Sergio Martina: ‘Ecco le tare della sanità pugliese’

Già direttore generale alla Provincia nella prima amministrazione Ria, attuale dirigente provinciale, in una lettera a Sergio Blasi denuncia le anomalie del concorso pubblico per direttori Asl

Sig. Segretario Regionale PD Sergio Blasi e, p.c. Cons. reg. le Antonio Maniglio e, p.c. Sig. Segretario Provinciale PD Caro Sergio, come mi ero impegnato a fare, ti invio la mia costernata riflessione sulla “sanità che ci attende”, viste le premesse sinora poste. Eppure una cosa fa rabbia: la L.R. n. 4/2010, relativamente al metodo per individuare il management di un sistema sanitario da riformare, è lineare ed efficace. Come è possibile che, nella fase di applicazione di quel metodo, dei comportamenti eversivi ne abbiano deviato le finalità e posto le premesse del fallimento degli obiettivi? La sanità non è una casamatta da conquistare, come qualcuno, con errata interpretazione della logica gramsciana può pensare; ma è un servizio delicatissimo anzi decisivo per la vita delle persone, dell'ambiente, dell'ordine sociale. Quindi, caro Sergio, continua a farti carico con coraggio, insieme a tutto il gruppo consiliare regionale – di cui apprezzo le difficili prese di posizione in un contesto confuso come l'attuale – di una vision (e soprattutto di una pratica) riformista della sanità regionale. Anche a costo di una vera crisi. Ed ecco qui allegate le mie riflessioni. La sanità pugliese come Medusa Avverto sempre più spesso che la verità, per noi di sinistra, soprattutto la verità che riguarda noi stessi, somiglia allo sguardo inesorabile della Medusa. Evitiamo disperatamente di guardarla negli occhi, per non restarne pietrificati. Ci manca l’intelligente leggerezza di Perseo, che tagliò la testa della Medusa volando su sandali alati, senza guardare mai direttamente il suo volto, ma guardandone il riflesso sul suo scudo di bronzo. Ci soccorra l’allegoria del mito, allora, per affrontare con leggerezza i problemi che noi stessi abbiamo prodotto, ad esempio nella sanità, evitando con intelligenza di restare pietrificati nell’atto stesso di svelare la verità del suo stato. Quattro domande sulla sanità pugliese C’è, tra le aziende e gli enti del servizio sanitario della regione Puglia, un’azienda o ente che, dal 2005 ad oggi, ha ridotto le spese o, perlomeno, ha rispettato il limite di deficit programmato? NO. Dal 2006 ad oggi, c’è un’azienda sanitaria pugliese che ha ridotto, seppure di poco, il numero degli iscritti nelle liste di attesa ed i tempi di attesa? NO. Qualcuno può credibilmente affermare che, dal 2005 ad oggi, le prassi concrete di affidamento degli appalti delle ASL pugliesi sono state rese non dico trasparenti e legittime, ma appena appena moralizzate? NO. Al di là della cerchia dei tifosi acritici, c’è un solo cittadino pugliese che, negli ultimi sei anni di gestione di ospedali e distretti sanitari di Puglia ne ha percepito il miglioramento del livello etico; di umanizzazione dei servizi resi; di elevazione della qualità sanitaria delle prestazioni erogate in rapporto anche alla generale evoluzione tecnico-scientifica e al maggior volume di risorse impiegate? NO. Questo sistema non poteva dare frutti diversi Se l’esperienza di nessuna ASL e di nessun ente sanitario di Puglia consente di dare risposte affermative alle quattro precedenti domande, significa che la malattia del servizio sanitario regionale non risiede nei direttori generali, amministrativi e sanitari, ma direttamente nella politica. I direttori di vario tipo, nell’attuale sistema, sono solo una forma derivata in cui tale malattia si manifesta. Le mistificazioni della legge regionale n. 4/2010 Le recenti scelte fatte dal legislatore regionale in materia di internalizzazione del personale adibito ai servizi elementari connessi all’organizzazione sanitaria non solo individuano puntualmente chi ha covato e diffuso la malattia, ma dicono anche che si tratta di una malattia che sfida le leggi dell’evoluzione. E’ come se, oggi, vedessimo riapparire i dinosauri. Le ragioni di giustizia sociale con cui tali scelte sono state giustificate (dare certezza di prospettiva ai lavoratori precari) dimostrano, da un lato, una concezione ideologica del lavoro e della sua organizzazione, e, d’altro lato, l’incapacità di tracciare sentieri riformisti di tutela del lavoro: mettendo in campo soluzioni innovative eppure inattaccabili, sostenute da un consenso più ampio e ragionato di quello dei soli lavoratori coinvolti. Poteva cioè nascere qualcosa di innovativo, progressivo ed esemplare, ma si è saputo solo fare passi indietro. Il principio di anti-sussidiarietà Anche le recenti scelte che hanno centralizzato in sede regionale la definizione dei meccanismi per superare l’intollerabile allungamento delle liste e dei tempi d’attesa sfidano le leggi dell’evoluzione, perché deresponsabilizzano chi ha il dovere di decidere in materia hic et nunc, caricando la politica, che per definizione opera illuc et tunc, di oneri impropri. Per questa via l’intero sistema sanitario diventa irresponsabile. La politica oggi teorizza la necessità della rottura col passato, senza però indicare il modello di sanità regionale alternativo. Tale modello non può essere confuso col cosiddetto piano di rientro appena approvato, ridottosi, in definitiva, ad una mera applicazione di tagli lineari. La selezione dei nuovi manager salvatori della sanità pugliese Nella narrazione del presidente Vendola, la rottura di cui il sistema sanitario ha bisogno sta tutta nel metodo di selezione dei suoi aspiranti manager ed, ora che tale metodo sarà concretamente applicato, “tutti i cittadini dovrebbero essere contenti perché è stata realizzata una selezione d’avanguardia per tutta l’Italia”. Ecco! La politica ha svolto il suo compito e la sanità pugliese è salva. Io, che ho partecipato alla selezione degli aspiranti manager e sono stato ritenuto NON IDONEO; che ho ricorso al TAR Puglia per contestare l’illegittimità ed irrazionalità di tale giudizio ricevendone, dopo ben 70 giorni, una sentenza di “difetto di giurisdizione”; che mi appresto a ricorrere al Consiglio di Stato per vedere affermata la competenza del giudice amministrativo a decidere la questione, ritengo che la POLITICA NON HA FATTO IL SUO DOVERE e che la sanità pugliese (i suoi utenti, naturalmente) è in pericolo più che mai. La prova del nove Assumendo, ora, che la malattia della sanità regionale risieda davvero nel suo management ed assumendo, ancora, che l’elenco dei candidati direttori generali idonei non era pronto prima ancora della nomina della commissione d’esame, è di grande interesse capire se il metodo con cui questa selezione è avvenuta ha selezionato davvero l’antivirus appropriato per la malattia del sistema sanitario pugliese. I nuovi manager salvatori della sanità pugliese Nella narrazione del presidente Vendola, la malattia del sistema sanitario pugliese sarà sconfitta dai direttori generali che la Giunta regionale si appresta a nominare. Questo, perchè i nuovi manager escono da “una selezione d’avanguardia in Italia”, operata esclusivamente con criteri di merito e di rigorosa valutazione delle capacità professionali di circa 200 concorrenti. Assumendo, ora, che la soluzione dei problemi della sanità regionale sia davvero nelle mani del management ed assumendo, ancora, che l’elenco dei 33 candidati idonei non era pronto prima ancora della nomina della commissione d’esame, occorre capire se il metodo con cui questa selezione è avvenuta ha selezionato davvero l’antivirus appropriato per la malattia del sistema sanitario pugliese. Cercheremo di capire ciò ponendo alcune domande, tutte sorgenti dai buchi neri che la procedura di selezione ha evidenziato. I buchi neri della procedura selettiva Domanda n. 1 – E’ principio universalmente accettato che i criteri metodologici di verifica del possesso dei requisiti di una qualsiasi procedura concorsuale debbano essere predeterminati e fissati da un soggetto terzo rispetto agli esaminatori ed agli esaminati. Questo principio è sancito anche dalla L.R. n. 4/2010 che, nella procedura di selezione dei direttori generali, affida tale compito alla giunta regionale. Perché mai, nel nostro caso, tali criteri sono stati fissati, invece, dalla Commissione esaminatrice e lo sono stati quando era in atto la valutazione dei candidati? Domanda n. 2 – La L.R. n. 4/2010 dice con esemplare chiarezza che “la Commissione effettua la valutazione dei candidati sulla base dei titoli posseduti e di un colloquio finalizzato a valutare le attitudini, le conoscenze e le competenze dei candidati in materia di diritto, economia e management delle strutture sanitarie e socio – sanitarie”. Come mai la Commissione ha arbitrariamente inserito tra gli unici due criteri con cui ha valutato i candidati la “congruenza dei percorsi di formazione post laurea rispetto al ruolo da ricoprire”? Domanda n. 3 – La L.R. n. 4/2010 ha imposto che la selezione preventiva dei candidati non fosse immediatamente finalizzata alla nomina a direttore generale, bensì alla partecipazione ad un corso di formazione manageriale in materia di sanità pubblica e di organizzazione e gestione sanitaria. Con ciò stesso, la legge ha promosso, anzi, addirittura sollecitato persone nuove, formazioni diverse, esperienze maturale al di fuori della sanità a partecipare alla selezione. Come mai la Commissione, in esplicito contrasto con la legge, ha introdotto un decisivo meccanismo di valutazione dei curricula che ha penalizzato i candidati provenienti da esperienze diverse da quella sanitaria? Domanda n. 4 – La Commissione, in sede di strutturazione ed articolazione dei criteri di valutazione (operazione per principio interdetta a chi giudica e che, nel nostro caso, la L.R. n. 4/2010 affida alla Giunta regionale) si è spinta sino a disegnare il “modello ideale” del direttore generale delle A.S.L. pugliesi, richiedendogli, tra le altre, le seguenti qualità, riportate con le parole stesse della Commissione: – governo di delega; – alta propensione all’ascolto, medio-alta propensione all’elaborazione, bassa propensione alla decisione; – alta attitudine sistemica e bassa attitudine analitica. E’ sicura, la Commissione, che tali qualità siano indicate per un direttore generale A.S.L. e non, invece, per un filosofo, per un consulente o, nel peggiore dei casi, per un mero esecutore? Domanda n. 5 – La legge assegna alla Commissione il compito di valutare attitudini, conoscenze e competenze dei candidati in specifiche materie, con eguale incidenza di ciascuno dei tre aspetti sulla valutazione finale. Come mai la Commissione ha operato un’abnorme sovraordinazione dei requisiti psico-attitudinali rispetto agli altri, trasformando il colloquio – che avrebbe dovuto accertare competenze e professionalità specifiche – in una prova di carattere pressoché integralmente attitudinale? Come mai 8 dei 10 sotto-parametri del cosiddetto “profilo ideale del Direttore generale” attengono agli aspetti attitudinali e/o alle caratteristiche della personalità del candidato, che sono di gran lunga i più controversi, ma anche i più difficilmente contestabili con tecnica scientifica? Una selezione che ha solo giustificato il passato Basta domande! alle quali dovrebbe essere la politica, per prima, a dare risposte chiare ed esaustive, anche perché il presidente Vendola, in situazioni analoghe, ha vantato il merito della politica (il suo, in realtà) di essere arrivata prima dei giudici a capire e correggere gli errori fatti. Eppure, alcune risposte esplodono dai fatti, che dimostrano in modo inequivocabile come la tecnica di selezione utilizzata dalla Commissione: – ha premeditatamente ridotto le chanches di quanti non avevano un percorso curriculare e formativo specialistico in materia sanitaria, a prescindere dalle competenze effettivamente acquisite e dimostrate nel corso della loro attività professionale; – ha vanificato la legge, laddove ha inteso aprire ai non manager della sanità (visto che gli esiti del lavoro dei manager specializzati ha prodotto la sanità che abbiamo) la possibilità di concorrere alla riorganizzazione della medesima; – ha sottratto alla giunta regionale la facoltà e il dovere di valutare, in sede di nomina dei direttori generali, gli esiti del percorso formativo dei manager esterni al sistema sanitario; – ha ritenuto idoneo senza alcuna eccezione il management sanitario uscente, con ciò stesso attestando due cose: a) la bontà delle scelte sanitarie sinora operate dal presidente Vendola; b) il fatto che, in Puglia, abbiamo avuto, sinora, il migliore management e, quindi, la migliore sanità possibile. Il direttore generale ideale? Quello che non decide Un puntuale approfondimento merita, poi, l’ineffabile figura del “direttore generale ideale ASL” ricercata dalla Commissione tra i circa 200 candidati esaminati. Un direttore che, a parere della Commissione, deve delegare, deve ascoltare, deve filosofare sulla sanità, ma non deve decidere. In questo quadretto di manager ideale – più una macchietta, in verità – io penso stia l’errore (o il peccato) originale della Commissione. La natura della ASL, la speciale qualità dei servizi che rende, la complessità organizzativa che la caratterizza, la quantità e varietà degli interessi che coinvolge richiedono alla sua struttura di governance capacità di ascolto, di negoziazione, ma, ancor più, di sintesi, di controllo (di qualità, di gestione, ecc.) con connessa capacità di rapido intervento correttivo. Richiedono, sopra tutto, capacità di decisione. La capacità decisionale è coessenziale alla autonomia imprenditoriale, cioè a quel particolare tipo di autonomia che, dopo un lungo processo riformatore passato per diversi stadi, l’ordinamento riconosce oggi alla ASL. Qualcuno riesce ad immaginare un imprenditore che delega, ascolta, filosofa, smussa i contrasti interni e con l’esterno, ma non decide? La capacità decisionale, intesa in senso proprio ma anche come esito dei processi negoziali e di controllo, è requisito primario del direttore generale, al quale compete fissare – sulla base degli indirizzi regionali – il piano degli obiettivi, sul cui livello di conseguimento egli stesso è valutato annualmente. Una selezione con i piedi in avanti e la testa indietro Diversamente dalle riforme del 1978 e del 1992/3, la riforma ter della sanità ha responsabilizzato fortemente il direttore generale, affidandogli ampie competenze gestionali. Egli non è solo l’organo di vertice che indirizza l’azione dell’ASL e adotta i suoi atti di rilevanza esterna, ma è anche l’organo direttamente responsabile della gestione complessiva, sui cui risultati è oggetto di valutazione da parte della conferenza dei sindaci. Conseguentemente, il profilo di Direttore generale tracciato dalla Commissione è probabilmente coerente con la riforma del 1978, dai cui effetti il sistema sanitario regionale non riesce ancora oggi interamente a liberarsi, ma è in frontale contrasto con l’ordinamento vigente. Il nuovo sistema, infatti, prevede certamente importanti processi di delega, molti dei quali da codificare nello stesso Atto Aziendale, di competenza del Direttore generale neonominato. Tale processo ed esercizio della delega sono però intesi come l’espressione più alta della capacità decisionale. Capacità decisionale e autonomia decisionale che si esprimono, innanzi tutto, nel momento della individuazione dei soggetti da delegare e, conseguentemente, nella fase di controllo dell’esercizio della delega, che implica anche la possibilità della sua revoca. L’esperienza sin qui fatta dice, invece, che le deleghe sono scritte sotto dettatura e, per ciò stesso, sono difficili da revocare, anche quando i delegati conseguono risultati disastrosi. Una capacità decisionale che non si esprima al momento della scelta del delegato significa abdicazione alla funzione e al ruolo. Una capacità decisionale che non si esprima in fase di controllo dell’esercizio della delega significa restare ostaggio dello status quo o, peggio, di un sistema di potere. Il nuovo management, per svolgere il ruolo che la legge gli assegna e arginare il disfacimento del sistema sanitario pugliese, non ha altra scelta che ammutinarsi A prescindere dalle obiettive qualità professionali dei 33 manager selezionati, quindi, non possono esserci dubbi sul fatto che la Commissione ha operato come se avesse dovuto scegliere dei vigili urbani destinati a regolare il traffico su un incrocio molto pericoloso, o degli ammortizzatori, o dei liberi pensatori senza peso e senza effetti sull’andamento generale della sanità. Questo implica inevitabilmente anche – a prescindere dalle intenzioni reali dei direttori generali che la Giunta regionale nominerà – che il presidente Vendola e l’ass. Fiore si attendono dal prossimo management sanitario: – che sia ligio alle indicazioni gestionali (soprattutto quelle di dettaglio e, in specie, quelle relative alle carriere) che essi impartiranno; – che sia accondiscendente nei confronti del diffuso conservatorismo sanitario e, in specie, degli operatori specializzati nel disseminare di trappole e intralci il processo di modernizzazione, umanizzazione ed efficienza della sanità, – che saldi un blocco sociale ed elettorale di ceto medio e medio-alto (ma forse queste sottigliezze non hanno più tanto senso) a sostegno del moderno principe. Ma, tutto ciò, cosa c’entra con la L.R. n. 4/2010 che ha voluto rivoluzionare il metodo di selezione dei direttori generali? e, soprattutto, cosa c’entra con gli interessi dei cittadini pugliesi? In un contesto di questo tipo, il management sanitario che sarà nominato nelle prossime settimane, per svolgere il ruolo che la legge gli assegna e arginare il disfacimento del sistema sanitario pugliese, non ha altra scelta che ammutinarsi. Sergio Martina

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Info sull'autore

Il Tacco d’Italia. Testata giornalistica

Articoli correlati

NON seguire questo link o sarai bannato dal sito!