Operazione Remetior, sgominato il clan della Scu

“Remetior”: è questo il nome dell’operazione che ieri ha portato agli arresti di 19 persone, eseguiti la notte precedente, dalla Squadra Mobile di Lecce che ha così sgominato un clan criminale che agiva nel nord Salento che farebbe capo a Salvatore Caramuscio, il boss della Scu arrestato nel marzo scorso, in un’abitazione a Cassano Murge. La sua latitanza durava da sei mesi ed era nella lista dei 100 ricercati più pericolosi. Le ordinanze di custodia cautelare sono state emesse dal gip del Tribunale di Lecce Antonio Del Coco su richiesta del sostituto della direzione distrettuale antimafia Guglielmo Cataldi. Questa la lista complessiva dei nomi degli arrestati, ma alcuni di loro, già in cella. Antonio Caramuscio (fratello di Salvatore) 37enne di Surbo, detto “Saramau” o “Uno”, Alessandro Ancora “Capurossa” o “Capu de Bomba”, di Giorgilorio, Pietro Rampino, Leandro Luggeri, “il Nipote, 32enne di Trepuzzi, Riccardo Buscicchio o “Golia”, di Trepuzzi, Vincenzo Caretto, Stefano Ciurla, Gianni Dolce, detto “lu Panza” di Lizzanello, Stefano Elia di Torchiarolo, Gianluca Pepe (già detenuto), Cosimo Miglietta, Giuseppe Perrone, Giosué Primiceri detto “Gegè”, 49enne di Trepuzzi ed esponente di spicco del gruppo, Simona Sallustio, 41enne di Lecce, moglie del leader, Luca Spagnolo (già detenuto), Marcello Carmine Tarantino, Salvatore Perrone (già detenuto) e Marco Malinconico di Lecce. Gianluca Saponaro, 28 anni di San Pietro Vernotico, è stato ucciso il 19 giugno scorso a colpi di pistola. Era pronta anche per lui un’ordinanza di custodia cautelare. Il sodalizio malavitoso, che avrebbe agito fra Lecce, Surbo, Squinzano e Trepuzzi, era dedito ad attività quali l’estorsione, l’usura, il traffico di droga (cocaina e hashish), la detenzione di armi da fuoco e munizionamento da guerra, la di gestione di bische clandestine. , L’obiettivo era il controllo di attività economiche, spinto fino al tentativo di ostacolare il libero esercizio del voto (emerso tramite intercettazioni telefoniche ed ambientali). A proposito di modalità di collegamento tra gli affiliati al clan, il gip Del Coco ha parlato di un prospetto definito “tavola pitagorica”, una specie di codice di decrittazione dei numeri delle schede telefoniche di Caramuscio. Il sistema sarebbe stato quello noto di cambiare frequentemente le sim-card, intestate a terze persone, per confondere gli investigatori Il prospetto è stato ritrovato in casa Primiceri durante le perquisizioni e sarebbe stato Buscicchio a incaricarsi di recuperare cellulari e schede. Diversi i beni sequestrati per un valore di circa mezzo milione di euro (un terreno di 8mila metri quadri, vicino a Squinzano, autove e moto, un’imbarcazione e persino di un allevamento di cavalli verso Surbo) La storia del boss Era finita nel marzo 2009 la fuga di Salvatore Caramuscio, latitante da oltre sei mesi per omicidio e associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico di droga ed estorsione. Il ricercato salentino, affiliato al clan di Filippo Cerfeda negli anni Noventa e all’epoca capozona nel territorio di Trepuzzi, si era dato alla latitanza quando, per decorrenza dei termini, il tribunale di sorveglianza di Sulmona lo aveva rimesso in libertà. In carcere, c’era finito per l’omicidio di Antonio Fiorentino, ucciso nel bar “Papaya”, di Lecce, il 6 marzo del 2003. Le manette per lui sono scattate di nuovo l’8 marzo 2009, quando è stato catturato in un’abitazione a Cassano Murge, vicino a Bari. Caramuscio non ha opposto resistenza. La scarcerazione del 2008 gli aveva, probabilmente, reso possibile il riannodare le fila e riprendere in mano il gruppo, tornando a gestire tutte le attività. Nella lista dei suoi fiancheggiatori di ferro, vengono indicati Simona Sallustio, la moglie, il fratello, Antonio e Gegè Primiceri, un esponente considerato di spicco del clan, ovvero di coloro che avrebbero coordinato le operazioni illecite, anche in assenza del boss. Sempre durante la sua latitanza, due personaggi vicini a Caramuscio, Gianluca Negro e Angelo Corrado tentarono un’estorsione ai danni del vicesindaco di Surbo Giuseppe Maroccia per conto del capo.

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Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

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