Gallipoli e Brindisi: scatta la censura allo spot

La religione e le donne nella pubblicità. Gallipoli e Brindisi censurano manifesti pubblicitari della ditta Fracomina

La religione proprio no. Accoppiata al sesso femminile, poi, il binomio è dei più esplosivi. Strano Paese il nostro. Artefice e vittima della moda, conosce da anni l'esposizione dei corpi. A scopo pubblicitario, uomini e donne, per lo più modelli, pubblicizzano questo o quell'altro marchio di lingerie, di jeans, di profumi. Negli anni scorsi, una volta verificato il successo, anche in termini commerciali, col quale veniva salutato un generoso décolleté, la pratica si è diffusa oltre qualsiasi prospettiva. Produttori di yogurt, di caffè o di acque minerali si sono felicemente accodati allo stile, assoldando geniali pubblicitari che dovevano associare, con un motivo a piacere, i prodotti da reclamizzare a giovani donne poco vestite. Glutei, seni prosperosi, “pacchi” celebri sono così diventati, tra bombardamento di spot televisivi e manifesti 6×3, pane quotidiano per i nostri occhi. Attenzione, però; il limite della tolleranza, del “buon gusto” o del decoro è sempre dietro l'angolo. Proprio ieri, i Comuni di Brindisi e di Gallipoli hanno deciso che la soglia era stata abbondantemente superata e hanno ritirato, dai mezzi di trasporto cittadini, i manifesti pubblicitari della marca d'abbigliamento Fracomina. A colpire la sensibilità dei censori, in questo caso, non è stata una fotomodella completamente nuda, ma delle semplici frasi provocatorie sui luoghi comuni associati alle donne. “Sono Maddalena, faccio la escort e non sono una ragazza facile”; “Sono Maria, non sono vergine e ho una forte spiritualità”. Queste le ragioni dello scandalo. È così dimostrato che il riferimento religioso vince su tutto. Vince sull'erotismo di alcuni spot mandati in “fascia protetta”, sui continui e nauseanti riferimenti al sesso, sui corpi evidentemente vittime di anoressia elevati a modello. È sano il mix tra i tabù esibiti e la famiglia cristiana? È questo il destino della censura in un Paese laico?

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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