qualche misura, sia da figure femminili che maschili.

Figure che, anche con la loro assenza, influiscono sulla nostra persona.

E tutti abbiamo a che che fare con le prossime generazioni.

E allora conviene bene riflettere sull’esempio che diamo, su quanto può essere nocivo il nostro atteggiamento verso di loro. Dovremmo ricordarci che l’unico modo per preparare i giovani alla vita, e trasmettere loro qualcosa che non sia solo ansia e frustrazione è raccontare la vita per come è, ammettere i propri errori, senza fingere di esser perfetti o illuderci di poterli proteggere dalle sofferenze. Che la sofferenza fa parte delle nostre esistenze e, forse, conviene ammetterlo subito e prepararli ad affrontarla. L’unico esempio che possiamo dare è avere il coraggio di metterci in gioco.

Fermiamoci un attimo; guardiamo in faccia i nostri figli, trattiamoli da esseri umani intelligenti, quali sono, non sottovalutiamo la loro capacità di comprendere le cose.

Stiamo lasciando loro un mondo alla deriva, dovremmo almeno fare lo sforzo di regalare loro qualcosa di importante: come la nostra verità, i nostri dubbi, le nostre paure, gli errori che abbiamo commesso.

Perché è commettendo errori che si cresce.

Smettiamo di bastonarli per i loro fallimenti, per le scelte sbagliate, per le cazzate che fanno, e iniziamo a insegnare loro l’importanza di sbagliare. Come abbiamo sbagliato anche noi, i nostri padri, i nostri nonni , bisnonni e così via.

Nel nome del padre che non sono e che non sarò mai oggi rendo omaggio agli uomini coraggiosi, ai padri insicuri, che si mettono in discussione, ai professori che credono nei sogni e accendono speranze, ai teatranti che mi regalano scorci di vita e spunti di riflessione.

Ma anche agli uomini codardi, stronzi e immaturi. Certo.

Tutti ugualmente importanti per formare le donne forti e battagliere di cui il mondo ha bisogno.

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Info sull'autore

Barbara Toma

Agitatrice, Animale da palco, Coreografa, drammaturga e mamma single salentina-olandese. In equilibrio precario, sul filo della vita, con due figlie e una sola vocazione: la danza. Non per forza sincera, ma dannatamente vera. Fuori luogo ovunque, tranne sul palco, l’unico posto dove il suo modo di agire non è controproducente.

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