Cenerentola, il realismo di una commedia borghese

// GUIDA ALL’ASCOLTO // Breve introduzione all’opera “La Cenerentola” di Gioachino Rossini (1792 – 1868), in scena l’11 e il 13 maggio al Politeama Greco di Lecce e il 15 maggio al Nuovo Teatro Verdi di Brindisi, per la Stagione Lirica “Opera in Puglia” 2018.

 

di Fernando Greco

 

Al pari del più popolare “Barbiere di Siviglia”, “La Cenerentola, ossia La bontà in trionfo” rappresenta la massima espressione del genio rossiniano nonché del teatro musicale di tutti i tempi.

Realizzata in soli 24 giorni secondo la proverbiale velocità del maestro appena venticinquenne, l’opera debuttò al teatro Valle di Roma il 25 gennaio 1817 conseguendo un riscontro che, seppur non disastroso come per il “Barbiere” dell’anno prima, non fu certo esaltante. Ciò non dispiacque al suo autore che, secondo le cronache dell’epoca, ne preconizzò l’imperituro trionfo.

 

FASTIDIOSI INTOPPI

Dopo il catastrofico debutto al teatro Argentina di Roma datato 20 febbraio 1816, il crescente successo delle repliche del “Barbiere” era valso a Rossini l’ingaggio da parte dell’impresario Pietro Cartoni per l’inaugurazione della stagione di carnevale al teatro Valle, prevista il 26 dicembre. Tale appuntamento fu posticipato di circa un mese a causa di fastidiosi intoppi nella scelta di un nuovo libretto che potesse soddisfare tanto il compositore quanto l’impresario e la severa censura pontificia, finché fu lo stesso librettista Jacopo Ferretti, se si dà credito alle sue romanzate “Memorie”, a superare l’impasse suggerendo in maniera del tutto casuale il nuovo soggetto:

“ … Stanco di avanzare suggerimenti, e anche assonnato, nel bel mezzo di uno sbadiglio mormorai: “Cendrillon!”. Rossini, che per esser meglio concentrato si era posto in letto, rizzandosi su come il Farinata dell’Alighieri: “Avresti tu core di scrivermi Cendrillon?” mi disse; ed io a lui di rimando: “E tu di metterla in musica?”. Ed egli: “Quando il programma?” Ed io: “A dispetto del sonno dimani mattina”; e Rossini: “Buonanotte!”. Si ravvolse nella coltre, protese le membra, cadde in un beatissimo sonno simile a quello degli dei d’Omero; io presi un’altra tazza di tè, combinai il prezzo, scrollai la mano al Cartoni e corsi a casa”.

Per la stesura del nuovo titolo, Rossini e Ferretti fecero palese riferimento a tre fonti ben note al pubblico: accanto alla celebre fiaba di Perrault (1697), si considerò anche l’opera “Agatina o La virtù premiata” di Stefano Pavesi in scena al teatro alla Scala nell’aprile 1814, partitura probabilmente ascoltata da Rossini mentre era a Milano per le prove del “Turco in Italia”, e la “Cendrillon” di Nicolas Isouard, opéra-comique parigina del 1810. Il Pesarese non perse tempo a scrivere una nuova ouverture, riutilizzando ad hoc quella de “La Gazzetta”; inoltre adattò per il sontuoso rondò finale della protagonista l’aria “Cessa di più resistere” tratta dal “Barbiere”.

 

APPLAUSI BEN MERITATI

“La Cenerentola” di Rossini ebbe il suo debutto il 25 gennaio 1817 provocando manifestazioni di disapprovazione indirizzate soprattutto al cast vocale, a eccezione della protagonista Geltrude Righetti Giorgi, già prima Rosina nel “Barbiere”. Il giorno seguente, la testata “Notizie del giorno” riportava le seguenti parole: “La musica è sparsa di tante e sì originali bellezze da sorprendere veramente. Il pubblico difatti l’applaudì con maggiore entusiasmo. Avesse potuto rendere un eguale tributo a coloro tutti cui ne era affidata l’esecuzione!”.

Come previsto da Rossini e come già accaduto al precedente “Barbiere”, il successo dell’opera crebbe progressivamente durante le repliche, tanto che il suddetto giornale, appena dodici giorni dopo, così affermava: “Continuano al teatro Valle gli applausi ben meritati al signor maestro Rossini per la sua bellissima opera “La Cenerentola”…  La signora Giorgi canta soavemente la sua parte, ove fa spiccare altresì la mimica più nobile e persuasiva. Difatti sono costanti e reiterati gli applausi ch’essa ne riporta a fede dell’universale pubblico gradimento”.

In occasione della ripresa dell’opera al teatro Apollo nel 1820, la presenza di Gioacchino Moncada nel ruolo di Alidoro indusse Rossini a scrivere per l’illustre basso la grande scena “Là del ciel nell’arcano profondo” sostituendola al brano scritto in precedenza da Luca Agolini, collaboratore del musicista per la stesura dello spartito.

Come la maggior parte del catalogo rossiniano, “La Cenerentola” cadde in oblio a partire dalla seconda metà dell’Ottocento per circa un secolo, tornando a risplendere di nuova luce grazie all’intervento del compianto maestro Alberto Zedda (1928 – 2017), sommo artefice della Rossini Renaissance, il quale negli anni sessanta ne approntò l’edizione critica attraverso la quale oggi nessuno può più dubitare che quest’opera sia un capolavoro.

 

CENERENTOLA? UNA DI NOI!

Il libretto di Jacopo Ferretti, pur attingendo a piene mani dall’omonima fiaba di Perrault, perde la componente favolistica per acquisire il realismo di una commedia borghese: nessuna magia, nessuna zucca trasformata in carrozza, il racconto procede attraverso colpi di scena d’ambientazione spesso triviale, che trova “… nella musica come nel libretto quella vernice leggera di volgarità che è necessaria” per dirla con Stendhal. E aggiungiamo le parole dello scrittore Frédéric Vitoux secondo il quale “Dopo il festoso delirio del Barbiere, il compositore mette in musica personaggi socialmente coerenti che affrontano situazioni concrete, e si può quasi dire verosimili. Da quel momento in poi il brio rossiniano conquista una nuova dimensione. Tende a raggiungere anche coerenza, unità, profondità nell’analisi dei personaggi senza niente perdere della sua sublime e sfavillante fantasia”.

Non a caso il titolo dell’opera non è “Cenerentola”, ma “La Cenerentola” ovvero l’appellativo riferito a una ragazza di nome Angelina, trattata come umile serva dal patrigno e dalle sorellastre, personaggi che appaiono più grotteschi che comici tout court a causa della loro insopportabile malvagità, sebbene Rossini riservi al patrigno le pagine più buffe della partitura. Al contrario, la protagonista è sempre credibile nel suo realismo fin dal primo apparire in scena, quando il contrasto tra il suo canto dolente e ciò che la circonda la fa sembrare “l’unica persona umana inserita in un cartone animato” (secondo il giudizio di Alessandro Baricco).

 

DOPPIO TRAVESTIMENTO

Deus ex machina della vicenda è Alidoro, filosofo di grande spessore morale, precettore del principe Ramiro e figura che costituisce la principale novità rispetto alla fiaba originaria. Mentre nella favola il principe si limita a invitare a corte tutte le ragazze del regno in modo da sceglierne una da sposare, nell’opera è Alidoro a valutare previamente l’indole delle pretendenti travestito da mendicante. Il filosofo scoprirà la bontà di Angelina e, al momento opportuno, si rivelerà a lei nella sua vera identità fornendole tutto il necessario per recarsi alla festa, dall’abito alla carrozza. Altra novità della trama è il personaggio di Dandini, goffo ma arguto scudiero del principe, che fingerà di essere il principe in persona sia nel momento di recare alle ragazze l’invito alla festa sia durante lo svolgimento della stessa, mentre il vero principe, indossati i panni dello scudiero, potrà osservare indisturbato l’atteggiamento delle ragazze.

 

LA VERTIGINE DELLA FELICITA’

Il primo incontro tra Angelina e il principe costituisce una delle pagine più delicate e commoventi dell’opera. Si tratta dell’autentico colpo di fulmine, caso più unico che raro in ambito operistico insieme con la “gelida manina” pucciniana: l’abito cencioso di lei non ostacola il purissimo incontro di due sguardi da cui erompe un turbamento che entrambi non hanno mai provato prima, quel “soave nonsochè” di cui musica e testo trasmettono magistralmente tutto il giovanile palpito. Più tardi, durante la festa, il principe riconoscerà quello stesso sguardo nella “dama incognita” e desidererà a tutti i costi conquistarla: anche in questo caso, la trama dell’opera si spoglia della componente fiabesca a vantaggio di un tangibile realismo. Cenerentola non perde la magica scarpetta durante la fuga (anche perché per le usanze dell’epoca sarebbe stato sconveniente scoprire piedi e gambe in palcoscenico), ma piuttosto dona al principe, ch’ella continua a considerare uno scudiero, uno dei suoi due bracciali (lo smaniglio) invitando il giovane a indagare sul vero stato sociale di lei prima di decidere se prenderla in sposa o rifiutarla. Il finale riconoscimento tra i due innamorati segnerà per la ragazza la vertigine della felicità (per usare le parole di Baricco) resa in maniera squisitamente belcantistica dalle colorature del formidabile rondò conclusivo.

 

 

LA TRAMA

 

Premessa – Il vedovo don Magnifico, barone di Montefiascone, vive nel suo cadente castello insieme con le due figlie Clorinda e Tisbe. Con loro vive anche Angelina, figliastra di don Magnifico nonché sorella delle altre due ragazze per parte di madre. Angelina viene trattata dai familiari a mo’ di umile serva destinata a vivere in cucina tra la cenere del focolare, ragion per cui viene soprannominata “La Cenerentola”.

 

 

ATTO PRIMO

 

Parte prima – Nel castello di don Magnifico.

E’ mattina, Clorinda (soprano) e Tisbe (mezzosoprano) appena sveglie si accingono ad abbigliarsi con civetteria, mentre Cenerentola (contralto) prepara il caffè canticchiando una malinconica canzone. Picchiano alla porta: è un barbone che chiede l’elemosina. Mentre le sorellastre lo discacciano in malo modo, Cenerentola lo fa accomodare in cucina per offrirgli la colazione. Sotto i panni del mendicante si cela in realtà Alidoro (basso), precettore del principe Ramiro (tenore), i cui ambasciatori giungono poco dopo per annunciare il suo imminente arrivo: il principe inviterà personalmente a palazzo tutte le ragazze del luogo al fine di sceglierne una con cui sposarsi. Clorinda e Tisbe, elettrizzate all’idea che la scelta del principe possa ricadere su una di loro, impartiscono a Cenerentola una miriade di comandi sotto l’occhio sornione di Alidoro. Il cicaleccio sveglia don Magnifico (basso buffo) che si presenta molto arrabbiato poiché il brusco risveglio gli ha fatto interrompere un sogno premonitore: stava infatti sognando un asino alato che raggiungeva in volo la cima di un campanile al suono festoso delle campane. Egli spera che il sogno significhi l’arrivo di un’imprevista fortuna che risollevi le dissestate finanze di famiglia, magari un buon matrimonio per una delle sue due figlie. Grande è la sua gioia quando le ragazze gli raccontano che tra poco don Ramiro in carne ed ossa giungerà da loro per invitarle a corte in vista di un eventuale fidanzamento: ormai certo del fatto che il sogno profetizzi il matrimonio di una sua figlia con il principe, don Magnifico esorta Clorinda e Tisbe a prepararsi in maniera impeccabile, mentre ordina bruscamente a Cenerentola di servirgli il caffè. Tutti si ritirano nelle loro stanze senza notare l’ingresso di Ramiro: il principe, travestito da scudiero, si propone di osservare in incognito il comportamento delle ragazze, poiché Alidoro gli ha garantito che in quella casa troverà una fanciulla degna di diventare sua sposa. Quando Cenerentola ritorna nella stanza recando in mano il vassoio della colazione paterna, l’improvviso faccia a faccia con lo sconosciuto le fa cadere le stoviglie di mano, ma la paura cede immediatamente il passo alla folgorazione amorosa, a quel soave nonsochè che per un fatale istante lascia entrambi senza parole. Ramiro le dice di essere alla ricerca delle figlie del barone, ma l’imbarazzo di lei non le permette di spiegargli chiaramente chi ella sia e quali siano i suoi rapporti di parentela con il padrone di casa. Giunge colui che tutti credono il principe, ma che in realtà è il servo Dandini (baritono), il quale scambiando sguardi d’intesa con il vero principe, si profonde in sperticate lodi nei confronti di don Magnifico e delle sorellastre, invitandoli alla sua festa da ballo. Frattanto il vero principe continua a guardare con interesse Cenerentola, la quale chiede a don Magnifico il permesso di poter andare anche lei alla festa. Per tutta risposta il patrigno la tratta con estremo disprezzo, e quando Alidoro gli fa notare che in casa dovrebbero vivere non già due, ma tre sorelle, egli afferma che la terza figlia è deceduta e che Cenerentola è soltanto una serva; spingendola lontano dal gruppo, la minaccia di morte qualora ella si azzardi a smentirlo. A eccezione di quest’ultima, tutti partono nella carrozza del principe. La ragazza riceve nuovamente la visita del falso mendicante, che le rivela la sua vera identità e le garantisce che d’ora in poi la sua sorte cambierà: anche lei potrà andare alla festa dove la sua bontà avrà modo di trionfare. Giunge infatti una carrozza con cui Alidoro e Cenerentola, ancora confusa per quanto successo, si recano al palazzo del principe.

 

Parte seconda – Nella residenza del principe.

Durante la festa, l’esperienza di don Magnifico in “vigne, vendemmie e vino” gli procura la nomina di cantiniere ufficiale da parte di Dandini, che continua a fingere di essere il principe. In disparte Ramiro, il vero principe travestito da scudiero, viene a sapere da Dandini che Clorinda e Tisbe sono due ragazze spregevoli, “un misto d’insolenza, di capriccio e vanità”. Giunte le due donne, prodighe di moine nei confronti di Dandini, questi fa loro sapere che, potendo sposarsi soltanto con una delle due, avrebbe intenzione di concedere l’altra in sposa al suo scudiero. A tale proposta le due sorelle si mostrano disgustate, mentre i due uomini se la ridono sotto i baffi. Viene annunciato l’arrivo di una dama incognita, che si presenta in scena velata, dicendosi sprezzante delle ricchezze materiali: chiunque la vorrà in sposa dovrà offrirle “rispetto, amor, bontà”. Quando la donna si scopre il volto, don Magnifico e le figlie notano con meraviglia quanto ella somigli a Cenerentola, ma si convincono che non possa trattarsi di lei. Dandini esorta gli invitati a mettersi a tavola.

 

 

ATTO SECONDO

 

Parte prima – Nella residenza del principe.

L’arrivo della dama incognita ha turbato don Magnifico e le figlie, che continuano a chiedersi come sia possibile che quella donna somigli tanto a Cenerentola. Peraltro il vecchio teme che qualcuno possa scoprire come egli abbia dilapidato il patrimonio della figliastra per poter dare una dote alle sue due figlie. Le paure si dileguano all’idea che una di loro diventerà la sposa del principe, e don Magnifico già pregusta il suo ruolo di suocero, il momento in cui, a corte, raccoglierà regalìe e richieste di raccomandazioni da parte dei popolani. Ramiro osserva lusingato il colloquio tra la dama incognita e Dandini, durante il quale la donna, credendolo il principe, gli dice chiaramente di non essere interessata né a lui né alle sue ricchezze poiché è innamorata del suo scudiero. Ramiro si fa avanti con trasporto, ma Cenerentola, nell’atto di andar via, gli dona uno dei suoi due bracciali, invitandolo a cercare la donna che indosserà lo stesso bracciale: soltanto dopo che egli avrà conosciuto il vero stato sociale di lei, potrà decidere se prenderla in sposa o rifiutarla. Con la soddisfazione di Alidoro, che consiglia al giovane di fare ciò che gli ispira il cuore, Ramiro ordina a Dandini di congedare gli invitati e di approntargli una carrozza. Don Magnifico crede ancora che Dandini sia il principe e pertanto gli domanda quale delle due figlie sarà la prescelta, pretendendo per lei il lusso più sfrenato. Dandini gli rivela l’amara verità: egli non è il principe, ma un semplice cameriere che si è preso gioco di lui. Il barone cerca di protestare con veemenza, ma alla fine è costretto a lasciare il palazzo con la coda tra le gambe. Alidoro, notando l’avvicinarsi di un temporale, si propone di far rovesciare a bella posta la carrozza del principe davanti alla casa di Cenerentola, in modo da favorire il ricongiungimento della coppia.

 

Parte seconda – Nel castello di don Magnifico.

Don Magnifico, Clorinda e Tisbe tornano a casa scornati e furenti di rabbia, sfogandosi con Cenerentola a causa della sua somiglianza con la dama incognita che ha rovinato i loro piani. Ella finge indifferenza, serbando in cuore il ricordo dell’amato scudiero. Frattanto è scoppiato un violento temporale e dall’esterno si ode il rovesciarsi di una carrozza. Qualcuno bussa alla porta: è Dandini che chiede soccorso per il principe il quale, entrando poco dopo, viene finalmente presentato come il vero principe Ramiro. Il barone, illudendosi che l’arrivo di Ramiro significhi che egli sceglierà in sposa una delle due figlie, ordina a Cenerentola di portare una poltrona. Cenerentola reca la poltrona a Dandini poiché pensa ancora che si tratti del principe. Quando le viene detto che il principe è colui che lei credeva lo scudiero, arrossisce per l’imbarazzo e vorrebbe fuggire, ma viene fermata da Ramiro che, riconoscendo al suo polso il bracciale identico a quello che gli è stato dato dalla dama incognita, la trattiene nello stupore generale. Don Magnifico e le figlie insultano Cenerentola e cercano di scacciarla, ma il principe annuncia che ella sarà la sua sposa, ricordando a Clorinda e a Tisbe di essere stato snobbato da loro quando ritenevano che lui fosse un semplice scudiero. A Cenerentola pare di sognare, mentre giunge Alidoro che, rivelando alle due sorellastre di essere quel mendicante scacciato senza pietà, consiglia loro di chiedere perdono a Cenerentola per non finire in miseria: ora è tutto pronto per la festa nuziale.

 

Finale – Un atrio addobbato a festa.

Dame e cavalieri inneggiano al trionfo della bontà. Cenerentola, in ricco abito nuziale, siede in trono insieme con Ramiro. Don Magnifico si inginocchia ai suoi piedi, mentre Clorinda e Tisbe storcono ancora il naso. La sposa, affermando con dolcezza di aver dimenticato i torti subiti, chiede al principe di perdonare patrigno e sorellastre sperando che essi si rivolgeranno finalmente a lei con gli appellativi di “figlia” e “sorella”. Quindi si lascia andare a un canto gioioso che conclude l’opera.

 

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Info sull'autore

Fernando Greco

Pediatra di professione, si è laureato con lode in Medicina e Chirurgia e si è specializzato con lode in Pediatria e Neonatologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Roma. Dal 2000 lavora in qualità di Dirigente Medico nell’Unità Materno-Infantile dell’ospedale “Cardinale G. Panico” di Tricase. Fin dalla più tenera età si diletta nel coltivare un’innata passione musicale. Negli anni Novanta ha fatto parte del coro “Nostra Signora di Guadalupe” di Roma diretto dal contralto Stella Salvati, sia in veste di corista sia di solista. Dal 2001 studia pianoforte con la prof.ssa Irene Scardia. In qualità di basso-baritono, cura il repertorio vocale con il maestro Michele D’Elia. Collabora con il magazine online “Il Tacco d’Italia” ed è accreditato come critico musicale per la Stagione Sinfonica della OLES, la compagnia “Balletto del Sud”, la Fondazione Petruzzelli di Bari, il Festival della Valle d’Itria di Martina Franca. Viene spesso invitato a far parte di giurie e commissioni di concorsi e manifestazioni musicali.

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